Guido da Verona.
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Colei che non si deve amare.
Parte seconda.
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1920. R. BEMPORAD & FIGLIO, EDITORI. FIRENZE MILANO.
NONA EDIZIONE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Scritto fra il 1908 e il 1909, il romanzo Colei che non si deve amare rappresenta nella produzione di Guido Da Verona un vero e proprio caso per la tematica scabrosa dellincesto proposto, s, come sperimentazione di un erotismo pi problematico ma, inevitabilmente, destinato a suscitare reazioni di rigetto morale e letterario. Certo  che alle condanne della critica corrispose uno straordinario successo di pubblico tale da garantire al romanzo un record di vendite che lo poneva fra i best-seller delle opere dello scrittore perch narrato in maniera abile e coinvolgente tanto da mescolare letterariet e tensione drammatica, sensualit, trasgressioni morali e tecnica.
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L'AUTORE.
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Guido Verona nacque in una famiglia ebraica emiliana. Nell'aggiungere un da al suo cognome anagrafico riprese la versione medievale e rinascimentale dei cognomi ebraici.
Fu un ammiratore di Gabriele D'Annunzio. Esord come poeta nel 1901.
Se come autore di versi non fu tanto significativo, acquis grande popolarit nel 1911 con il suo primo romanzo Colei che non si deve amare, capostipite del romanzo d'appendice e della letteratura erotica.
Fu lo scrittore di maggior successo commerciale degli anni venti, tanto che Venne definito il D'Annunzio delle dattilografe e delle manicure.
Firm il Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925 e nel 1929 pubblic una parodia dei Promessi Sposi che era la satira contro il fascismo, seppur mai esplicita, ma che fu ben percepita dai lettori del tempo.
Diventato per questo motivo un intellettuale inviso al regime ed emarginato dopo l'approvazione delle leggi razziali, si  detto che abbia deciso di suicidarsi, ma Enzo Magr afferma che lo scrittore mor in realt per l'aggravarsi di un'angina pectoris il 4 aprile del 1939.
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Colei che non si deve amare.
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Libro 2.
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Capitolo 6.
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Rafa intanto non si era dato pace. Ma il giorno dopo Lora stava male, e non and alla Posta. Il doman l'altro ancora se ne dimentic. Se ne sovvenne il terzo giorno, ed ecco v'erano tre lettere: la prima interrogatoria, l'altra supplichevole, la terza disperata. Che almeno accettasse di vederlo un'ultima volta, se non voleva ch'egli si risolvesse a qualche grande imprudenza!... Loretta gli scrisse di venire il domani, all'ora solita, nel solito giardino.
Gi cominciava il Maggio, il bel Maggio de' fiori, e le aiuole saltavano fuor dal verde come smalto vivo; l'ombra, nelle boscaglie, si colorava del color del sole.
Avevano scelto per i loro convegni un viale deserto, che principiava in vicinanza d'una cascatella, poi tortuosamente s'infoltava, per giungere ad un gabbione rugginoso, dove stavano appollajati quattro fagiani decrepiti. Li avevan messi l, a consumare la loro triste vecchiaia, per quella riconoscenza crudele che l'uomo ha talvolta verso gli animali; li avevan messi l, a nascondere le tristi penne, a beccare qualche duro grano, invece d'accopparli o di venderli ad un imbalsamatore, perch in altri tempi eran stati la delizia dei bimbi e delle bambinaie, quando il lor pennaggio era lustro e la gente si fermava in gran numero davanti alle lor gabbie spaziose.
Loretta s'era preso Rafa in antipatia gi dal primo giorno che ne aveva parlato con Arrigo. Adesso poi lo trovava quasi ridicolo, e volentieri glielo avrebbe detto, se una ragione d'utilit troppo evidente non l'avesse persuasa a continuare nel suo gioco.
Venne, quel giorno, vestita come la primavera, di tinte chiare; il suo labbro arcato, pieno d'impertinenza, sorrideva gi di lontano al giovine, che l'aspettava pazientemente percorrendo il viale.
Rafa era timido; questo implacabile persecutore di donne era, sopra tutto nei primi momenti, d'una timidezza incredibile. Si trov dunque molto impacciato a cominciare il discorso.
Vi ho veduta in teatro sere fa, disse con esitazione.
Ah? davvero? ella esclam col suo pi candido sorriso.
Via, non burlatevi di me! Stavate molto bene. E cerc di prenderle un braccio.
Piano... fece Loretta, respingendo la sua mano. Dunque stavo bene, voi dite?
S, molto bene, troppo bene; tanto che tutti ne parlavano.
Ah?
Ma voi, perch avete finto di non vedermi?
Cos!
E rote l'ombrellino di seta chiara, che le somigliava un poco, tanto era fresco e frivolo d'apparenza.
Non mi volete rispondere, Loretta?
Ma, Dio buono! ho finto di non vedervi perch non potevo fare altrimenti...
Dunque il del Ferrante  proprio vostro fratello?
Gi,  proprio mio fratello. Ve ne meravigliate? ella fece, con un certo sussiego.
Me ne meraviglio nel senso che vi ho finora conosciuta sotto un altro nome.
E non trovate naturale che avessi le mie buone ragioni per nascondervi la verit?
Quali, se  lecito?
Ma, Rafa, che domande mi fate! Il giorno in cui aveste saputo chi ero, avrei dovuto per forza interrompere la nostra conoscenza, non vi pare? Cos ho preferito lasciarvi credere che fossi un'altra, una ragazza qualsiasi, una delle tante che s'incontrano per istrada...
Oh, Loretta, questo non l'ho pensato mai.
In ogni modo avete agito come se lo pensaste, e, poich la cosa mi divertiva, io v'ho lasciato fare.
Non dite cos! Mi pare di avervi rispettata sempre.
Per forza, mio caro!
S, per forza... non dico di no; ma in ogni modo v'ho rispettata, e se aveste avuta in me tanta fiducia da confessarmi la verit, sarei stato ancora pi paziente.
No, Rafa, non vi faccio alcun rimprovero. Voi, oggi, avete il diritto di credermi una ragazza leggera: la colpa, in caso,  tutta mia. Lo riconosco. Mi son lasciata fermare per istrada, mi avete sempre veduta sola, e fino ad un certo punto libera; ho anche accettato qualche vostro ricordo, sicch, ve lo ripeto, la colpa  mia. Per, per... adesso che mi conoscete meglio, non dovete giudicarmi solo dalle apparenze. Vi sono alle volte certe ragioni di famiglia che non si ama raccontare agli estranei. Certo io vivo in un modo un po' singolare, ma questo proviene da tante cause che voi non conoscete.
E si fece compunta, seria, come Rafa non l'aveva mai veduta. Rafa era un uomo di buona fede; queste parole dell'amica lo impensierirono, quasi lo commossero.
Se potessi fare qualcosa per divenire pi intimamente il vostro amico!... disse. Con me non siete mai del tutto sincera.
Ed entrambi rimasero per qualche tempo in silenzio.
Pass un bimbo che correva dietro un cerchio, pass un soldato di fanteria che teneva per mano una domestica rubiconda. Sopra un banco c'era un vecchio, il quale portava un soprabito color nocciuola, i calzoni a quadrettini e le ghette bianche; aveva disegnato nella sabbia, con la punta della mazza, un complicatissimo arabesco, ed ora leggeva il giornale scandendo le parole con le labbra.
Mah... peccato! esclam finalmente Loretta con un sospiro.
Peccato di che?
Sarebbe stato meglio se non aveste mai saputo chi ero; perch adesso...
Adesso? che?
Oh, capirete... non  pi possibile che ci si veda.
Loretta!
Mio buon Rafa, lo dovreste comprendere da voi senza che io ve lo dica. Potevo scherzare fin quando ero una sconosciuta, o quasi, per voi. Ma ora che sapete a quale famiglia appartengo... insomma no! sarei d'una leggerezza imperdonabile. Non tanto per me... Io, ve lo ripeto, sono un po' eccentrica... Ma per mio fratello, che voi conoscete, che frequentate quasi giornalmente... Insomma, non si pu!
E parlando lo guardava di sotto le ciglia, con una malizia ben dissimulata. Rafa era passato per tutte le alternative del dolore, dell'impazienza e della collera.
Allora  per dirmi addio che siete venuta oggi? domand con una voce quasi rauca.
Eh, s... pur troppo! fece Lora, con scoraggiamento.
Egli si ferm di botto, e curvandosi un poco sopra di lei, una luce cattiva, quasi violenta, gli trasfigur il viso.
Ebbene, questo no! proruppe. Accada quel che accada, ma rinunziare a voi, no!
Siate buono, Rafa; non fatemi ora una scena, ella disse con una voce piena di mansuetudine.
Non faccio scene, ma vi dico solo che non posso rimanere senza vedervi, senza parlarvi qualchevolta. Insomma sentite, Loretta: mi sono innamorato di voi, scioccamente innamorato, perch tutto questo non serve che a farvi ridere... Tuttavia comprenderete che non si rinunzia in un giorno alla cosa che ci  pi cara.
Non ho mai riso di voi, Rafa, ella disse con soavit.
S, riso, riso, e non volete far altro che ridere!... Ma non importa. Vi dico solamente questo, Loretta: non pensate a ritogliermi quel pochissimo che m'avete concesso finora, perch in tal caso non so cosa potrebbe accadere.
Quell'uomo timido aveva trovato un accento cos pieno d'energia, che Loretta ne fu meravigliata.
Via, Rafa, calmtevi, disse. Non prendete le cose a questo modo e non guardatemi cos, perch mi fate quasi paura. Vorrei che ragionaste invece, che pensaste ad una cosa, ad una solamente: Se mio fratello venisse a saperlo?...
Non lo sapr.
Oh,  presto detto! Voi non lo conoscete; quello  capace... so io di cosa  capace! Insomma, sarei una ragazza rovinata, e ci vi basti.
Rafa si calm un poco dinanzi a tali ragioni.
Ebbene, aumenteremo le precauzioni; far tutto quello che vorrete.
Al mondo, mio caro, si viene a sapere ogni cosa, e quando supponiamo d'essere ben nascosti, mille occhi ci spiano.
Ma insomma questo pericolo c'era anche prima, eppure...
Appunto, appunto;  una cosa che non pu pi durare. Sono stata leggera, molto leggera con voi, ma non posso andar oltre.
Loretta, egli disse dolcemente, con una voce persuasiva, pensa che ti voglio bene, pensa che tutto il giorno mi stai nella mente, mi stai cos forte nell'anima che non posso rinunziare a te... Non essere cos crudele, te ne supplico!
Egli le prese un braccio ed ella non cerc di allontanarlo.
Silenzio, Rafa... mormor, silenzio!
Ma egli riprese:
Ho tutto lasciato, per godere solo di questi pochi momenti che mi di. Vedi, non sono esigente, non insisto pi; mi accontento per ora di vederti, di parlarti qualchevolta... Se dovevi un giorno interrompere cos bruscamente la dolcezza dell'amore che ho per te, meglio era non permettere che t'avvicinassi mai. Ora  tardi.
Ma no, Rafa, tu... voi non capite!
Capisco benissimo; ti sono indifferente, ti ho divertita un poco, adesso ne hai abbastanza; hai paura, e nulla osi rischiare per me.
Non capite, vi dico. Se non avessi una famiglia, se non avessi tante apparenze da salvaguardare, se insomma fossi libera, sola... allora, forse... Ma invece, ripeto, guai, guai se mio fratello avesse di ci il minimo sospetto!
Si far in modo che non sappia nulla.
No, Rafa. E poi c' un altro pericolo...
Quale?
Oh Dio! c' un altro pericolo, vi dico; non insistete.
Su, via, dimmelo! sii sincera una buona volta!
Camminavano; ella si ferm; prese un'aria birichina:
Perch mi date del tu, per esempio? Sapete bene che non voglio.
Non fa nulla, continua: qual' il pericolo?...
Insomma voi dite che rido, che rido...  facile dirlo! Invece potrebbe darsi che, in fin dei conti, avessi anch'io paura di non ridere pi...
Come ti amo, Loretta! egli esclam ingenuamente, serrandole con un braccio la vita.
State fermo... state fermo, via! E riprese: Naturalmente anch'io non sono di cera n' di stoppa... Un giorno o l'altro, che so? trovandoci soli, per esempio, con i discorsi che sempre mi fate... o per caso, o per isbaglio, o per un'altra ragione qualsiasi, potrei magari perdere... Insomma, si fa presto a commettere una sciocchezza!
Rote di nuovo l'ombrellino, lo ficc profondo in una siepe, soggiunse: E poi?...
Rafa volle rispondere, ma ella non gliene dette il tempo:
Gi, voi uomini fate presto: buon giorno, buona sera, e chi s' visto s' visto! Noi ragazze paghiamo per tutt'e due. La leggerezza, il vapore d'un momento, pu costarci chiss qual prezzo, e voi dite che si ride? Naturalmente si ride, si ride... fin ch si pu...
Ma io sono un galantuomo, Loretta! egli proclam sonoramente.
Benissimo. E perch siete un galantuomo dovrei darmi a voi? Non  una buona ragione, vi pare? Ma io, carissimo Rafa, ho tutta la mia vita da vivere, e ci sono, vi ripeto, certe ragioni mie proprie le quali mi vietano il lusso di fare quello che forse piacerebbe anche a me. Non sono certo una ragazza da strada e non ho, come qualche altra, uno stemma e parecchi milioni che mi assicurino l'impunit. Se mi trovassi in uno di questi due casi, ebbene s, io sarei forse tipo da dire ad uno, a voi per esempio: Mio caro Rafa, tu mi piaci; fa di me quello che vuoi. Ma nel mio caso questo vorrebbe dire offrirvi l'intera mia vita, giocarmi tutto l'avvenire, materiale e morale, per la sventatezza d'un momento... E questo  un po' troppo, non vi pare?
Avendogli fatto questo bel discorso, ella pens involontariamente ad Arrigo, rammaricandosi ch'egli non potesse udirla. Ebbe voglia di dirsi queste due parole, anzi se le disse mentalmente: Sei fina!
Rafa impiegava un certo tempo a cavarsi d'impaccio; in quell'intervallo ripassarono entrambi davanti al vecchio che monosillabava il giornale, e videro, traverso il verde, per un altro viale, tornare il soldato di fanteria con la sua domestica rubiconda.
Loretta, egli disse, al termine di quel silenzio, ti ho gi parlato una volta con molta chiarezza; ma tu, certi discorsi, non li vuoi nemmeno udire.
So bene a che alludete!... ella fece con sarcasmo. Ormai che se n' parlato una volta si pu anche riparlarne. Ed io preferisco le situazioni chiare, le parole nette. Mi avete offerto denaro... molto denaro!...
Non cos, Loretta... egli esclam arrossendo.
Cos, cos! Che valgono le perifrasi? Questa  la verit nuda e cruda.
Ella fece una pausa, ch'egli non os interrompere.
Ora, sentite, Rafa. Non so quale opinione abbiate di me, anzi non me ne curo. Tutto pu farvi credere ch'io sia capace anche di vendermi... e questo non mi offende, perch una volta di pi confesso che la colpa  stata mia. Vedete che parlo apertamente, come non ho fatto ancora. Per, se credete questo, v'ingannate. Non ho bisogno di nulla: da casa mia ricevo tutto quanto m'occorre, potrei ricevere molto pi se volessi sottostare a certe discipline familiari che son contrarie al mio carattere. Non siamo ricchissimi, per vedete che mio fratello, per esempio, fa una vita invidiabile. Se domani volessi maritarmi, potrei scegliere, e scegliere bene, come ha fatto mia sorella, perch ho pure una sorella. Ma tutto questo non mi piace. Vi ho gi detto che sono una ragazza diversa dalle altre. Appunto per le mie idee singolari, mi sono gi messa in urto con la mia famiglia; ho preteso ad una specie d'indipendenza, ed avrei fatto anche di pi, se non avessi paura precisamente di mio fratello.
In tutto questo si sentiva la zampa d'Arrigo, ma era detto bene, con disinvoltura, con un certo calor naturale che ne accresceva la persuasione. Riprese:
Che volete? Non mi sento nata per avere un marito mediocre, molti bambini, e litigare con le serve come fa mia sorella. Credo che nella vita ci sia di meglio, e, se m'inganno, avr il coraggio di non pentirmene. Sposarmi o non sposarmi, questo forse non  l'essenziale. Voglio amare, anzi tutto, ed essere amata, sopra tutto. Un giorno o l'altro me ne andr; far probabilmente per qualcuno quello che voi mi domandate ora; ma non per un uomo il quale garbatamente mi offra un prezzo, dispostissimo dopo, quando m'avesse innamorata e... sciupata, a lavarsene le mani, continuando per la sua strada. Eh, mio caro, ho vent'anni, ma conosco un po' la vita!
Rafa l'ascoltava e la guardava, sorpreso e perplesso, come alcuno che per la prima volta si trovi davanti all'aspetto vero d'una persona male conosciuta.
Ma io, disse, non ho mai avute le intenzioni che m'attribuisci, e quello che tu cerchi potrei appunto esser io.
La ragazza si pass l'ombrellino dietro la schiena, e tenendolo a guisa di sbarra nella piegatura delle due braccia, inarc la sua bella persona, dondolandosi con una specie d'insidia e lasciandosi venire a fior di labbro un sorriso pieno d'ironia:
Tu?... fece. No! Voi non mi amate abbastanza per questo.
Nella gabbia rugginosa i quattro fagiani si spulciavano le penne antiche, lasciando pendere le code mozze con una inerzia piena di malinconia.
Era il Maggio, il bel Maggio de' fiori; le aiuole saltavano fuor dal verde come smalto vivo; l'ombra, nelle boscaglie, si colorava del color del sole.
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Capitolo 7.
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Tutt'e due sapevano che vedersi ancora voleva dire buttarsi ciecamente nella perdizione del peccato. S'eran divisi, l'ultima sera, con una specie di spavento, e per, toccandosi la mano fredda, scambiandosi l'ultimo bacio sul limitare della casa paterna, una promessa era corsa fra loro, ineffabile, orrenda, non detta con parole, perch nessuna parola avrebbe osata profferirla.
Quando?... gli aveva ella domandato, serrandosi contro di lui, tremandone come un'amante impaurita. Egli voleva rispondere: Mai pi! mai pi! Ma sent che tutta la sua vita pendeva da quel desiderio, e le promise un giorno prossimo, le sugger di tacere.
Addio... scrivi, ella disse. Poi scomparve nel buio delle scale.
Ma tutt'e due sentirono che il tormento cresceva, che nessuna forza umana li avrebbe salvati pi dal pericolo meraviglioso nel quale si sentivano avvolti.
Quando il giorno fissato venne, Arrigo, si rec a prenderla, mentre ancora, su la mensa paterna, il pranzo non era imbandito. Per tutto il giorno Loretta era stata nervosa, irritabile, insolente. Fin dal mattino aveva rimbeccata la madre perch questa si era permessa di osservarle:
Tuo padre ha ragione. Arrigo ti d troppi vizii: teatri, cene... Vi sei stata pochi giorni fa; che bisogno c'era di tornarvi oggi?
A colazione aveva coperto d'insolenze il fratello Paolo, perch questi, vedendo ch'ella non toccava cibo, si era messo a borbottar sottovoce:
La signorina ha i vapori! Ormai per lei ci vogliono le beccaccine e le lingue di pappagallo!
Loretta diede una scrollata di spalle, poi s'irrit. E l'altro, pi scherzevole, ripeteva: S, ha i vapori! ha i vapori!
Li aveva un poco infatti; era pallida come fosse incipriata, con gli occhi divenuti pi vasti e pi lucenti; non poteva star ferma; s'era pettinata male. Verso le quattro del pomeriggio aveva cominciato a rivestirsi, piano piano, con una infinit di cure; s'era tutta lavata, profumata, coltivata, come un fiore prima di metterlo in vaso. Era stata un'ora a lisciarsi i capelli, a strofinarsi le unghie; aveva pure pensato ad annerirsi un po' gli occhi, ma vedendo che ci le riusciva male, se li era nettati con un pannolino umido. S'era messa la camicia pi fina, le mutande pi adorne di pizzi, ed in particolar modo, prima di vestirsi, s'era guardata nello specchio, tutta nuda, con un lungo brivido. Nondimeno, a dispetto di tante cure minuziose, quel giorno non era del tutto bella, non le riusciva d'esser bella come di consueto.
Aveva passata qualche notte insonne, con il pensiero torbido che le accendeva il sangue, facendola rivolger nel letto e smaniare nelle dure pazienze della verginit.
Quando giunse Arrigo, ed appena intese il rumore del suo passo, ella temette di non potersi levare, dubit che ognuno vedesse il suo turbamento, poich si era sentita il sangue scorrer gi dalle vene del viso.
Egli pure non aveva quella sua spavalderia consueta, non era franco, si moveva e parlava con un certo impaccio, evitava di guardare Loretta.
Visto che sei pronta, ti conduco fuori a pranzo, se vuoi...
Ben volentieri, ella fece.
Il padre, la madre, non osarono dir nulla; solo Paolo osserv:
Sarebbe pi semplice che rimanessi qui anche tu. Una volta ogni tanto non ti farebbe male.
Verr un'altra sera, se vi fa piacere, Arrigo rispose con una certa umilt. Questa sera fa cos bel tempo, che preferisco mangiare all'aperto.
Bene, bene; dicevo per dire.
Stavano mettendosi a tavola; Paolo era gi seduto davanti al suo tondo; aspettava. Padre e madre si tenevano in piedi, un po' irresoluti, come se ricevessero in casa loro una visita inconsueta.
Questo  mio padre e questa  mia madre, pens Arrigo fugacemente, guardando i due poveri vecchi.
E una piet nuova gli sorse dal cuore, acuta come una sofferenza.
Ti avverto, riprese Paolo, che la tua Loretta si d certe arie addirittura da principessa. Cerca, se puoi, di non scaldarle la testa.
Ella scatt su come una viperetta:
No, mio bel signorino! la testa non me la scaldo, io! Pensa tu piuttosto ad essere meno triviale, e ci guadagnerai.
Insomma, caro Arrigo, intervenne il padre, la mia casa  un inferno. Si sente sempre strillare. Che brutta cosa!
E la sua mansuetudine si accontent di questo calmo lamento. Arrigo, preso da non so quale tenerezza improvvisa, gli and vicino e gli pose una mano su la spalla:
Via, pap non ti crucciare.  la stessa cosa in tutte le famiglie; quando si vive insieme c' sempre qualche contrasto.
Bah!... disse il vecchio a mo' di conclusione, se voi ve ne andate, noi cominciamo a mangiare.
La domestica aveva portato la zuppiera e la madre versava nelle fondine; poi tutti e tre curvarono le facce sopra il fumo denso, che odorava, e cominciarono lentamente, golosamente a mangiare.
L'antica tavola famigliare era troppo grande per quelle tre persone; i posti vuoti vi lasciavano una specie di tristezza, come se alcuno, che avrebbe dovuto esservi, ne avesse disertato. Per primo se n'era andato il maggiore, il primogenito, quello nel quale il padre si riconosce, in cui la madre ricorda la sua prima carezza. Per lungo tempo la sua seggiola era rimasta l, davanti al posto vuoto, al tovagliolo di bucato chiuso nell'anello d'alluminio, quasi ch'egli potesse tornare di pasto in pasto; e non torn. Poi se n'era andata la sorella maggiore, a farsi un'altro focolare, con altri affetti; ed ora manifestamente si allontanava l'ultima, quella che per ultima aveva allietata la casa de' suoi strilli, quella che ai vecchi ricorda pi da vicino la giovinezza ed  come l'ultimo fiore d'un albero laborioso, il pi fragile ed il pi bello.
Se ne andava, e restavan i due vecchi ad ingoiare amaramente il cibo greve, con un figlio taciturno, che forse rimaneva, solo perch sentiva il possesso, l'eredit della casa, scendere nelle sue mani tenaci.
Tra il fumo della minestra questi pensieri salivano alla mente dei due vecchi, e rivedevano essi forse quella lor stanza d'un tempo, quando intorno alla tavola quadrata c'erano quattro testoline di bimbi, e bisognava gridare, faticarsi, lavorar pi duramente, ma ci non era molesto, se ad ogni tratto una vocina limpida si levava dalla nidiata per chiamare: pap, mamma! con quell'accento infantile in cui trabocca l'istintivo amore.
E pareva che, guardando Arrigo, entrambi gli dicessero mutamente: Sei stato tu! sei stato tu!
Non la ricondurre troppo tardi, la madre disse ad Arrigo. Ed il silenzio torn nella stanza, rotto appena dal rumore che i cucchiai facevano battendo le stoviglie sonore.
Quando Arrigo e Loretta si trovaron nella strada, soli, e si guardarono, la colpa ch'era gi entrata nelle lor vene li soverchi entrambi di dolcezza e di paura. Non osarono parlarsi a tutta prima. Loretta prese il braccio d'Arrigo e s'avviarono lungo il marciapiede, fra la gente folta, a passi frettolosi. Il rumore della contrada li stordiva; quello stordimento era per entrambi delizioso.
Dove andiamo? domand infine Loretta.
Camminiamo. Ancora  presto, egli rispose con una voce assorta.
La serata era dolce, un po' snervante, piena di languori. Navigavano per l'aria quasi ferma certe larghe ondate di vapori biondi, che oscillavano vicino ai tetti e salivano alte nello spazio, facendosi pi rare, pi tenui, fino alle prime stelle. In quella vaporosa pigrizia dell'aria i vasti romori delle cose parevano accrescersi d'una maggiore sonorit. Tutto quanto aveva un'anima, reale o fittizia, era nella pienezza della sua vita; ogni cuore si sentiva spinto a desiderare pi in l di s stesso.
Avevano da poco acceso i lampioni, che splendevan d'una luce quasi azzurra sotto il cielo ancora intenso di trepidazione solare; alcune finestre chiuse raccoglievan nelle vetrate i fuochi e le raggiere del tramonto.
Com' bello camminare a quest'ora, disse Loretta al fratello, serrandogli fin poco il braccio, su cui pesava.
Ti piace? egli domand, trasfondendo in queste due parole cos brevi tutta la dolcezza che gli traboccava dall'anima.
S, mi piace; con te mi piace. E dopo una pausa continu: Sai?... ho tremato tutto il giorno....
Perch hai tremato?
Pensavo che tu verresti... ella confess, piegando il viso.
Egli ebbe un movimento nervoso e disse:
Era meglio dimenticare.
Ah, no!
In quei pochi minuti ch'eran vicini si sentivano gi presi, avvinti l'uno all'altra, e soffrivano e godevano d'una gioia ch'era dolore.
Stavano bene insieme: lei bionda e sottile, armoniosa; lui, con la sua persona elegante, con il suo passo franco. Molta gente si voltava a guardarli.
Giunsero nelle strade pi centrali; Arrigo le disse:
Non mi dare il braccio. Ella obbed senza rispondergli; ma gli rimase vicina.
Entrarono da un fiorista a comprare fiori; poi, camminando, si fermavano a guardare i negozi dalle mostre scintillanti. Arrigo salutava molta gente. Loretta ogni volta gli domandava: Chi ?
Allora egli diceva un nome, una frase che dipingesse la persona, uno di quei riassunti schematici ed incisivi che valgon meglio d'una lunga biografia.
Un tale: si fa chiamare avvocato, ha una bella moglie, sua moglie ha un amante ricco, egli lo sa.
Un altro: ha dovuto lasciar l'esercito per debiti; a teatro prende solo il biglietto d'ingresso e fa visite in tutti i palchi; la notte gioca, e vince sempre.
Un terzo: ha una scuderia da corse che gli costa cara, ma dicono che faccia anche l'usuraio, cos riesce a pagarne le spese.
E via di sguito.
Su lo stesso marciapiede passarono due donne elegantissime, provocanti. Vedendo Arrigo gli sorrisero; Arrigo, a sua volta, non salut, ma sorrise. Rest dietro i loro passi un lungo solco di forte profumo. Loretta si rivolse a guardarle; domand:
Le conosci?
S.
Chi sono?
Quella di destra era una mima: adesso  mantenuta da Rinaldo Basta, un fabbricante di cornici, padre di quel Basta che s' ammazzato pochi mesi or sono. L'altra  una che vive di rendite... rendite giornaliere, quando ne trova.
Sono due belle donne.
Peuh, non c' male!
Perch ti hanno sorriso a quel modo?
Che modo?
Non saprei; come se avessero qualcosa da dirti.
Non saprei; per abitudine forse.
Sei stato amante anche di quelle?
Amante no; ne ho conosciuta una, la mima, qualche anno fa.
Loretta rimase un momento a riflettere, poi disse;
Ma che piacere provi tu nel cambiare tante donne?
Arrigo si mise a ridere.
Lo stesso piacere, disse, che voi donne provate a cambiar d'abiti.
La sorella non fece altri commenti.
Dopo aver taciuto qualche tempo, e quasi di malumore, disse:
Io, per esempio, se avessi un amante, sarei molto gelosa.
Ah, s? esclam Arrigo, guardandola. E cosa faresti?
Non so cosa farei; credo non sia possibile saperlo prima, ti pare?
Poi gli domand ancora:
Le amanti che hai avute eran gelose di te?
S, tutte! egli fece con spontaneit.
E tu?
Io?....
Di nuovo guard la sorella, attentamente, lungamente, poi le riprese il braccio, poich la dolce ora del crepuscolo andava mano mano facendosi buia. Le confess:
Vedi, per ingelosirsi, bisogna essere innamorati. Io, veramente, non lo sono stato ancor mai.
Ella gli fu riconoscente di questa risposta e n'ebbe una gioia visibile, pur tacendo.
Andarono avanti, attraversarono una piazza, presero un'altra via.
Come sarei contenta se tu volessi bene a me... diss'ella, piano, chinando la faccia, per nascondere la bocca che profferiva quelle parole.
Ma te ne voglio, Lora, egli rispose.
No... dev'essere un'altra cosa... non lo diresti cos.
Come dovrei dirlo?
Niente, non dire niente.
Ella improvvisamente si sent piena di tristezza; nella sua voce tremava quasi un dolore.
Vuoi che andiamo a pranzo? domand Arrigo.
Andiamo.
Ti condurr in una trattoria che non conosci;  fuori di porta, in mezzo alla campagna, e le tavole sono in giardino. Vuoi?
S, Rigo.
Salirono nella prima vettura che trovarono, senza badare al vetturino, che, malcontento della corsa troppo lunga, non cessava dal bestemmiare tra i denti. Piano piano, su gli aspri ciottoli, il cavalluccio cominci a trottare.
Ora qualche strato di nebbia rosea intorbidava la trasparenza del cielo; pioveva per intorno una chiarezza pervasa d'ombre; lungo una strada fiancheggiata d'alberi li invest, li ravvolse, li inebbri, il profumo dei tigli che fiorivano.
Loretta si era tolto un guanto, aveva preso una mano del fratello ed intrecciava le dita nervosamente nelle sue.
Ho quasi voglia di piangere... confess con una voce tormentata.
Perch, Lora?
Non so... non so; oppure non te lo posso dire...
Non dire niente, Lora, ma non piangere, fece Arrigo, tentando con ogni sforzo di reprimere la sua commozione. E le carezz la mano.
Perch mai non sono pi allegra come l'altra volta?
Invece devi essere allegra! dobbiamo ridere! Non pensare ad altro.
Ella si tese a lui come per fargli conoscere il suo amore.
Vorrei che tu mi volessi bene... disse di nuovo, tutta fremente, in un bisbiglio. Ma invece questo non pu essere...  vero che non si pu?
Egli le rispose con serrarle una mano, e, turbato, non aggiunse parola.
Senti, fece Loretta, spigami una cosa. Perch io, che sono tua sorella, voglio bene a te?
Taci, non dire cos.
Ma  vero! Se fosse una cosa brutta, come pare a noi, essa non accadrebbe. Invece, vedi, tutto quello che potrei sentire per un altro, per un estraneo, lo sento per te. Mi fa male, molto male...
Loretta, mia Loretta... egli mormor con una trepidazione paurosa.
No, sii buono, voglio parlare, voglio parlarne con te.
Lasci la sua mano, e raccostatasi a lui, gli sfasci, gli ravvolse il braccio con il suo braccio morbido.
Questo amore mi ha presa tutta in un momento... prima non lo sapevo.
Si protese a lui, cos che gli moveva sul fiore della bocca i riccioli della sua fronte bionda, e preg sottovoce:
Dammi un bacio... piano, piano... Fa buio, nessuno vede...
Le loro bocche innamorate s'incontrarono, godettero tutto il dolore del male che li struggeva.
E andarono via lentamente, al trotterello del cavallo stanco, per corse diritte, per strade oblique, per vicoli tortuosi, penetrando nel dedalo della citt crepuscolare che or si costellava di lumi, come un immenso naviglio fermo su l'ancoraggio notturno. Quando furono di l dalle barriere, nelle zone del suburbio che quasi non conoscevano, parve ad entrambi d'esser giunti assai lontano da quella grande ostile citt che li teneva prigionieri, sottomessi al divieto, e parve loro d'esser come due sconosciuti per una terra quasi straniera, liberi finalmente dalle intollerabili sorveglianze altrui.
Nella dolce serata primaverile il suburbio era spesso di gente, uscita fuori da' formicolai di cinque piani o dalle piccole decrepite case, per gremir la strada con tutte le figliolanze, dopo le parche cene. Era vigilia di festa, un sabato sera; le comitive inauguravan per ogni contrada l'allegrezza del giorno domenicale. Le trattorie, le taverne, le sorbetterie riboccavan di gente, assiepavan di tavolini il marciapiede popoloso. Alle porte dei teatri e dei balli suburbani s'addensava una baraonda irrequieta levando alto il frastuono della sua tumultuosa ilarit.
Su l'ingresso dei cinematografi, sfavillanti d'una luce quasi violetta, gli strilloni dalla tunica o verde o rossa, dalla voce rauca, dalle maniere ciarlatanesche, alternavan le lor grida strabilianti adescando la folla con manifesti atroci e cartelli sanguinolenti come il paniere del boia.
Ogni tanto una chitarra sbucava da una contrada buia, un fonografo urlava la sua canzone asmtica, un bambino picchiato strillava da una portineria, come un'anima dannata.
E il cavalluccio trottava; il cavalluccio insensibile ai tepori della primavera, ugualmente stracco e rassegnato nelle intemperie dell'inverno come nelle canicole dell'estate, zoppiccava sul sasso nemico, piano piano, con quella irremovibile filosofia che vien dopo la disperazione; povera vecchia macchina fatta d'ossa e di dolori, indifferente alle stratte, alle frustate, alla premura de' clienti, quasich sapesse ormai che tutto il suo destino era di camminare, a forza d'inciampi e di asma, piano, ma camminare.
La campagna vicina mandava tra l'ultime case qualche odore agreste, e gi compariva tutta sgombra, quasi ravvolta in un'aria violacea, per le contrade laterali che non erano pi selciate. In una d'esse il vetturino svolt.
Non sono mai venuta fin qui, disse Loretta. Sembra d'essere in campagna; senti che buon odore!
Avevano falciato qualche prato l intorno; i mucchi dalla fienatura odoravano di fragranze vegetali nella sera primaverile. Anche il ronzino, a quell'odor di maggengo saporito, pareva sentirsi dilatare nei fianchi magri l'anima ingorda, e puntava pi forte. Il vetturino si cacci un mozzicone di sigaro fra i denti e prese a canticchiare; con la frusta schioccante accompagnava la sua monotona cantilena. Questo fece ridere Loretta.
Com' buffo! disse piano al fratello. E gli si accost, con una piccola risata, che gli diede in faccia il suo fresco respiro.
Egli non parlava; una specie di torpore, una sensazione mai conosciuta fasciava dolcemente il suo spirito comunicandogli una stanchezza fisica, una specie di sensuale abbattimento. Per una breve ora gli piaceva scordare che la sua piccola compagna, colei della quale era dolce sentirsi il braccio sotto il braccio ed il respiro nel viso, fosse la sua medesima sorella, uscita dal grembo medesimo che aveva data la vita, nutrita con lo stesso latte, cullata nella medesima cuna: la figlia del suo padre e della sua madre, la sorella germana.
Egli aveva nel medesimo tempo un immenso orrore, un orrore inconsapevole, di s stesso, e in ci trovava nondimeno la sua pi forte volutt. Gli piaceva udirla parlare; quella voce, che gli pareva di non aver conosciuta mai per l'addietro, gli entrava sin nell'intimo del cuore prodigandogli quasi una lenta ed affaticante carezza. Ch'ella dicesse di amarlo, ch'ella osasse dirgli che lo amava, che il suo desiderio gli fosse cos palese, cos pronto a lasciarsi cogliere, ch'ell'avesse un bisogno quasi malato di fasciarsi intorno alla sua persona e fargli sentire la trepidazione delle sue morbide membra ancor intatte, ch'ella parlasse a lui come al suo primo innamorato... tutto questo lo stordiva, lo tentava, lo inebbriava, metteva nel suo cuor forte una pulsazione veemente, nelle sue vene concitate un brivido quasi di terrore, ne' suoi nervi rudi una specie di tormento, del quale assaporava con lentezza tutta la perversit.
In lei veramente era il possesso vietato, era la gioia che non doveva conoscersi, era il delitto e la somma volutt.
Quand'ella gli parlava d'amore, avrebbe voluto a sua volta, risponderle: S, ti amo! sei la prima che amo, la sola che potr mai amare... Tu muovi dentro di me una gran tempesta che m'inebbria... Ma di questo si vergognava, e le parole che suonavan dentro gli parevano impossibili a dirsi. Allora taceva, lasciando a lei che parlasse, a lei, poich'era quasi una bambina, una piccola bambina, e tutto poteva dire.
Ma solo nel chiamarla, nel parlarle, nel profferire il suo nome, egli metteva un infinito amore. Non era pi solamente il desiderio di lei, quel desiderio veemente che l'aveva assalito, facendolo schiavo e torcendolo fino al dolore; adesso era qualcosa di pi, una specie di tristezza, un furor chiuso e torbido, che lo possedeva sin nell'intimo e lo feriva come una spina infittagli nel cuore.
Egli, che non aveva mai affrontata la propria coscienza, aveva ora paura di s. Temeva qualcosa d'oscuro; c'era fra lui e lei una forza indefinibile, ignota, che lo atterriva; sopra il suo colpevole amore pendeva quasi una minaccia pi che umana. Voleva esser aspro, e non gli riusciva che d'esser dolce; voleva non guardarla, ed i suoi occhi, senza volerlo, andavano incontro a' suoi. Quand'era pur lontano e distratto, ne aveva senza tregua l'immagine fissa nella mente. Voleva pensare ad altre donne, ad altri amori, ed ella furtivamente gli si annidava tra le braccia con una promessa pi forte; voleva respingerla da s, quasi per purificarsi di questa colpa, e la colpa gli ritornava, gli affluiva nel cuore per tutte le vene, come un'ondata di volutt.
Il cavalluccio trottava; la campagna uguale riposava dal lavoro diurno, rotta dai casolari, percorsa dalle strade, segnata dalle siepi. Qualche filare di pioppi, traverso la vaporosa pianura, s'allontanava a perdita d'occhio nella notte bianca. Dietro loro si addensava la citt, sovrastata da una luce rossastra, ch'era, nell'aria ferma, il riflesso delle sue molte luci.
Di l da una siepe videro un gregge di pecore che pernottava; s'era sparso nel praticello, a piccoli gruppi, e biancheggiando vi dormiva. Il cane accorse su la proda, tutto ispido, ed abbai.
Guarda, disse Loretta con un'ammirazione infantile, guarda come sono bianche e come dormono vicine.
Quelle pecorelle addormentate davano al suo cuore di bimba una tenerezza singolare. Soggiunse:
La vita nelle campagne dev'essere migliore che nelle citt. Perch non mi porti via, Rigo?
Portarti via? Ma dove?
Dove non importa. Una settimana sola. Vorrei fare un piccolo viaggio con te, starti vicina sempre, giorno e notte, non lasciarti mai, giorno e notte... Che felicit, pensa!
Il fratello scosse il capo, e tacendo le diede una carezza sul dosso delle mani, poi su le ginocchia.
Portami via... ella disse ancora, supplichevole.
Non si pu.
Incontrarono in quel punto un'allegra comitiva che tornava in citt cantando. Apparve di lontano un villaggio, e, prima del villaggio, dietro una casa, un gruppo d'alberi folti ove brillavano molti lumi.
Vedi:  l che si pranza, disse Arrigo segnando il chiarore. Viene molta gente in estate perch vi si mangia bene.
Giunsero. Un cameriere di onesti modi si avanz dalla soglia incontro ai sopraggiunti.
Vuoi aspettarci? domand Arrigo al vetturino. Ti far pranzare.
L'uomo guard la sua bestia con un'aria misericordiosa:
 sotto da nove ore... disse;, dovrei andarlo a cambiare.
Ma poi, pi che il suo paterno amore per l'animale stracco, pot la golosit del pranzo promessogli, e rispose con aria di condiscendenza:
Bene, se proprio vuole, posso anche aspettarli.
Entrarono, traversarono alcune sale ingombre di tavolate chiassose, giunsero nel giardino e sedettero sotto il pergolato.
Com' bello qui! fece Loretta, guardandosi attorno.
Gli alberi alti, collegati da una intelaiatura di fil di ferro, formavano una specie d'immenso padiglione, percorso da un glicine tutto fiorito. Fra i densi grappoli turchini i lampioni elettrici divampavan d'una luce intensa, quasi violacea, nella quale turbinavano a sciami le farfalle notturne.
L'odor soave del padiglione fiorito si respirava con l'aria, lo si assorbiva come una bevanda, e l'abbondanza di quella fioritura che s'arrampicava intorno a tutti i tronchi, si addentrava nel folto dei rami, correva per i pergolati, si lanciava da un albero all'altro, dall'uno all'altro lampione, assalendo la casa, le finestre, le ringhiere, parendo ne' suoi mille fiori non essere che un solo fiore, dava a quel rustico giardino l'apparenza d'una corte azzurra nel mezzo d'un bosco incantato.
Sotto i pergolati erano in un gran numero le comitive allegre che pranzavano e banchettavano; quasi tutta gente ricca del suburbio, festeggiante il sabato sera. Quel buon sangue popolano, acceso dal vin forte, scoppiava in risate sonore; i camerieri affaccendati passavano portando piatti fumanti; i bicchieri e le posate mandavano un allegro tintinnire. Nel fondo, sopra un terreno ben rischiarato, alcuni uomini in maniche di camicia stavano giocando alle bocce; altri, raccolti in gruppo, commentavano i colpi. Al primo piano della casa, in una sala che aveva le finestre aperte verso il terrazzo, si danzava gaiamente al suono d'un pianoforte.
Un'ondata d'allegria pervase i loro giovani cuori, perch ognuno pu sovente annullare l'anima propria per ricevere l'altrui, sopra tutto quella dei semplici, che sono i pi comunicativi.
Eran un po' storditi entrambi di quella passeggiata serale per le campagne semibuie; avevan nel cuore e negli occhi il fantasma della lor colpa imminente, soffrivano entrambi il dolore dell'amore. Si erano sentiti per un momento soli nel mondo, affacciati sopra un pericolo, sopra una tentazione, che superava i loro pavidi sensi;, ed ecco si trovavano in un giardino pieno di gente, di gente un po' triviale, che mangiava con robusta fame, parlando e ridendo forte; la luce aveva abbagliato i loro occhi un po' torbidi, l'odore delle vivande aveva solleticato i loro stomaci sani, e la musica trascinante che veniva dal terrazzo, e le coppie danzanti che si vedevan passare dietro le finestre in un fascio di luce, avevano dato ad entrambi il desiderio di allacciarsi l'uno all'altra, ben vicini, ben forte, e buttarsi a cuor perduto in quel ballo, e non aver pi paura di quel loro amore che li faceva tremare.
Arrigo diede un piccolo colpo sul piatto vuoto, che gli luccicava davanti, e disse:
Ho fame!
Prese un pane, lo ruppe. Loretta cominci a sbottonare il guanto che ancora le calzava la mano destra sino a mezzo l'avambraccio, se lo fece scorrere in gi lentamente, ne trasse fuori le dita ad una ad una, si guard la mano, sopra e sotto, l'intrecci con l'altra su l'orlo del piatto. Quella sera ella non portava il braccialetto di Rafa; i suoi due polsi nudi, minuscoli, eran densi di vene; la luce obliqua li dorava d'una biondezza tenue. La sua faccia un po' stanca prendeva un bel colore, tutto da lei spirava quella indefinibile seduzione che la donna comunica quando ha molto pensato all'amore.
Mentre il cameriere imbandiva, si misero a guardare i loro vicini e riderne.
Una donna esageratamente grassa e rubiconda eccitava l'ilarit di Lora. Sedeva nel mezzo d'una tavolata numerosa, ov'eran molti bimbi che cicaleggiavano sbrodolandosi il mento con le salse gocciolanti. E le mamme a rimbrottarli, e gli uomini a lanciar loro qualche scappellotto. La grassa commensale portava una camicetta scollata, d'una seta a pallottole bianche su fondo blu; era forse una ricca bottegaia, che andava in bagordo, il sabato sera, con tutto il parentado.
Sa, diceva il cameriere ad Arrigo, abbia pazienza per stasera, signor conte! Il sabato viene tanto popolo che non si ha tempo di servire come si deve. Ma nei giorni della settimana  tutt'altra cosa. Poi, se volesse telefonar prima, si potrebbe prepararle qualche piatto speciale.
Un bimbo, col tovagliolo annodato intorno alla gola, si mise a correre fra i tavolini per acchiappare una farfalla moribonda. Capit vicino alla tavola d'Arrigo e il cameriere lo frust via col tovagliolo, quasi fosse un can randagio.
Ella rideva del cameriere, del bimbo, della farfalla e della donna grassa; rideva di tutto, per una sbita gioia ch'era entrata in lei. Nella luce azzurra che pioveva dall'alto, i suoi lineamenti si avvolgevano d'un contorno quasi vaporoso, i capelli biondi le facevan cadere una leggera nube su la fronte.
Ma quest'allegrezza fu breve; breve per entrambi. A poco a poco furono lontani da quella gente, da quel frastuono, si ritrassero in un mondo loro, temendo quasi che alcuno ve li sorprendesse, mentre ambedue, per una onest inconsapevole, si ribellavano contro la forza del loro cos perverso amore.
Noi abbiamo talvolta, nel nostro pavido istinto, una certa riluttanza davanti alla felicit, e nulla  cos sbigottito come un'anima semplice che s'affacci sopra un grande peccato.
Il pranzo era finito: portavano i dolci; il caff versato fumava nelle tazze. Dall'alto era caduto su la tovaglia qualche fior di glicine; alcune piccole zanzare, contorte dall'agonia, si dibattevano fra le briciole, senza pi volo.
E Rafa? disse Arrigo improvvisamente.
Oh, non parlarmi di lui ora! ella esclam con un gesto vivace. Non lo posso pi soffrire!
Egli ebbe la vanit o la crudelt di domandarle:
Perch?
Ella fece un gesto vago.
Forse non puoi comprendere... Nessuno di voi pu comprendere il cuore d'una fanciulla.
Oh, come parli! egli esclam sorridendo.
Perch? ti faccio ridere?
Il fratello si mise a guardarla, fissamente, insidiosamente, con un'espressione ambigua; ella sostenne un poco il suo sguardo, poi chin la faccia nell'ombra del cappello.
Se mi guardi cos, Rigo, mi fai arrossire...
Sei tanto bella, fiore mio!... egli esclam, piegandosi un poco verso di lei, come attratto dal respiro della sua bocca.
Ed ella gli sorrise dal volto chino.
Ma se non ti piaccio... mormor, con una civetteria timida.
Sei tanto bella! diss'egli ancora;, tanto, che mi fai male...
Ella non aveva pudore; sollev la faccia, la sua bocca rise, viva, invermigliata, piena di colpa. Le splendevan gli occhi: non aveva pudore.
Ed allora perch?... fece con esitazione.
Cosa dici?
... perch non mi vuoi?
La domanda era tanto grave, ch'ella stessa torn a nascondersi. L'altro nulla rispose; accese una sigaretta, quasi volesse ubbriacarsi di fumo.
Poi, quand'ella non si aspettava pi nessuna risposta:
Perch sei mia sorella, disse.
Ella si strinse nelle spalle, medit.
Questo nome ti pare cos terribile?
Sei una bambina, egli osserv gravemente.
Una bambina?... E sorrise crollando il capo. No, piuttosto un'altra cosa, molto semplice: soffro e non voglio pi soffrire. Voglio bene a te, a te solo, e chiunque tu sia, voglio bene a te! Infine, di cosa mi rimproveri? Perch sento questo amore? Ma non  mia colpa. Forse perch ne parlo? Ma che servirebbe il tacere, se tu, che pure taci, non fai che pensare continuamente alla stessa cosa?
E le sue piccole mani si allacciarono strettamente alle mani di lui, che non sapeva rispondere, che non osava pi guardarla. Poi divenne mansueta, persuadente, insistente:
Ascltami, Rigo, ascltami! Quel coraggio che dovresti avere tu, l'ho avuto io per la prima. Ora non condannarmi: aiutami! V' una certa paura in tutto questo,  vero, ma bisogner pur vincerla...
Egli la guard stupefatto.
Non bisogna vincerla, disse oscuramente. Anzi bisogna guarirne.
 dunque un male cos grande?
S, un orribile male. Anche il parlarne, anche il pensarvi  male.
No, ella disse con fermezza. No!
Vedi, se tu potessi avere un altro nome che il nome di sorella... Non senti come suona male su la mia bocca?
Un nome!... cos' un nome? ella fece.
Ma  tutto, poich vuol dire qualcosa, poich racchiude il peccato pi grande che vi sia nell'amore.
Ella ebbe un gesto vago, ed un sorriso.
Non importa, rispose. Io non ti considero per tale; non sento affatto che tu sia mio fratello. Paolo  mio fratello, tu no.  una cosa del tutto diversa. Non mi ricordo nemmeno pi com'eri, quand'eri mio fratello, cio quand'eravamo bambini. Ora tu sei un altro.
Fece una pausa, indi ricominci:
Del resto  naturale che fra noi ci sia una differenza. Tu hai avute tante altre amanti, sei stato carezzato, baciato, adorato da tante... Quello che puoi avere per me somiglia tutt'al pi al desiderio che potresti avere d'un'altra. Invece io...
No, Lora, questo non lo dire! non lo dire!  assurdo! Ma dunque non vedi che faccio sopra me stesso uno sforzo terribile per salvarti?
Per salvarmi? Per salvarmi, dici? Ma io non voglio essere salvata! A che scopo? Perch un giorno magari mi prenda Rafa, od un altro come Rafa? Io sono libera, capisci? padrona di fare con me quello che voglio. E son io che ti cerco, non tu. Se hai paura del rimorso, io lo voglio portare tutto su me stessa. Guarda: ragiono freddamente, so quel che dico. Amo te, voglio esser tua; solo questo mi piace. Voglio carezzarti, farmi carezzare, viverti vicino, essere innamorata di te, gelosa di te... E son io che voglio, non tu; io sola... ti basta?
Egli guard quella fanciulla di vent'anni, quel fiore semplice, che aveva un clice cos profondo e maturo, cos odoroso e perverso. Una specie di ammirazione tacita nacque in lui, come se ne avesse paura.
Loretta, egli disse, alla tua et non si pu saper ancora cosa  bene e cosa  male, o per lo meno qual  il male troppo grande.
Il male troppo grande  non avere il coraggio d'essere felici, ella disse, inconsapevole forse delle sue parole.
Entraron due giovini bellimbusti, allegri e chiassosi, che imbaldoriavano quella sera in compagnia di due cortigianelle, cos rosse di belletto e cos eccentricamente vestite, che molti, fra que' satolli borghesi, ebber l'aria di scandolezzarsene. Le due ragazze ciarliere, tenendosi al braccio dei lor galanti, camminavan sui tacchi alti con un passo dinoccolato ed uno sconcio dimeno dell'anche, ogni tratto scoppiando in certe risate stridule che ferivano i timpani altrui come la nota falsa d'una chitarra scordata. Eran gaudenti o nottambuli di basso ceto e donne di bassa galanteria; adocchiaron passando la tavola d'Arrigo; un d'essi lo salut. Conoscenze antiche, forse del tempo ch'egli tavernava con una cricca di fannulloni equivoci per le bottiglierie malfamate. I sopraggiunti sedettero ad una tavola vicina e si misero manifestamente a parlar di lui. Arrigo, intuendo i loro discorsi, per la prima volta si doleva che lo avessero sorpreso in quella trattoria campestre, quasi clandestina per un giovine signore, e sorpresi lor due soli, che parevano amanti, che dovevano a tutti parer amanti, e forse portavano impressa nel viso l'incancellabile ombra del loro peccato.
Loretta cap che qualcosa lo molestava e domand:
Chi  quel tale che t'ha salutato?
Un avvocatello senza clienti, rispose Arrigo;, un brutto tipo.
E quelle due ragazze?
Oh, non saprei!
Discorrono di noi
Me ne sono accorto.
Cosa posson dire?
Nulla di buono, certo. Mi spiace molto che ci vedano insieme, perch il mondo certe cose le indovina, e Dio sa come.
Credi?
Non costoro, forse; ma quando ci saremo fatti vedere troppe volte insieme, qualche altro, chiss mai...
Bene, in sguito vi penseremo.
Entrambi tacquero. Nel giardino le risate squillavano; chi aveva troppo mangiato lasciava che il proprio stomaco operasse in pace la fatica della digestione; frattanto, nel calor del vino, si tenevan propositi gai. Ai bimbi s'era lasciata la briglia sul collo e scarrieravano con alti gridi sotto i pergolati; uomini e donne, con quella vampa di ardore nel viso che vien dal cibo soverchio e dal generoso vino, riversavan su le tavole ancor ingombre il sale dell'aneddoto, il pepe della barzelletta grassa. I mariti, gli amanti, gli innamorati pensavano alla notte vicina.
Su in alto si danzava. Quel flutto di musica un po' tempestosa traboccava sul terrazzo dalle finestre aperte; ogni tanto una ragazza vi si affacciava, tutta accaldata, i capelli in disordine, con un amator mellifluo che le stava intorno. Respiravan una boccata d'aria, e via di nuovo, strettamente, accanitamente, nel tramesto della danza.
Ogni tanto, se il vento serale passava con una larga ondata sul padiglione in fiore, tutti quei grappoli azzurri, esuberanti e grevi come la pi ricca vendemmia, spandevan sopra il giardino un lungo e profumato brivido, lasciavan cadere a scosse qualche fiore morto, che lungamente strisciava su la ghiaia, di qua, di l, dappertutto, con un prolungato frusco.
Tre girovaghi entrarono, e nelle pause del pianoforte si misero a cantar serenate.
Que' due che s'amavano, d'un tratto non parlarono pi.
La sera, e la musica, e quel profumo d'aperta campagna, tormentavan la tristezza del loro sogno nascosto. Volersi bene era triste, desiderarsi era un grande peccato, rifiutarsi l'uno all'altra era pi che soffrire...
Egli chiam il cameriere, pag in fretta, disse alla sorella: Andiamo, camminiamo.
Uscirono. S'era levata una chiara luna su la campagna imbiancata; i fossatelli ne stralucevan a distanza; gli alberi, or folti or radi, segnavan nella purit della notte certe immobili ombre, quasi violette.
Presero fra i campi. Il grano verde balenava di fili d'argento; un'acqua corrente, nascosta, forse lontana, mandava un rumor cos lieve che pareva esser solamente una freschezza.
Ella diede il braccio al fratello; le lor ombre commiste li accompagnavan nel chiaro di luna.
Mi vuoi bene? ella domand, piano, avvincendosi a lui. Egli sciolse il braccio, lo gir intorno alla sua cintura, se la strinse vicina, senza rispondere.
Passavan sotto grandi alberi, poderosi di antichit, vivi d'una occulta vita notturna.
Allora, paurosamente, in quell'ombra si baciarono. Bocca su bocca, nel profumo della notte, nel tremore dei loro sensi, follemente si baciarono. Quel bacio li percorse dalla fronte alle caviglie come una molteplice carezza, li snerv, li vinse, fece del loro amore un nodo strettissimo e doloroso.
C'era nel breve bosco la menta selvatica che odorava troppo forte.
Piangere, dolersi, ridere, traboccare di gioia, sentire che le vene battono, ebbre, con un delirio pieno di tormentata felicit... Quel bacio si moltiplic su la bocca, su gli occhi, su la fronte, sul collo... su la bocca.
Essere cos pieni d'amore, e non potersi amare! Essere cos vicini, cos soli, in una bianchissima notte, con la viva primavera intorno, la primavera che soverchia e d la vertigine... L nel bosco, tutte l'erbe odorose che vampavano come incensieri; la menta, il basilico, la ruta; un'acqua che passa nascosta, una mandolinata che trilla, gi lontana; tra il fogliame, per la campagna rorida, i gelsi torti, gli albicocchi tutti un fiore...
Guardarono in su, tra il fogliame; videro il cielo pieno di stelle. Cadevan, le piccole stelle, per l'aria infocata, come una pioggia, un turbine di minute scintille rosse...
Ella era di loro due la pi forte, perch del peccato non conosceva che il nome: egli era il pi sperduto ed il pi ebbro, perch del peccato godeva sino al fondo l'estenuante malefizio.
Questa passione gli devastava il cuore con artigli e con spine, logorava lentamente la sua tenace volont. Gi stava presso a dimenticare, a vincere il nome insormontabile, (un nome... aveva ella detto, cos' un nome?...) e gi guardava con occhi limpidi nel peccato mortale. Voleva esser cinico, apparecchiarsi una festa soave, non sciupare un fremito, goderne con lentezza e maestria... Si lasciava cadere a poco a poco, insensibilmente, nella tentazione, quasi per avvezzarsi a quel coraggio formidabile.
Ma quando era gi per dire a s stesso, ed a lei, la parola pi temuta, un rombo enorme saliva nella vastit del suo spirito, e subitamente, quasi venisse chiss da qual remota lontananza dell'essere, quasi risorgesse di sotto il peso della sua volont, quasi fossegli commista nel sangue, indistruttibile tra i suoi fantasmi, una immagine fredda, malinconica, gli appariva nella mente.
E vedeva la faccia del suo padre, immiserito dalla vecchiezza, affaticato dalle sventure, guardarlo con que' suoi pallidi occhi, pi dolorosi che gli occhi d'un animale ferito, guardarlo e ripetergli mutamente, come quando era uscito dalla casa: Sei stato tu! sei stato tu!...
Ella, questi fantasmi, non li vedeva; ella fissava il peccato pi grande con la pi piccola paura. Non aveva in s che una forza: quella del proprio desiderio; una sola incoscienza: quella della propria femminilit. Nel suo turbato cuore di vergine il senso della tragedia si disperdeva in un sottile piacere.
Poich nell'amarlo non cercava in lui che un amante, cos le pareva naturale dirgli: Prndimi nelle tue braccia, se anche porto un nome che ti fa paura! Prndimi e stringimi, per questo, pi forte! Poich vicino a lui si sentiva protetta, invaghita, sottomessa e piena di brivido, poich'egli guardandola, toccandola, esasperava il suo tormento di vergine, l'altre paure, l'altre angosce, non erano per lei che ripudiabili ombre.
E cos gli diceva con persuasione, con impeto, la parola pi temuta, perch'egli la conducesse via con s, verso la camera dove sarebbero stati soli, nel cuore della notte, senza che sguardo umano li vedesse.
E sognava egli pure quella camera, la camera dove lentamente, paurosamente, l'avrebbe svestita, velo per velo, con brividi, come si scopre un tesoro vietato.
Avrebbe veduto prima la sua gola bianca, turgida apparire, poi le tenui braccia odorose, con i polsi azzurri di vene, che avrebbero fatto un nodo, un nodo forte nello spasimo, intorno al suo collo, ed il seno ancora non baciato, erto, consapevole dei baci, divise nel mezzo da un'ombra che vestiva naturalmente la sua nudit...
Ed egli pens di spegnere il lume nella camera per aver pi coraggio, ma desider filtrasse un chiarore, una penombra man mano pi discernevole, forse dai lampioni della contrada, forse da una lampada velata nella stanza vicina. E sent l'odore del suo corpo disciolto, quello stesso, ma pi dolce, ch'ell'aveva su la bocca, nel baciarlo; un odore intenso e molteplice, che le fioriva dalla pelle, come se nelle pieghe del suo corpo fossero nascoste rose. Assapor la freschezza di quella carne primaverile, immagin di carezzare la sua tonda spalla ignuda, insinu la mano brancolante nel tepor vellutato delle ascelle, si raccolse nelle strette braccia il suo busto flessibile come un virgulto, sent contro s stesso il palpito infrenabile del suo grembo, il viluppo della persona ch'ella farebbe contro la sua persona, per offrirsi e per difendersi, concep la gioia selvaggia di poterla tramortire, le intese nella gola il rantolo della verginit fuggente, la ud piangere nell'ebbrezza, ridere nel dolore... poi la vide com'era, snella, arcata, forte nella sua tenuit, impallidire un momento di quel pallore ch' presso alla morte, e balenar tutta bella d'amore in quell'odio esultante con cui la vergine si d...
Ma d'improvviso ella si era sentita male. Veramente, come nella sua visione, egli l'aveva veduta sbiancarsi di quello stesso pallore, s'era sentito afferrar le braccia dalle sue mani convulse, poi, vedendola barcollare, l'aveva sorretta contro di s.
Che hai, Lora?
Non rispose; le battevano i denti; tremava.
Lora! Lora! che hai?
Nulla... balbett, passa...
Non era che uno stordimento, e la bocca presto le risorrise. Rifecero il cammino; egli la sorresse fino alla vettura.
Il cocchiere cical; il cavalluccio riprese a trottare verso la citt del suo martirio, dove c'eran il sasso aspro, la rotaia sdrucciolevole, la posta e la stalla. Di qua, di l dalle due siepi, odorosa nella candida notte, la terra lavorata coltivava grani e frutti per la citt vorace; qualche grillo innamorato della luna levava il suo canto stridulo, infinitamente maggiore di s.
Ora le doleva il capo, aveva intorno alle tempie un cerchio ferreo, che martellava. Per lenirsi quel dolore prese una mano del fratello e se ne fasci la fronte.
Soffri?
S, un poco.
Egli le circond la fronte, da una tempia all'altra, di tanti piccoli baci.
Tienmi vicina, molto vicina... e guarir.
In un giardino che incontrarono, le rose di Maggio aprivano i lor clici gonfi di primavera.
Ti senti ancor male?
S, un male dolce...
Di l da un filare di pioppi riapparve, come una vasta nuvola sospesa nel firmamento, la vampa rossa della citt. Sopraggiunsero le prime case, con muraglie bianche di luna. Ora i grilli eran cento, eran mille, perduti nel fieno maggengo, ed uno, fra tutti pi iracondo, pareva inseguirli da presso lungo la siepe di biancospino.
D'un tratto ella rovesci la testa contro la sua spalla, come se un principio di svenimento la soverchiasse.
Rigo, mi sento male... balbett premendosi il petto.
Ma che hai? diss'egli, smarrito;, perch soffri cos?
Ella chiuse gli occhi e volle ancora sorridergli dal viso tutto bianco.
Stordita mi sento... non so...
Vuoi fermarti? Che vuoi fare?
Nulla; ora passa... passa... Ti amo...
Quando furono all'ultima cascina, il canto randagio del grillo si disperse lontano, infinitamente lontano, e mor. Ma di fronte apparve il dazio monumentale, maestoso come un arco di trionfo, sotto il cielo stellato. Le guardie daziarie, sedute presso il casello, ridevano e fumavano, ciarlando con donne di malaffare. In mezzo a frotte di bimbi alcuni vagabondi giocavano alla riffa d'un venditore ambulante; un divoratore di stoppa infiammata spalancava davanti agli spettatori attoniti l'enorme sua bocca fuligginosa.
Ti amo... ella disse ancora, in un soffio, all'amante pallido.
E il cilicio della colpa inconsumabile rivest come un mantello di spine la loro carne disperata.
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Capitolo 8.
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Arriv inaspettato in casa di Clara Michelis verso l'ora della colazione. Da qualche giorno ella non lo vedeva pi; gli aveva scritto pi volte senz'averne risposta, era stata ripetutamente a casa sua, ma senza mai trovarlo. Non poteva considerare come insolito il fatto che Arrigo la trascurasse; per egli non s'era mai dimostrato noncurante a quel segno.
La madre e la figlia stavano sedendo a tavola, quand'egli giunse. Fu il domestico a chiedergli per primo se avesse gi fatta colazione.
Poi che rispose di no, gli fu apparecchiato il posto abituale, dov'egli sedette con l'aria d'un uomo affranto.
Ho avuto molto a fare in questi giorni, disse a mo' di scusa. Perdonatemi di non essere venuto.
N la figlia n i domestici si meravigliavan ormai della sua presenza in quella casa; egli n'era divenuto un poco il padrone, tutti sapevano per qual verso, ed ormai nessuno pi vi badava. Quel giorno la sua faccia era pallida, concitata, i suoi occhi pieni di febbre, le sue mani un po' irrequiete.
Sono stato occupatissimo, ripet, come se non sapesse cos'altro dire.
Per rispetto alla figlia, Clara non rispose parola, e stette a guardarlo, a fissarlo, con i suoi dolci occhi pieni di tenerezza e di rassegnazione. Aveva un gran timore di lui quando lo vedeva giungere a quel modo. Anch'ella era sciupata, e siccome pensava di rimaner sola, era venuta a colazione in vestaglia senz'aver finito di racconciarsi. La cipria lasciava una traccia visibile su la sua pelle un po' logora; il collo, che usciva esilmente fuor dai merletti della scollatura, aveva un'apparenza di cosa malata; nel mangiare, qualche leggerissima ruga le si formava agli angoli della bocca e presso gli archi de' sopraccigli. Forse aveva pianto nella notte insonne; gli occhi le si erano come smorzati e volgevano verso l'amante uno sguardo pieno d'angosciosa dolcezza.
Adelina invece appariva tutta fresca ne' suoi diciassett'anni fiorenti; ma quel signor Arrigo la impacciava un po', quando, invece di scherzare con lei come di consueto, veniva con quella sua faccia da can mastino e la guardava ogni tanto con i suoi occhi violenti come quelli d'un uccellaccio notturno.
Cos'avete mai avuto a fare in tutti questi giorni? domand Clara finalmente, cercando che le sue parole avesser un tono scherzoso.
Molte cose, diss'egli. Vi racconter.
E sbito, per mutar argomento, si rivolse alla signorina:
E voi, Lela, come va? Cercava di sorridere, ma la sua faccia era contratta.
Lela va benissimo, rispose allegramente la fanciulla. Mi pare invece che lei non stia molto bene.
Perch?
Ma non s' guardato nello specchio stamattina?
Ah... non ho avuto il tempo di radermi la barba: ecco la ragione. Poi mi duole un po' il capo.
E non mangia?
S, mangio; ma ho poca fame.
Forse volete prendere qualcosa per il mal di capo? interruppe Clara, guardandolo con occhi gi pieni di perdono.
Grazie,  un cerchio nervoso; non importa.
Desiderate un brodo? un'ala di pollo?
Grazie, grazie; racconttemi qualcosa piuttosto.
La mamma non avr nulla da raccontarle, perch se n' rimasta in casa tutti questi giorni, disse Lela con una cert'aria di sottinteso e di malizia.
Ah, s? fece Arrigo, sogguardando rapidamente Clara.
Ma ella chin il viso e finse di non aver udito.
Allora mi racconterete voi qualcosa, disse Arrigo.
Quello che faccio io non le pu interessare: per, se ci tiene...
Sicuro.
Ma sa che  molto brutto lei stamattina!
Vi pare?
Proprio! Si curi.
Com' impertinente questa figliola! esclam la madre sorridendo.
Mi curer, fece Arrigo;, ma intanto aspetto che mi raccontiate qualcosa.
Dunque: sono stata due sere fa in casa De Vincenzi, dove la mamma non  venuta perch aveva l'emicrania, come lei stamattina. Vi sono andata con la Miss. C'era un piccolo ricevimento di signorine.
Chiss quanti pettegolezzi! egli fece, con amabilit.
Da parte mia, no; sa bene che non sono pettegola affatto. Naturalmente, se le altre parlano, ascolto. Ho inteso dire, per esempio, che il suo amico Varni ha preso a schiaffi l'altra sera un ufficiale, il tenente Maffei, quello che fa la corte alla contessina Sala, per un litigio durante una cena...  vero?
Si,  vero.
E si son battuti?
Non ancora; forse oggi, forse domani, perch i padrini hanno cercato di accomodare la cosa.
 stato per gelosia, non  vero? Cos mi hanno detto.
Esattissimo. E poi?
E poi che al teatro della Variet c' una ballerina Americana, molto bella, che balla la danza di Salom a piedi nudi... ella narr senza rossore, con una voce piena di reticenze.
Ma cosa t'interessi mai di queste cose, Lela! osserv la madre severamente.
Scusa, mamma, lo hanno raccontato; che colpa ne ho io?
Bene; e poi? fece Arrigo.
E poi che al loro Circolo si gioca ora una partita fortissima, e che forse Missolungi vincer il Gran Premio di domenica.
Missolungi no; credo piuttosto Arianna.
Ma Arianna, ella discusse, con sicura competenza, porta quattro chili di sopraccarico; inoltre don Carletto Malespini, suo proprietario, ha sempre la jettatura.
Pu darsi. Andrete alle corse domenica?
Andr con la Miss, ma nel prato. Saremo una comitiva di cinque o sei signorine.
E voi andrete? domand Arrigo a Clara.
No; sapete bene che mi ci annoio.
Una volta non era cos.
Gi, una volta... ma ora  diverso, ella disse con una certa tristezza.
Bene, ripet Arrigo alla fanciulla;, e poi?
Oh, ma lei  molto curioso, sa! E dice che siamo noi le pettegole!
Egli rise; la sua faccia sciupata dalla notte insonne per un momento scintill.
Senta, fece Lela, lei conosce bene il Max Borsaro, il minore dei due, non quello che fa il letterato, l'altro, il biondo?
S perch?
Mi dica:  vero che s'ubbriaca ogni sera, e quand' ubbriaco ne fa e ne dice di tutti i colori?
Beve molto,  vero; ma ce ne son altri che bevono pi di lui.
Solamente lui, pensi, mi hanno detto che sia fidanzato con una mia amica, la Nnaro, pensi!...
Ah, davvero? quella piccina, bionda, che si vede sempre in carrozza con sua madre, dappertutto?
S, lei. Ha diciannove anni, pensi!  carina, ma non sa pronunziare l'esse; fa ridere. Poi ha la smania di parlar francese... noti, con una pronunzia deplorevole... S, quella insomma. Di fatti, l'altra sera, in casa De Vincenzi non  venuta. Il fidanzamento per ora non  ufficiale, ma tutti sanno che avverr. E del resto, durante il carnovale, a tutte le feste non hanno fatto che ballare insieme, parlarsi piano e nascondersi.
Se  vero, gli far i miei augurii.
 verissimo; glieli faccia pure. Lui  piuttosto un bel giovane, ma un ubbriacone a me non piacerebbe. Pensi che schifo avere un marito il quale sappia sempre di vino o di liquori! Lei non s'ubbriaca mai?
Molto di rado, signorina...
Meno male! Ah, un'altra cosa...
Sentiamo.
No, questo non lo posso dire, se no la mamma mi sgrida! ella esclam, guardando la madre con una occhiata piena di civetteria.
Egli pure guard Clara, sorridendo, e disse:
Facciamo conto che la mamma non ci sia.
No, no...
Coraggio!
Bene; lei conosce quella che chiamano la Tizianina?
Di vista.
Lela!... rimprover la madre.
Eh, ormai!... Dunque m'hanno detto che ha lasciato il suo barone ed  scappata con un maestro di scherma.
Arrigo e Clara scoppiarono a ridere; quella impertinenza li divertiva; il domestico nascose la faccia nel vano del saliscendi per dissimulare una risata.
Per bacco! esclam Arrigo;, si raccontano molte belle cose nei ricevimenti di signorine.
Che vuole? Dappertutto  cos. Poi c' ancora quello che non le dico: il pi bello...
Sentiamo, sentiamo!
Ah, questo poi no! Ma le assicuro che certe amiche mie ne sanno pi... pi di lei!
Ci vuol poco, signorina; io sono un uomo serio.
Peuh... peuh!
Come? Ne dubitate? Sapete forse qualcosa anche sul conto mio?
E quante ne so! Si metta bene in mente che in citt non succede cosa, dal mattino alla sera n dalla sera al mattino, senza che noi lo si sappia. Chiss per qual verso, e per tutto arriva. Per esempio, questo  un altro discorso, ma chi ha detto che lei ha una sorella tanto carina?
Arrigo si sent rabbrividire fin nell'intimo, preso da una sottile angoscia, e mentre i suoi occhi paurosi scrutavano all'intorno, si sent a suo malgrado una leggera vampa salire al viso. Egli era sotto lo sguardo vigile dell'amante, e non seppe come dissimulare il proprio turbamento.
L'altra continuava:
Non so bene chi me lo abbia detto; non me ne rammento con esattezza. Ma lei perch non me ne ha mai parlato?
Semplicemente perch non ne ho mai avuta l'occasione, egli spieg, riafferrando la padronanza dei propri nervi.
Quanti anni ha?
Venti e mezzo.
Non frequenta nessuna societ?
Vive piuttosto sola;  una ragazza originale.
Come si chiama?
Anna Laura, ma la si chiama Loretta.
 bionda, vero?
S, bionda.
Alta?
Un poco pi di voi.
Mi piacerebbe vederla.
Un giorno o l'altro ve la far conoscere.
La colazione era finita; entr miss Dora per avvertire la signorina che si preparasse alla sua lezione di pianoforte; il professore verrebbe a momenti. Lela, con quella istintiva indulgenza delle fanciulle verso le colpe materne, comprese che la sua presenza diveniva inutile, salut l'uno e l'altra, non era indiscreta, e se ne and.
Rimasero di fronte, senz'alcun testimonio, gli amanti, nella prima inquietudine dell'esser soli, e tacquero per alcun tempo. Il caff ancor tepido fumava lievemente nelle tazze minuscole. Ella congiunse le sue mani lunghe, un po' scarne, vi poggi sopra il mento, e stette a guardarlo senza dir nulla. Negli occhi fermi le cresceva una lacrima silenziosa. Egli, un po' impacciato, a viso chino, giocherellava con la miccia del suo portasigarette, faceva e disfaceva nodi.
Perch non ti sei lasciato vedere in questi giorni? domand finalmente Clara, con una voce timida.
Non potevo, lo sai che non potevo... egli mormor senza levare gli occhi.
Non so nulla io; so che mi hai fatto morire.
Bah... non si muore per cos poco! egli esclam nervosamente.
Cosa ti ho fatto?
Tu? Niente. Anch'io non ti ho fatto niente, diss'egli divenendo aspro.
Ella fece un atto quasi umile di rassegnazione e tacque a lungo. Poi osserv:
Potevi almeno scrivermi una parola.
Ti volevo scrivere infatti, anzi pensavo di venire io stesso; ma ero cos nervoso, cos terribilmente nervoso...
Cos' accaduto?
Nulla, egli esclam quasi con rabbia; e ripet: Nulla.
Ella si lev, leggera, flessuosa, muovendo nella vestaglia di seta il suo corpo di signorina, gli si ferm presso, e con un atto dolce, che solo hanno le antiche dolorose amanti, gli carezz i capelli.
Sei triste?
Egli non rispose.
Sei malato?
Egli le prese repentinamente un braccio, che aveva nudo fino al gomito fuor della manica larga, e lo baci.
Si levarono; andarono in una saletta vicina, una di quelle stanze intime che la signora d'una casa adorna con amore con leggiadria, perch somiglino a lei stessa; e rimasero in piedi, vicini, perplessi, come se ubbidissero entrambi ad una specie d'esitazione.
Sui tavolini le scatolette d'argento, le boccette di cristallo, scintillavan nella penombra; un buon odore di mughetti freschi empiva la stanza.
Ella conosceva quelle ore, conosceva quel viso di lui. Dalla tenda pertugiava un vapor di sole color d'ambra.
Che hai dunque? domand con paura.
Ho perduto ancora, disse Arrigo duramente, senza guardarla.
Ah... ella fece, impallidendo. E chinato il viso, rest a fissarsi la punta della scarpina, che si agitava fuor dalla balza della vestaglia ondosa. Una lacrima le scivol dalle ciglia per il viso bianco.
Stanotte? gli domand.
Stanotte, ieri e prima d'ieri: tutti questi giorni, egli spieg sordamente. Una pausa, una lunga pausa, da entrambe le parti, angosciosa.
Molto?
S, molto. Ho pagato tutto quel che potevo, non ho pi nulla e devo ancora.
Perch hai fatto questo? ella mormor timidamente. Mi avevi giurato...
Non tormentarmi, Clara, non tormentarmi! Se tu sapessi!...
In verit pareva un uomo perduto; la disperazione alterava il suo viso.
Clmati, ella fece mansuetamente. Non dico nulla.
Ma una specie di singhiozzo le contorse la bocca. Ella era quasi povera: s'era impoverita per lui.
Quanto devi? domand.
Quindicimila lire, e per questa sera. Buttava le parole aspramente come se gli ardessero la bocca. Ne ho pagate settantamila in tre giorni, ne devo quindici ancora.
Ella si lasci cadere le braccia lungo i fianchi con un gesto pieno di sconsolatezza, e disse fievolmente:
Sai bene che non posso pi...
Ma io non ti chiedo nulla! egli rispose con ira, scrollando le spalle.
Una luce tetra gli balen negli occhi, una specie di sarcastico riso gli orl la bocca; s'and a cacciare in una poltrona profonda, piegando il mento sul petto.
Non fare cos! non fare cos!... ella gemette, cacciandosi le dita fra i capelli, premendosi forte le tempie come per contenerne i battiti. Poi cammin verso di lui quasi macchinalmente, s'inginocchi sul tappeto come se vi cadesse, e poggiandogli la fronte su le ginocchia ruppe in lacrime.
Egli le pos una mano su la nuca, lievemente; si morse il labbro, come per inghiottir qualcosa d'amaro che gli salisse alla gola, e con una voce soffocata le disse appena:
Via, non piangere...
Ma ella singhiozzava pi forte.
Clara... preg egli, scoprendole dai capelli tutta la fronte.
Ella si lasci sollevare; gli mise le braccia intorno al collo e nascose contro una sua guancia la faccia bagnata. Nel piangere lo baciava.
Or da una sala pi lontana si cominciaron a udire le note del cembalo, durante la lezione di Lela.
Suonava una canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non dia pace. Ogni tanto s'interrompeva; la mano del maestro correggeva un accordo, rifaceva una battuta; qualche attimo di silenzio, e Lela tornava da capo.
Clara, non piangere...
Fra le lacrime aveva gi un sorriso.
 stata una grande aberrazione, spieg Arrigo. Ho perduta la testa. Non so... forse mi volevo stordire. Di cosa? Non ti saprei dire. Tre notti, quattro notti, senza quasi chiuder occhio. Giuoco e perdo, perdo senza rimedio, perdo senza interruzione. Ho lasciata la tavola poche ore fa. Nessuno mi ha risparmiato, e, capisci, ne' miei panni, se non pago  la rovina.
S, capisco; ma clmati, non ti crucciare.
Lo carezzava, piano, come una madre.
Ah... sono disperato! egli esclam in un accesso di scoramento.
Taci, non dire cos.
Vedi: la mia vita  sempre in bilico sovra un precipizio. E tutti rideranno quando finalmente vi cadr.
Povero amore mio... senti, senti... non devi dire queste cose. A tutto si rimedia. Io...
No, tu no! Tu sei stata sempre troppo buona con me.
Ella trasse un profondo sospiro:
Oh, se mi ascoltassi un poco!... se tu mi volessi ancora un po' di bene!...
Te ne voglio, Clara, lo sai...
No, no... E c'era nel suo viso l'espressione d'una rinunzia inconsolabile.
Non piangere dunque. Sii buona, gurdami. Se tu sapessi quanto mi ha fatto bene venire qui. Ero come un pazzo. Ma non piangere, via, non piangere!
Con un fazzolettino minuscolo ella si rasciug gli occhi; ma pi li tergeva, e pi eran lacrime nuove. Allora egli la baci su la bocca, su gli occhi, su la fronte. Quella bont e quel dolore lo vincevano insieme, senza simulazione. Ella, incoraggiata, insinu le dita fra i suoi capelli folti. Era in lei un gesto abituale; quelle sue lunghe dita sottili vi entravan come un pettine.
Se fossi ancor ricca come una volta... ella disse. Ma vedendo ch'egli si turbava, sbito corresse: No, non sei stato tu: siamo stati un po' noi, tutt'e due insieme... Bisogner mettere un sesto a tutte queste cose. Ho molte gioie ancora, ho la casa... Dovresti aiutarmi.
S, Clara, vi penseremo.
C' anche un po' di denaro alla Banca, ma quello...
Non voglio, non voglio, Clara!
Con una carezza ella gli impose di tacere.
Quello  di Adelina, e non dovrei toccarlo. Ma, insomma... lo render. Certo: noi venderemo la casa, perch Lela non ci deve perder nulla,  vero? Ma anche tu non devi soffrire. Io non posso vederti cos. Va presto, va e ripsati. Non pensare pi a nulla. Dormi qualche ora. Io telefoner sbito all'amministratore. Mi far certo una scenata... ma non importa.
No, Clara, non voglio! non  possibile! non posso pi accettare! egli esclamava con sincera veemenza. Sono venuto da te perch mi sentivo solo e perduto... ma non voglio rovinarti ancora. Potr forse trovare altrove quel che mi abbisogna; lasciami cercare almeno.
Ella strisci contro di lui, lo avvolse nelle sue braccia deboli, sorrise con fedelt, vicino alla sua bocca.
No, amore, tu devi solo dormire, fare un buon sonno; vedi come sei stanco? Prima di sera tutto sar in ordine. Non pensarvi pi.
Come sei buona! come sei buona!... egli balbettava, un poco tremando. E con un atto di vera ribellione contro se stesso:
Ah, che vigliacco sono io! esclam.
Taci, taci... ella disse chiudendogli la bocca. Va e dormi. Riposa tranquillo fino a sera. Verr a svegliarti io, se vuoi... Fece una pausa, le si gonfiaron un po' le vene del collo, gli occhi le brillarono;, Vuoi?...
Egli vide in un baleno il gran letto su cui s'era seduta Lora... Una terribile ombra gli si addens nella fronte.
Vuoi?... fece ancora l'amante.
S, vieni, diss'egli con una voce opaca. E non la guard.
Lela riprendeva la canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non dia pace.
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Capitolo 9.
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Qualche giorno dopo era la Domenica del Gran Premio. Un ippodromo sfavillante attendeva la maggior prova dell'anno. Il prato, invaso da una moltitudine tumultuosa come un mare, spariva sotto l'ondeggiare degli ombrellini aperti e dei cappelli chiari, che luccicavan nella vampa del sole. Lungo gli steccati s'eran disposte in triplice fila le vetture stracariche di gente, che, ritta sui sedili, trepidava e si agitava nell'attesa della prova solenne. Sotto le tettoie vampanti gli scommettitori urlavano le quote, cinti a tracolla d'una borsa gonfia di denaro, e dall'alto scanno dominavano la folla come forsennati arringatori.
Dall'altro lato della pista le tribune parevano immensi alveari umani, gremite le scalinate, gli spalti, i terrazzi; maraviglia di colori tra il verdeggiare degli alberi, sotto il limpidissimo cielo.
Tutta la citt era uscita dalle sue mura per invadere l'ippodromo: gente latina, memore de' suoi circhi romani, applauditrice d'aurighi, amatrice di competizioni, partigiana d'un colore. Dalla tribuna reale assisteva un Principe con la sua corte; intorno a lui, dame e gentiluomini occupavano le gradinate. Tra le rose rampicanti, che assalivano le ringhiere e i terrazzi delle tribune, pendevan grappoli di belle donne, uscite in abito primaverile con la primavera nel viso; nascosti gioielli che raramente la citt operosa pu raccogliere insieme.
Abbasso era un correre, un ondeggiare, uno scambiarsi frettoloso di saluti e di pronostici. Gentiluomini gravi, con l'abito grigio a lunghe falde, il cappello a tuba, il canocchiale a tracolla, radunati in crocchio a discutere animatamente; bellimbusti e Mammagnccoli, veri signori della pista, che affettavano volentieri, secondo la moda inglese, di giungere a quel solenne convegno in abito da mattina; giovani patrizi, attillati, composti come ad un ricevimento, al sguito d'una o di pi nobildonne, dispensando sorrisi, avanzando i loro pronostici raccogliticci, offrendo di giocare in societ; giovinottini di primo pelo, incerti ancora se scegliere a modello della propria vita Lord Brummel o don Giovanni Tenorio, che andavano in giro a saettar d'occhiate irresistibili tutte le belle ragazze, con la tessera di soci bene in mostra all'occhiello, un binoccolo enorme, e certe pose ancor dubbie fra il dandy e l'allenatore; vecchi scapoli, dai calzoni a quadrettini bianchi e neri, le marsine fuor di moda, la tuba d'altri tempi, che trascinavan dietro qualche sottana il passo un po' spinitico, parlando dei Grandi Premi di tanti anni fa, quando non c'erano ancora l'automobili disadorne, ma si contavano a decine i tiri a quattro, i tiri a sei...
Giuocatori accaniti che odiano la folla, vorrebbero l'ippodromo tramutato in una bisca, vanno, vengono, si consultano, contano denaro, si bisticcian coi pubblici scommettitori o cavano l'oroscopo della corsa dopo averne escogitate tutte le possibilit. Proprietari di scuderia che si dnno un gran da fare; poi si lascian carpire qualche misteriosa informazione da qualche bella signora, passeggiano con l'allenatore parlando inglese, un inglese molto stretto, e irreprensibilmente vestiti vanno prima della corsa a carezzare il muso del proprio cavallo e rivederne l'imboccatura. Fantini amenissimi nella loro piccolezza, nutriti di carni sanguigne, arsi dal wisky, cinti gi dei loro colori, con un soprabito cortissimo color nocciuola, simili un poco ai pagliacci dei circhi equestri, quando, gi infarinati e dipinti, s'infilano la giubba e msticano un mozzicone di sigaro, fra un numero e l'altro dello spettacolo in cui dovranno far ridere.
Ufficiali di cavalleria che sperano in questa come in ogni altra occasione per innamorare una ragazza ricca o debellare una bellezza resta; negozianti arricchiti, venuti con lucidi equipaggi, studiosi d'accedere per mezzo di lente insidie ai chiusi olimpi mondani; cortigiane un po' sciupate dalla notte di vigilia del Gran Premio, notte in genere assai clamorosa ed irrigata di Sciampagna; cortigianelle di minor conto, vestite dalle sarte dei quarti piani, che han rinfrescato alla meglio un cappellone da sera, si son comprate un ombrellino nuovo, e molestan d'importune familiarit chi non vorrebbe affatto ricordarsi d'averle per caso conosciute una sera. Cortigiane libere, venute sole, con una certa spigliatezza di sportswoman, in abito di taglio inglese, armate di binoccolo, con il programma ed una matita nella mano inguantata. Allegre, ciarliere, adorne di ricchi gioielli che portano con semplicit, noncuranti di sciuparsi l'abito, passano e ripassano come palafrenieri tra i cavalli sellati, giocano pacchi di biglietti, commentano le partenze, salgono in piedi su le seggiole per seguire la corsa, riconoscono i cavalli a tutte le curve, sanno gli ordini di scuderia, vedono chi trattiene e chi taglia la strada, bestemmiano qualchevolta agli arrivi, e traversano i crocchi di signore con una certa millanteria, contente d'avere in comune con esse la medesima sarta e le stesse avventure d'amore.
Fra tutta questa gente, quelle povere bestie che ne fanno le spese: i cavalli da corsa, malcontentissimi d'essere puri sangue, cio d'aver perduto a poco a poco, in una lenta evoluzione, tutto quello che li faceva somigliare ad equini, per chiudere in una pelle succinta la lor sottile carcassa di spartiventi e mettersi a galoppare come dannati sotto la frusta e lo sprone, portando su la groppa, rannicchiata, una piccola scimmia curva e leggera.
Per lo sterrato ch'era intorno alle tribune Loretta passeggiava insieme col fratello, divertendosi d'ogni piccola cosa, domandandogli un'infinit di spiegazioni. Arrigo le aveva scelto un abito ch'era un piccolo capolavoro di grazia e di rarit, d'un colore quasi biondo, quel colore che ha talvolta nel bicchiere il vin del Reno sotto la luce d'un paralume rosso, e che pure han talvolta certe rose, nell'aprirsi, fra il giallo della rosa tea e l'incarnato della rosa di Francia; un colore che somigliava a lei, poich'era voluttuoso, morbido e leggero.
Portava un gran cappello di paglia, fiorito, leggiadrissimo, con l'ala da un lato curva su l'orecchio e sul viso, dall'altro ripiegata spavaldamente alla carabiniera; portava un ombrellino alto di manico, intonato con il colore dell'abito. Da quella seta e tra quei fiori la sua personcina un po' frivola, piena di irrequietezze, bella di naturali armonie, traspariva come una statuetta ben modellata, che fosse appena ravvolta in una carta velina. Camminava di qua, di l curiosamente; tutto la interessava, ogni cosa le piaceva.
Ella era nata per essere tra quei lussi, per divertirsi di quegli svaghi, per vedersi dagli occhi altrui desiderata con una certa insolenza. La bottega paterna era gi cos lontana da lei e dalla sua immaginazione, che le pareva di non esserne mai stata prigioniera. Per un istinto femineo, svegliatissimo in lei, aveva osservate le donne eleganti nei loro abiti e nei loro atteggiamenti, sicch le riusciva molto facile imitarle; non le invidiava gi pi; sapeva di possedere nella sua giovinezza, nella sua freschezza, un valore inestimabile.
Portava un ciuffo di riccioli rimessi, dietro, su la nuca; e ci le stava bene; aveva raccolto il biondo peso de' suoi capelli sul lato che rimaneva scoperto per la rovesciatura dell'ala, e cos parevano pi voluminosi ancora.
Vicino a lei Arrigo si sentiva triste; una tristezza profonda, quasi un male, assaliva il suo cuore colpevole; poich la sua bellezza insidiosamente lo pungeva, come una rosa dallo stelo irto di spine.
Lo pungeva con la sua voce troppo chiara, che talvolta si velava di suoni torbidi nel parlare a lui, con lo sguardo lieve de' suoi occhi ridenti, che avevan di continuo sotto le ciglia un fuoco nascosto; con la forma del suo corpo femminile, ch'era troppo agile, troppo arcato, troppo desideroso d'offrirsi al piacere degli uomini.
Gli pareva che tutti indovinassero la sua sofferenza inconfessabile, vedessero in lui palesemente la colpa mostruosa, e dietro le sue spalle ne parlassero, piano, ma continuamente. Una specie di oscura gelosia cominciava a nascergli nel cuore, nei sensi torbidi, e guardava talvolta gli ammiratori della sorella con una irritazione d'amante sospettoso.
Avrebbe voluto condurla via, per s solo, in una casa nascosta, in una terra lontana, e l, forse, osare... osare quel grande inconsumabile peccato.
Dimmi, Arrigo: dove partono i cavalli?
Non vedi? Partono laggi.
Erano su la tribuna, ritti, vicini, fra la gente che assiepava. Egli addit verso il fondo della dirittura i nastri abbassati, l dove il giudice di partenza ordinava i competitori.
Come si chiama il nostro cavallo?
Dmino.
Lo abbiamo vincente o piazzato?
Uno e l'altro.
Che colori porta?
Giubba rossa, tracolla nera.  il terzo, vicino allo steccato.
Dammi il canocchiale.
Per guardare si protese innanzi, afferrandosi al suo braccio.
Non vuol star fermo, disse.
 un cavallo bizzarro: se parte bene vince, se no...
Sono partiti!... ella esclam, stringendo il suo braccio. Dmino  davanti!
C' tempo, egli fece; e si mise a guardare.
Passarono in gruppo serrato, levando su dal terreno un rimbombo veloce; alla curva si piegarono come un sol corpo su lo steccato.
Dmino cede, disse Loretta che li seguiva palpitante.
No,  tenuto, rispose Arrigo. La corsa per lui  ottima.
Si confusero laggi, tra gli alberi. Ogni tanto, nel folto, un po' di bianco, di giallo, di rosso, e qualche criniera. Comparvero lontani, all'ultima curva, gi distanziati l'un dall'altro, e bassi, appiattiti sul terreno, fra un saettar di scudisci, sbucarono in dirittura.
Sono tre, mi pare, insieme, disse Loretta.
No, Dmino  sempre in testa, ma per poco, fece Arrigo, attento al canocchiale.
Giungevano. Da la folla si levava qualche clamore, qualche nome indistinto:
Dmino! Dmino! Canopic! Smallah!....
Vince! vince! esclamava Loretta, stringendo nervosamente il braccio del fratello.
Erano alle tribune, in quattro, lottando, vicini. E la folla pareva spingere col suo fiato, con la sua forza, il cavallo per cui parteggiava.
Smallah!... Smallah!... fu da pi parti un grido.
Al diavolo! esclam Arrigo. Dmino  battuto.
A pochi metri dal traguardo la piccola morella montata in giubba verde, era scattata fuori, per una corta incollatura, e vinceva.
Smallah! Smallah! si url da pi parti, applaudendo. E nell'aria oscill quella specie di pausa che segue le prolungate concitazioni, come avvien nel mare dopo l'ondata.
Che peccato! fece Loretta. Hai perduto allora?
Ho Dmino piazzato e non perdo nulla; ma credevo di vincere.
Ti secca molto? ella domand al fratello, vedendolo un po' rabbuiato.
Bah! sono sciocchezze! Andiamo.
Scesero. A pi della scalinata s'incontrarono viso a viso con Rafa. Tutti e tre, per un moto istintivo, rimasero perplessi.
Addio, Giuliani, disse Arrigo seccamente.
Buon giorno, Ferrante, rispose l'altro, molto impacciato, levandosi il cappello con un saluto cerimonioso. Loretta, ch'era pi padrona di s, gli mand un rapido sorriso. Arrigo fece atto di proseguir oltre, ma Rafa, superata la prima confusione, mostr di non volerli abbandonare. Dopo lungo riflettere aveva concluso fra s che il miglior espediente fosse quello di farsi presentare a Loretta dallo stesso fratello, e ne spiava l'occasione.
Hai vinto, Arrigo? gli domand.
Stava di fronte a loro, fra le due ringhiere della scalinata, ed impediva il passaggio.
Ho Dmino piazzato, questi rispose, non potendo farne a meno.
Ed ora che giuochi? Dammi un buon pronostico.
Nel Gran Premio ho gi presa Arianna: ma voglio coprirmi sul cavallo francese.
Quale? Fontenay?
No, Gabriel. Fontenay non pu far nulla. Ho visto i galoppi.
Loretta era rimasta un passo lontano, quasi nascosta nel cespo di rose che s'arrampicava su le colonne della tribuna. Disegnava qualche arabesco nella ghiaia con la punta dell'ombrellino ed ascoltava i discorsi dei due con un'aria indifferente.
Ho inteso dire che Missolungi pu vincere, ella fece d'un tratto, levando il viso, con l'aria pi naturale del mondo.
Vuoi presentarmi a tua sorella? domand Rafa, con voce titubante, arrossendo un poco.
Arrigo esit un attimo, impercettibilmente.
Volentieri, disse. E fece la presentazione:
Il conte Raffaele Giuliani; mia sorella Anna Laura.
Loretta gli tese la mano, garbatamente, con la maggiore tranquillit; egli s'inchin profondamente, per nascondere la commozione che lo turbava.
In quel momento il viso di Arrigo si oscur, divenne perfido e minaccioso.
Andiamo a vedere le quote, disse con asprezza.
Dunque lei crede in Missolungi, signorina? domand Rafa, che intanto le si era messo a lato.
Io non me ne intendo affatto, sa!... Ma ho inteso dire che questo cavallo possa vincere.
Missolungi ha senza dubbio molte probabilit in suo favore; sopra tutto il peso, afferm il Giuliani.
Missolungi  un ronzino! disse Arrigo aspramente. Sar finito a mezzo il percorso.
Scusa, ha pur vinto il Derby lo scorso anno, osserv Rafa.
Gi... un caso! Missolungi, qui, non pu far nulla. Questa corsa  fra tre cavalli: Arianna, Gabriel e Bloomy Boy. Li vedo arrivare in quest'ordine.
Voialtri intenditori di corse, disse Rafa, vedete spesso il rovescio di quello che poi accade.
Bah!... e tu cosa vedi, se  lecito?
Io per solito gioco un outsider. Scelgo il nome che mi piace di pi, e, se guadagno, mi pagan molto.
Un bel sistema, non faccio per dire! E qui cosa scegli allora?
Sono incerto fra Eglantine e Thermosiphon.
Per bacco! non c' da esitare: scegli Thermosiphon.
Sono anch'io di questo parere, disse Loretta ridendo.
Infatti lo dnno a venti:  una buona quota.
Si avvicinaron allo scommettitore; Rafa si tolse di tasca due biglietti da cento e li tese al bookmaker.
Thermosiphon vincente, disse forte, per far ridere alcuni amici ch'erano intorno.
Quattromila per duecento Termosiphon vincente! rispose lo scommettitore, firmando la tessera.
E urlava:
Due e mezzo Arianna! Gabriel a due... Quattro Bloomy Boy!....
Il francese parte favorito, osserv Arrigo. Tre giorni fa lo davano a cinque.
Bloomy Boy a quattro quinti piazzato... Gabriel piazzato a mezzo... annunziava lo scommettitore.
Arrigo si fece innanzi tra la folla, con un biglietto da cinquecento in mano, e domand piano allo scommettitore:
Bloomy pari piazzato?
Non posso.
Via!... cinquecento lire....
Vanno!
Rafa, rimasto un momento solo con Loretta, ne aveva profittato per dirle:
Venite domani, vi prego! Da tanti giorni non vi rivedo pi... Cosa mai succede?
Silenzio, silenzio, per carit!
Ditemi almeno cos' accaduto? Non so pi nulla, non mi scrivete....
Per l'amore di Dio, Rafa...
Promettimi almeno che scriverai.
Scriver, scriver, ma tacete ora. E aggiunse forte: Sarebbe una bella sorpresa se arrivasse Thermosiphon!
Se arriva, tu mi avrai portato fortuna, egli osserv amorosamente, piegandosi un poco verso di lei. E sottovoce le disse: Come sei bella!
Oh, insomma... cos' questo?! ella esclam, battendo l'ombrellino a terra con sbita irritazione.
Rafa prese un atteggiamento assai corretto, poich il fratello tornava.
Cos'hai giocato ancora? domand Loretta.
Bloomy Boy piazzato.
E Gabriel?
Gabriel no. Non posso giocare tutti i cavalli, ti pare?
Me lo avevi detto prima tu stesso... ella osserv, intimidita di quel tono aspro.
Certo; ma non sapevo che partisse favorito. Se poi arriva, tanto peggio per me!
Posso offrirvi un bicchiere di Sciampagna? propose Rafa.
Vuoi bere, Loretta? domand Arrigo.
S, volentieri: ho sete.
E allora beviamo.
Loretta not che il fratello era di cattivo umore; camminando appoggi la mano sovra il suo braccio, lo strinse furtivamente.
Che hai? gli domand sottovoce.
Egli scroll il capo senza rispondere.
Passarono davanti alle tribune, per il largo recinto, che nell'imminenza della gran corsa era ingombro d'una folla irrequieta e mutevole.
Il cielo s'era coperto un poco; certi grevi nuvoloni, d'un color di piombo e d'oro, salivano sopra la citt lontana, oscurando il sole. Simili a grosse navi cariche, avanzavano su per il cielo da pi lati e cozzavano insieme, inglobandosi; oppure il vento li divideva, li strappava a fiocchi, come enormi cumuli d'ovatta. Gli alberi dell'ippodromo cominciavano a scapigliarsi; la folla umana, che come le mandrie d'animali non ama l'acqua, si atteggiava tutta insieme a quella paura sorridente che d, sotto il cielo scoperto, l'imminenza d'un temporale.
Una folata impetuosa di vento scompigli le gonne delle signore, minacci di spezzare i loro esili ombrellini e fece volare in aria qualche cappello d'uomo. Si udirono le risa argentine delle investite squillare sopra il fragore della moltitudine.
Speriamo non piova, disse Rafa, entrando nella sala della bottiglieria;, un acquazzone guasterebbe il ritorno.
Pazienza! disse Arrigo;, ci bagneremo un poco.
Come siete venuti alle corse?
Col mio tilburi.
Caso mai, fece Rafa, la mia automobile si pu chiudere. Se volete profittarne....
Grazie, grazie; forse non piover.
Il sole tornava, spariva, tra nuvole di piombo e d'oro; il vento infuriava negli alberi antichi.
In piedi, vicino al banco, si fecero servire lo Sciampagna, ch'era mesciuto con una scodella da un gran vassoio, nel quale raggelava, misto a neve e spicchi di frutte.
Bisogna far presto per vedere la corsa, disse Loretta.
Lei s'interessa molto de' cavalli, signorina?
Me ne interesso molto; per vengo alle corse assai di rado.
Male! Spero che d'ora innanzi divenga un'assidua.
Arrigo leggeva attentamente un giornale di pronostici, sorbendo con lentezza la bevanda raggellata. E l'uno e l'altro, mentr'erano cos vicini, Loretta li osservava.
Suo fratello era un poco pi alto di Rafa; aveva una persona meglio costrutta, e pi agile, pur essendo pi forte. Il viso di Rafa, sbarbato, liscio, simile a tanti altri che i parrucchieri e la moda riducono a parer quasi gli stessi, contrastava e impallidiva davanti alla vivace bellezza di Arrigo. Ella osservava il viso del fratello, intento a leggere: i baffi leggeri, sul labbro ben disegnato, accentuavano la bianchezza della sua bella dentatura; gli occhi nerissimi, splendenti, con quello sguardo che poteva essere freddo come una lama o dolce come una carezza, la capigliatura compatta, morbida, per cui solcava un'onda lucentissima, il colorito sano, quell'espressione ch'egli aveva insieme di virilit e di baldanza, erano in singolare contrasto con la bocca un po' sciupata dell'altro, con i suoi occhi d'un colore smorto, con i suoi capelli troppo ubbidienti al pettine.
Ma (una cosa che forse Loretta non poteva ben valutare) in tutta la persona di Rafa, ne' suoi lineamenti meno precisi, nelle sue membra meno belle, v'era una delicatezza che all'altro mancava, un segno di antica signorilit, che il figlio dell'occhialaio aveva malamente potuto imitare. Ella tuttavia, ch'era della medesima sua razza, si sentiva attratta verso quella robusta e bella statua, perch il suo corpo femineo sentiva in lui vibrare pi veemente la forza imperiosa del maschio.
Andiamo a cercare un buon angolo su le tribune, disse Arrigo.
Vi dispiace se rimango un po' con voi? domand Rafa cortesemente.
Tutt'altro, rispose Loretta. Venite.
Vieni, vieni, soggiunse Arrigo, non pi corrucciato.
Salirono su la tribuna, cacciandosi tra la folla, ed a gran stento trovaron posto in una delle prime gradinate.
Met del cielo era ingombro di nuvole, tutto il resto era una zona di sole. Il prato, spesso di gente come un immenso mercato, brulicante come un formicaio, ondeggiava di teste umane, levava un grande frastuono di voci confuse. Dagli alberi qua e l disseminati pendevano grappoli di ragazzaglia; le alte carrozze, in fila, come un lungo bastione, eran cariche di gente salitavi sopra, ritta in piedi sui cassetti, fra i cocchieri che s'eran tolta la livrea, mentre i cavalli pazienti agitavan le code con un movimento ritmico, per liberarsi dalle mosche importune.
Suon la campana del buttasella. Un lungo mormoro percorse la folla, si vide gente accorrere da ogni parte. Le tribune, come immense finestre spalancate, riboccarono di spettatori; gli steccati ed i cancelli parvero piegare sotto il peso delle persone che vi poggiavan contro.
Sopra quella grande aspettazione, il vento, cavalcatore di nuvole, accendeva e spegneva la gloria del sol di primavera. I due giudici di partenza usciron nella pista, ed a galoppo la risalirono per recarsi verso il mezzo della dirittura. Un'altra campana squill, ed i cavalli entraron in campo, condotti a mano dagli allenatori, per la sfilata.
Erano quattordici competitori, spugnati, lustrati, bellissimi, quasi consci della solenne prova che stavano per disputarsi; alcuni mansueti alla mano che li frenava, altri impazienti, con le belle code al vento, il collo inarcato, l'occhio irrequieto, gi bianchi di schiuma. I fantini impassibili parevano annoiarsi mortalmente di quella passeggiata.
In quelle facce dure, arse dal vento, use alla sferzata della velocit, curve su le criniere, tra gli spruzzi di bava, in quegli occhi sempre attenti ad una meta, non era possibile indovinare un turbamento qualsiasi. Erano la piccola macchina umana, fragile e pur forte, su quel fascio di muscoli equini; non parevano rappresentare altra cosa che una sottile frusta, un fino sprone, un volante colore; e tuttavia non era il cavallo sovente, ma lui, quel nano, che in una furia disperata di rivalit, per un pi lungo respiro, stupendamente vinceva.
Arrigo conosceva i cavalli e li nominava per ordine.
Brenno, il primo;  figlio di Marcus: far il gioco della sua compagna di scuderia, Versilia, la quinta. Il secondo  Moloch, veloce ma senza fondo; il terzo  Fontenay, il quarto Gabriel. Un bel cavallo, il pi bello di tutti. La sesta  Samaritana, una bestia generosissima; pu fare una sorpresa; credo piuttosto in lei che in Missolungi, quello che vien dopo.  un cavallino misero, ma ben fatto. Ecco Bloomy Boy; lo monta Symson, il miglior fantino che sia oggi in Italia. Ecco, vedi Arianna:  l'ultima.
Era una saura alta calzata di bianco ad una delle estremit anteriori, leggiadrissima e capricciosa in ogni sua movenza, che saltellando s'arrabbiava con l'imboccatura e con la mano di chi la conduceva. Nei salti, la criniera le si sfioccava sul collo arcato, come una capigliatura di donna bionda. Era montata in bianco, con due fasce nere a tracolla, incrociate.
 piccina, disse Loretta.
Vicino a Gabriel s, per esempio; ma non  una cavalla piccola; poi non vedi com' fatta?
Dov' il mio Thermosiphon? domand Rafa.
Eccolo l, vicino allo steccato, con una giubba a pallottole rosse.
Quel nero? domand Loretta?
S, quel baio scuro, corresse Arrigo.
Ma  un bel cavallo sai! esclam Loretta.
Per le vetture di piazza... non c' male!
Oh, non me lo disprezzare!... sospir Rafa. Ho tutta la mia fiducia in lui.
Compiuto il giro davanti alle tribune, ad uno ad uno si mettevano di galoppo per recarsi al palo di partenza. La folla del prato man mano acclamava i suoi favoriti. Quando Gabriel prese il galoppo, fu un clamore d'invidiosa ammirazione. Si stendeva su la terra come una lunga molla elastica, in un galoppo facile, e pareva nettamente il pi forte.
Che bel cavallo quel Gabriel! esclam Arrigo.
Perch non hai giocato Gabriel allora? ripet Loretta.
Credo in Arianna, questi asser, con un tono fermo e caparbio.
Bloomy Boy, che apparteneva alla scuderia italiana preferita dal pubblico, era partito a galoppo serrato, sollevando applausi d'ammirazione.
Arianna, nervosissima, e Missolungi vicino a lei, cercavan di svincolarsi dall'allenatore lanciando falcate. Partiron insieme, di scatto, fra uno scroscio d'applausi.
Guarda Arianna! che azione maravigliosa! esclam Arrigo.
Io vedo, cantilen Rafa, che anche Missolungi va molto bene.
La corsa  di Missolungi, sentenzi uno di quegli interlocutori anonimi che si trovano sempre in mezzo alla folla.
Lo crede lei? fece Arrigo, ironico.
Ma certo!
Lo ha giocato?
Si capisce. Guardi: cinque biglietti del totalizzatore.
Auguri allora!
E puntando il canocchiale si mise a guardare verso i nastri di partenza.
Com' nervosa quella bestia! Ho paura che parta male.
Chi?
Arianna.
Rafa, in quel mentre, vedendo Arrigo tutto rivolto verso i cavalli partenti, cercava di parlar sottovoce a Loretta. Ma ella, dopo avergli fatto qualche segno perch smettesse, deliberatamente gli volse le spalle, e, poggiatasi contro il fratello, si sporse in fuori onde scorgere i cavalli.
Ecco: partono! esclam Arrigo. Poi sbito: No, hanno strappato i nastri. Partenza falsa. Peccato! Arianna partiva bene.
E Missolungi? domand l'interlocutore, che, piccolo, senza scanno, schiacciato tra la folla, non poteva puntare il suo binoccolo.
Missolungi anche, rispose Arrigo.
La partenza fu lunga e laboriosa; finalmente s'intese da pi parti un grido: Sono partiti! E il campanello squill.
Una partenza magnifica! disse Arrigo. Loretta gli si era poggiata sul braccio e guardava sopra la sua spalla.
Un sole in cui pareva scintillasse il pallido oro dei primi frumenti si aperse un varco nel sereno e di nuovo inond tutto il campo. Veniva, davanti al manipolo volante, per la terra sonora, un rombo sordo.
Erano tutti in gruppo, a un'andatura velocissima, con Missolungi in testa e Samaritana poi, i due francesi su l'ala, Arianna allo steccato, Bloomy Boy in coda. Passarono in quest'ordine alle tribune, senza che nessuno cedesse d'un palmo. Alla prima curva Bloomy Boy guadagn tre posti; all'altra curva il gruppo s'allent un poco. Nel prato la gente correva inseguendo i cavalli; nelle tribune era un gesticolar confuso, un vociare altissimo. Missolungi era sempre in testa e galloppava con lena. Questo nome gi empiva l'aria.
Dov' Arianna? domand Loretta.
 quinta; ma va bene.
Come la vedi?
La vedo; sta zitta.
Fontenay venne avanti; Gabriel gli serr addosso; Bloomy Boy, che dalla coda era passato nel gruppo di testa, non stava pi che poche lunghezze dietro Gabriel. Arianna invariabilmente teneva lo steccato, senza perdere n guadagnar terreno. Spuntavano gi alla curva di destra, nel fondo; la giubba chiara di Missolungi biancheggiava per prima, con quelle de' due francesi a ridosso, tanto vicine che parean confuse in una, mentre Samaritana stava gi per cedere. Bloomy Boy aveva sorpassato Arianna, ma i tre primi, nella curva, li avevan un poco distanziati tutt'e due.
Missolungi  finito, disse Arrigo, un po' ansante perch vedeva i due francesi prevalere.
Gabriel infatti con forti lanciate stava per prendere la testa.
Gabriel! tuon la folla, che li vide cos sbucare dall'ultima curva, in dirittura. Gabriel! Gabriel!
Come va Missolungi? domand il piccolo uomo, incapace di estollersi, sopraffatto all'intorno da una specie di muraglia umana.
Arrigo non rispose. Fontenay cedeva, Gabriel era in testa nettamente, Bloomy Boy a due lunghezze, Arianna e Versilia di paro. Si vide Versilia, sotto una tempesta di scudisciate, buttarsi avanti, pareggiare Bloomy Boy, minacciare il vincente. Fu un urlo discorde, assordante, di due partiti che si combattevano:
Gabriel! Versilia! Versilia!....
C'era nell'aria elettrica la sospensione di tutti i cuori.
Erano alle prime tribune, e Bloomy Boy cedeva, Versilia pareva ormai incapace di contendere la vittoria al pi robusto francese, bench assillata dagli urli de' suoi partigiani, quando si vide Arianna, su cui nessuno pi contava, con una volata magnifica saettar fuori dal gruppo, e frustata, e spronata, e portata di peso dal suo fantino, assalire i tre primi, giungere con il muso alla coda di Gabriel. La folla, che improvvisamente cambia idoli, negli ippodromi come nelle piazze, non dette che un urlo frenetico: Arianna! Arianna!....
Vince! Vince! grid Loretta, piena di trepidazione, al fratello che sentiva leggermente tremare.
Egli non rispose: voleva con la sua forza spingere la generosa bestia sfinita.
Gabriel non aveva contato sopra quest'avversaria inattesa, credeva per s la vittoria e quell'uscita era stata cos fulminea che s'era lasciato avvicinare alla sprovvista. I due fantini battevano, battevano a forza di braccia, di pugni, di sprone, per quel centimetro che li avrebbe fatti vincere.
Mancavan pochi metri al traguardo, e Arianna stava ora con il muso al ventre di Gabriel, alla sua spalla, al suo collo... era quasi con lui.
La folla ondeggiava burrascosa, urlando, acclamando. Non erano pi due cavalli, ma due razze, due paesi, due patrie in gara. Tutto il cielo era ingombro di questo nome d'Arianna, che in quel momento suonava come il nome d'Italia.
Sfiniti, quasi convulsi, il loro cuore d'animali da corsa, nobile come un cuore d'uomo, li reggeva in piedi, li faceva lottare disperatamente per quell'ultimo palmo di terreno.
Allora fu la potenza della folla che la port, fu la spinta di quelle centomila anime protese verso di lei, fu la volont tremenda, immensa, fisica, della moltitudine, che le fece fare nell'ultimo metro il salto pi lungo, che le fece avere nell'estrema tensione il pi lungo respiro, e forse perch v'era nel suo nome un grido di patria, col suo piccolo muso di gazzella, sul filo del traguardo, Arianna pass.
Una specie di delirio sollev la folla; si vide gente correre, ballare, invadere la pista, scender gi dalle tribune a precipizio, battendo le mani, gridando.
Cavalla e fantino ritornarono tra un'ovazione di popolo.
E il piccolo britanno, dalla faccia arida, che non segnava un'et definibile, curvo in sella, con la briglia rilasciata, passava in mezzo a quel trionfo rasciugandosi nel palmo la bocca umida, il naso grondante, e rispondeva con un semplice: All right! al suo rosso allenatore, che aveva presa per mano la cavalla e carezzava sul collo la bella saura balzana.
Il cuore le pulsava come un timpano sotto i fianchi fragili, rigati di sangue; il sudore le gocciolava dal ventre come se le avessero buttato un secchio d'acqua su le reni; le froge fumanti parevano fiatar sangue e tutta le sue vene gonfie la vestivano d'una fittissima rete viva. Ma, quasi comprendendo la sua vittoria, volgeva intorno la piccola testa nervosa, allungava il muso candido, guardando la folla co' suoi grandi occhi di gazzella cerchiati di nero.
Terzo era giunto Bloomy Boy, quarta Versilia, quinto Missolungi.
Loretta, appesa giocondamente al braccio del fratello, si rallegrava della sua vincita, ch'era d'alcune migliaia di lire, e domandava ad Arrigo senza tregua:
Sei contento? Sei contento? mentre andavano a veder scendere i fantini per passare il controllo della bilancia.
Ella era divenuta loquace, un poco impertinente; nella lor natura di piccoli borghesi, tanto lei come il fratello non sapevan nascondere il piacere che ad essi proveniva dal denaro vinto. E Loretta molestava Rafa:
Dunque lei non ritira nulla su Thermosiphon?
Rida, rida, signorina! Mi burli pure! Una volta o l'altra le far veder io quel che si vince scommettendo su gli sfavoriti!
Glielo auguro di tutto cuore. Ma quel povero Thermosiphon, spero che l'avr giuocato per l'ultima volta! Gi, com' possibile dare un nome simile ad un cavallo da corsa? Io, se avessi un cavallo da corsa, lo chiamerei....
Come lo chiamerebbe, sentiamo?
Non so, non ci ho mai pensato ancora, perch tanto non ne ho.
Bene, ci pensi.
Ecco, ho trovato! ella esclam con malizia. Lo chiamerei Rafa!....
Appena detto il nome, tutt'e due, tutt'e tre, ne rimasero come atterriti, e Arrigo, volgendo la faccia, fulmin la sorella con uno sguardo veloce.
Ella non seppe come nascondere la sua confusione. Poich, infatti non avrebbe dovuto n potuto sapere che il conte Raffaele Giuliani da' suoi amici era chiamato Rafa.
Fu Arrigo che provvide ad accomodar la cosa.
Come sai che il Giuliani si chiama Rafa? domand con naturalezza. Forse che per caso t'ho chiamato io cos? soggiunse, rivolto al Giuliani.
Ho inteso appunto che lo chiamavi tu con quel nome, e questo mi ha fatto un po' ridere... scusi sa, signor Giuliani! ella rispose, cavandosi d'impaccio con una squisita impertinenza.
Ma io non me ne offendo affatto, signorina. Anzi mi chiami pur Rafa, se vuole... Questo la divertir!
Arianna, senza sella e senza briglia, con una cavezza di corda intrecciata, usciva dal recinto del peso condotta a mano dal suo palafreniere.
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Capitolo 10.
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Ella incontr Rafa due giorni dopo nel solito viale. Il Giuliani aveva talmente insistito per rivederla, ch'ella, temendo qualche sua temerit, non seppe rifiutargli un altro appuntamento. Arrigo non le parlava pi di lui, anzi pareva che volesse ad ogni costo evitare questo penoso discorso. Ella indovinava l'oscura gelosia del fratello, ma, per un crudele istinto femineo, le piaceva talvolta esasperare in lui questa profonda irritazione. La giornata di corse, che aveva costretto Arrigo ad una lunga e tacita sofferenza, era stata invece per lei un godimento sottile. Ora la piaceva sentirsi avviluppata e contesa fra il desiderio di due uomini, e ci sopra tutto le piaceva, perch nella dura gelosia d'Arrigo vedeva pi palese il suo violento amore. Di questi due uomini, uno rappresentava il gioco, l'altro il pericolo: due sensazioni che raramente vanno disgiunte. Al ritorno dall'ippodromo Arrigo non le aveva mosso alcun rimprovero, non le aveva detto la bench minima parola intorno all'accaduto; s'era fatto solamente un po' scontroso, un po' aspro. Ed ella, sebbene maravigliata, non os parlarne con lui.
Ma ora le premeva risolvere in un modo qualsiasi la sua malcerta situazione con Rafa. Ora che una passione struggente l'aveva tutta pervasa, continuar quel gioco le pareva inutile, pi che inutile, sommamente dannoso. E tuttavia, nel suo scaltro animo donnesco, nella sua mente calcolatrice, le pareva peccato buttar via quella carta senz'averne conosciuto e valutato il preciso valore, chiudersi dietro le spalle una porta equivoca senz'aver prima guardato al di l.
Ora non pensava pi di darsi a Rafa, n per poco n per molto denaro. Quelle speciose teorie, que' gravi discorsi, che l appunto, in quel giardino, gli aveva sciorinati con amabile seriet, quasi per dilettarsi nel recitare una commedia, si erano a poco a poco infiltrati nel suo cervello, ed anzi le pareva contenessero una incontrastabile verit. Ma invece, quello che un giorno era stato appena un sogno, un di que' sogni assurdi che non giungon nemmeno ad invogliare la nostra tentazione, tanto ci sembrano lontani da noi, ora, che la sua fiducia in s stessa era smisuratamente cresciuta e la vita le pareva pi facile, quel sogno inverosimile si riaccendeva come una possibilit remotissima negli oscuri meandri del suo pensiero. Ella chiudeva in s un torbido amore, ma sapeva che questo amore non sarebbe la sua vita; sapeva che questa sua disonesta passione avrebbe dovuto per sempre nascondersi, vivere cos profondamente rifugiata nel suo spirito, che mai non fosse lecito ad alcuno indovinare il suo palpito. Ma, insieme, c'era tutta una vita da vivere, tutta una conquista da tentare senza esitazione, fosse pure a prezzo di qualsiasi frode. E in verit poteva darsi che quel buono, quell'innamoratissimo Rafa, arrivasse un giorno a commettere la pi grande pazzia per lei, n potendo altrimenti averla si lasciasse trascinare fino ad offrirle il matrimonio. Chiss mai? Ben altre, da una condizione minore della sua, eran salite pi in alto ancora. O, se questo pure non accadesse, bisognava tuttavia rompere con Rafa quel mezzo legame ozioso e dannoso, sfuggirgli, dopo esser quasi scivolata fra le sue mani, e lasciarlo perplesso, deluso, nei vincoli d'un amore insoddisfatto, perch, se caso mai ella s'avesse a pentire della propria risoluzione, potesse in ogni tempo ritrovarlo qual era: un uomo capace di gettare a' suoi piedi tutto quanto pu sedurre un desiderio femminile, e comprarla, sia pure, ma comprarla sontuosamente. Voleva insomma non perderlo per sempre, ma fargli tuttavia comprendere quanto vana era l'insistenza de' suoi tentativi.
Del resto il matrimonio non la seduceva oltremodo; era troppo giovine, troppo curiosa di sensazioni, troppo ansiosa di piaceri, perch la famiglia, anche la pi ricca, potesse avere molto fascino sopra di lei. L'altra vita invece la tentava, quella che nessuna legge severa governa, nessuna immutabile fedelt, quella che miete nel piacere come una falce instancabile nei prati pi folti, quella che seduce il frivolo cuore della donna con pi forti allettamenti.
Aveva un suo recondito sogno: voleva cantare, essere un'artista, libera, festeggiata, corteggiata, famosa... Di ci non si era confidata con alcuno, forse per una timida gelosia di fanciulla, ed anzi voleva tacere, finch non le paresse giunta l'ora propizia.
Da principio aveva sperato di trovare in Arrigo l'uomo che volesse aiutarla nel compiere il suo grande sogno; era stata sul punto di confidarsene con lui, ma s'era presto avveduta che Arrigo non le avrebbe favorito quel disegno, ed ogni giorno pi smarriva il coraggio di parlarne con lui a cuore aperto.
Il solo che l'avrebbe ciecamente ubbidita, il solo che avrebbe potuto con ogni mezzo appianare la sua difficile strada, era dunque Rafa, il suo devoto e ricchissimo Rafa; perci non lo voleva del tutto perdere, allontanandolo da s irremediabilmente.
Siete stato un poco temerario!... ella disse per prima cosa, quando s'incontrarono.
Ti sembra? Era la cosa migliore che potessimo fare. Ci pensavo da tempo. Adesso che ti son stato presentato da tuo fratello, tutto diventa pi semplice.
Non vedo la semplificazione, ella rispose con tono canzonatorio, poich quell'uomo aveva talvolta il dono d'irritarla singolarmente. So invece che a momenti ci si tradiva, e mio fratello, dopo, m'ha tormentata un bel pezzo per quel nome di Rafa!
Egli si mise a ridere.
Dovevi stare pi attenta.
Gi, si fa presto a dirlo! Ma io non ho l'abitudine di recitare due parti in commedia. Meno male che non gli  rimasto alcun sospetto. E s che voi avete fatto il possibile perch se n'avvedesse!
Che ho fatto io?
Mi siete stato sempre ai panni, anzitutto; poi, Arrigo non poteva volgere il capo altrove senza che vi metteste a bisbigliarmi sciocchezze. State all'erta, Rafa! perch mio fratello non  un uomo comodo... ve l'ho gi detto.
Sono disposto a rischiare tutto per te, Loretta!
Ma io nulla per voi: ecco la differenza.
Davvero?
Proprio; e venivo a dirvelo.
Cio?
Cio debbo dirvi che a questo modo non  possibile continuare. Ho paura; sento che corriamo incontro ad un pericolo molto grave.
Egli cerc di prenderle il braccio, amorosamente.
No, lasciatemi, disse Loretta sciogliendosi da lui. Non posso far altre pazzie. Ho commessa una leggerezza imperdonabile, ve lo ripeto, ma spero che sarete cos gentiluomo da non farne troppo ricadere il peso e la vergogna sopra di me.
Allora, tutte le volte che ti vedo, Loretta, mi accogli a questo modo? egli esclam con una voce dolorosa ed umiliata.
Ma cosa volete che faccia, santo Dio! Mi trovo io stessa in una condizione insostenibile. Voi mi siete simpatico, Rafa, oserei dire che vi voglio un poco di bene... certo non vorrei parervi brusca... ma voi mi scrivete certe cose, mi costringete a certe cose, che io non devo n ascoltare n fare. Insomma, ragionate un poco: io sono una signorina, dopo tutto, una vera signorina, ed ormai lo sapete... Dunque il fatto solo che mi trovi qui, con voi,  gi un pericolo gravissimo; non vi pare?
In questo hai ragione. Ma perch rifiuti allora tutte l'altre mie proposte? Non vuoi vedermi altrove che in questo giardino, forse per diffidenza, forse per paura....
Certamente ho paura, non lo nego: paura.
Ebbene, fdati una buona volta! La tua paura  insensata! Non sono certo un uomo capace di atti brutali. Vieni almeno in un luogo dove si possa parlare; qui non  possibile.
E dove allora?
Senti: ho l'automobile fuori dal giardino; vado avanti e ti aspetto; andremo in un paesello dei dintorni.
Ma no, ma no!
Insomma, te ne prego! Per una volta, per l'ultima volta...
Cos'avete a dirmi?
Tante cose. Vieni, sii buona.
Dov' l'automobile? ella fece perplessa.
Al cancello, dietro le cascate.
Bene, sentite: io verr con voi, ma solo ad un patto...
Quale?
Che sia l'ultima volta, e poi non mi scriviate pi, non domandiate pi di vedermi.
Loretta!... egli fece, supplichevole.
No: assolutamente!
Ebbene, ascolta. Se, dopo averti parlato, rimarrai nondimeno ferma nella tua decisione, ti prometto che far tutto quanto posso per riuscire a dimenticarti. Va bene?
Andate avanti, ella disse, vi seguir.
Il giovine svolt per un viale che s'infoltava tra gli alberi; ella fece un lungo giro. Camminava piano, pensierosa, nervosa; con l'ombrellino molestava l'erbe sul margine dei prati. Si trovava in uno stato d'animo quanto mai perplesso. Nonostante le sue lunghe riflessioni, ora non comprendeva pi s stessa, n il fratello, e non sapeva pi che farsi di questo Rafa cos devoto e cos ricco. In fondo al cuore ella si sentiva anche triste; l'amore la struggeva, la malinconia saliva dal fondo del suo essere, causandole una specie di lenta soffocazione. Il giorno prima era stata nella casa d'Arrigo, perch non poteva pi rimanere senza vederlo; lo aveva trovato assorto e quasi ostile. Non l'aveva baciata, non s'era lasciato baciare; aveva cercato mille pretesti per mandarla via, e, vicino a lei, pareva su le spine. Di Rafa non aveva neanche voluto udir parlare; le aveva detto ruvidamente:
Fanne quello che vuoi! Non m'interesso pi di nulla.
Ed ella si era fatta mansueta, aveva cercato di carezzarlo, gli aveva detto:
Lo dovr vedere domani: dammi un buon consiglio.
Allora egli s'era messo a ridere, d'un riso acre, malvagio, di cui ella non poteva intendere il senso; poi si era messo a camminare per la stanza, concitato, accigliato.
Lo vedrai domani?
S.
Allora digli ch' un imbecille! Al suo posto io t'avrei gi presa.
Perch' parli cos, Rigo? ella gli aveva domandato con le lacrime agli occhi. E lui a scrollar le spalle, senza rispondere. Poi l'aveva pregata che se n'andasse, perch gli doleva il capo e voleva rimaner solo. Ma su l'uscio se l'era presa in braccio, se l'era stretta fra le braccia, con passione, e l'aveva spinta fuori.
Pi tardi, verso la sera, con il pretesto di chiedere una informazione al padre, era venuto a casa loro, forse per vederla un momento, per sorriderle un attimo, dopo essere stato cos ruvido.
E s'erano baciati ancora, di nascosto, con pi ansia, nella casa paterna.
Ella non poteva comprenderlo bene. Forse lo struggeva una sciocca gelosia di quest'uomo che in fondo ella derideva e sul quale faceva un calcolo cos diverso, cos lontano dall'amore. Ma ell'avrebbe rinunziato mille volte a Rafa, s'egli le avesse detta una sola parola! E perch non la voleva? Perch faceva sopportare ad entrambi, con tanta ostinazione, una sofferenza cos logorante?
Dietro la cancellata vide l'automobile ferma; vi corse rapida, vi entr. Gli ordini eran gi dati al meccanico: partirono in fretta.
Nel caldo pomeriggio le campagne sfavillavan come oro: la strada era sovrastata da una ferma nube di polvere: i carri enormi, carichi di mobili o di mercanzie, trascinati da molti cavalli in fila, ne ingombravan il mezzo e si scostavan lenti, con un gran scricchiolare, ai segnali della tromba. Quando un'altra automobile passava, rapida, con urli di sirena, tutto, per un lungo tratto, s'annebbiava in un folto polvero, tutto: anche il sole.
Rafa le metteva un braccio intorno alla cintura, ella cercava di respingerlo, ma debolmente; non era pi n loquace n gaia.
Vedete, diceva, non posso fidarmi di voi...
Egli ubbidiva e ricominciava.
Andiamo lontano?
Non molto.
Ebbene, cos'avete a dirmi?
Non ora; parleremo dopo.
Ah, dopo...
Sei triste oggi?
S, un poco.
Perch?
Per tante cose... tante cose...
Raccntami, Loretta.
No, che serve? Tanto mi considerate per una ragazza molto leggera... Sono qui con voi... ne avete anche il diritto!
Ella mescolava ora in un modo singolare, senza rendersene conto, l'astuzia con la sincerit. Il giovine si chin su lei, fin quasi a baciarla.
Non dire cos, Loretta; sai bene che non  vero. Per te sento anche un profondo rispetto: altrimenti non ti amerei.
No, voi mi desiderate; questa  la parola giusta. Ma quanto ad amarmi,  ben altra cosa; non mi fareste venire qui.
Dammi ancora del tu, Loretta, come l'altre volte.
Non oggi, non oggi!
Allora non credi ch'io ti voglia bene?
Ella scosse il capo, incredula, sorridendo.
Ne sei certa?
Certissima.
Arrivarono in poco pi di mezz'ora ad un piccolo villaggio, che distendeva le sue case bianche nella grande pianura, percorso intorno da un fossatello quasi arido, con le due rive coperte di fiori gialli, tra l'erbe polverose.
L'automobile sost nella piazza, ed uno sciame di monelli scamiciati accorse intorno saltellando sui ciottoli a piedi scalzi. C'era un piccolo giardino pieno di frescura e di pace a ridosso della chiesetta; una raggiera dorata bruciava, percossa in pieno dal sole, sul frontone della chiesa, e tanto splendeva, che pareva ruotasse; la casa parrocchiale, dietro il verde, aveva le persiane delle due finestre socchiuse; da una pendeva un lenzuolo, dall'altra una camicia di percallo a righe bianche e blu. Un cagnaccio di color fulvo annaspava lungo il muro.
Vieni, disse Rafa;, c' un alberghetto in fondo al villaggio: vi berremo il vin bianco.
No; voglio andare in chiesa, rispose Loretta.
In chiesa?
S.
Bene, andiamo pure, se vuoi.
Il meccanico si rec all'albergo per attenderli; essi traversarono la piazza, il giardinetto pieno d'ombra, e salirono i quattro gradini del sagrato. Molti monelli rincorrevano la macchina fragorosa.
Non era tardi; s'udivano ancora tutti i romori del villaggio: i fabbri martellare, i falegnami piallare, le tessitrici muovere i telai. Un bambinotto vestito da chierico leggeva un libro seduto all'ombra nel giardino. Li guard e non si mosse. Sotto l'arco luminoso della porta maggiore si vedevano ronzar sciami. Entrarono. La chiesa era povera, ma religiosa e chiara come l'anima d'un seminatore; dalle alte vetrate pioveva il sole scomposto in polvere bionda. Solo una vecchia donna, confusa nell'ombra dei colonnati, pregava col volto fra le mani; ma era cos ferma, cos genuflessa che pareva una suppellettile della chiesa.
La fanciulla intinse la mano nell'acquasantiera e si segn, piegando leggermente il ginocchio. Una goccia le rimase su la fronte, nitida come una perla. Poi girarono tutt'intorno all'abside guardando i quadri della Passione di Cristo.
L'aria fresca odorava d'incenso evaporato.
Perch hai voluto entrare in questa chiesa?
Un capriccio.
Ell'andava innanzi con un passo elastico, quasi per non far rumore; la sua ombra s'allungava obliqua sul lucido pavimento. Pieg di nuovo il ginocchio passando innanzi all'altare, poi sedette sovra un banco, nell'ombra del colonnato, e si raccolse la fronte nella mano.
Il Cristo crocifisso riscintillava della sua corona d'argento.
Ed ora che fai? domand Rafa.
Niente. Mi piace.
Egli s'appoggi alla colonna presso di lei, un po' curvo.
Amo le chiese, disse Loretta, e i canti e gli organi delle chiese.
Rafa la guard a lungo, poi disse:
Come sei strana!
Ella gli sorrise levando la faccia. I suoi capelli biondi, in quella luce bionda, parevano luminosi e davano alla sua faccia, al suo sguardo, un'espressione spirituale.
Dimmi qualcosa... ella mormor come se fosse turbata.
Il giovine le sedette accanto.
Qui vuoi che ti parli?
S, mi piace.
Egli le si mise vicino, cos vicino che la toccava.
Senti... prese a dirle; ma sbito esclam: Non  possibile! Non posso parlarti di queste cose ora.
Perch? fece Loretta con un sorriso perverso.
Non posso.
Allora taci.
E si raccolse di nuovo la fronte nelle mani.
Egli si accendeva della sua bellezza, nel guardarla. Tutto gli piaceva di lei: la mano, il braccio, il colore dei capelli, la schiena divisa da un'infossatura profonda, il petto che le fioriva tra le braccia piegate. E l'odore di lei lo stordiva come il profumo di un incenso irreligioso.
Io ti voglio avere... le disse piano, quasi non potesse frenar quelle parole. E glielo ripet vicino all'orecchio minuscolo, che le appariva tra i capelli, come un piccolissimo nido in un cespuglio.
Come? domand la fanciulla senza muoversi.
Tutta, tutta, in ogni modo!...
Ella, senza muovere il capo, gli volse in faccia gli occhi ridenti.
 difficile!... disse con ironia. E le mani congiunte, concave, serbarono come impressa la forma della sua fronte.
Lo so, egli rispose, ma non importa.
Fece una pausa, poi soggiunse:
Dimmi: cos' necessario ch'io faccia per averti?
Ella rideva, la sua bocca era crudele.
Molte cose... disse. E ripet con una cantilena: Molte cose...
Per esempio?
Lo devi sapere tu.
No, dillo.
Io non dico nulla.
E si nascose la faccia nelle mani congiunte.
Un raggio di sole, dall'invetriata, cadde sull'organo, lo illumin. In quella chiesa era una pace cos grande che l'anima vi si riposava. Lento, accidioso, nel fondo, si udiva il biascicare della vecchia inginocchiata.
So una storia... mormor la ragazza intrecciando le dita.
E rideva.
Ah, s?
Una bella storia...
Ah, s?
Ma non la racconto.
Allora perch la sai?
Ella si prese fra i denti minuti un de' suoi labbri fini e rossi:
La storia d'una bambina, che andava al mulino, per prendere farina, tutte le mattine... una bella bambina. E cantilenava come se raccontasse una fiaba.
E poi?
... per istrada la vide un peccatore...
E poi?
... che le offerse di portarle il sacco, perch la strada saliva, saliva, e c'era un bosco a mezza via, tutto verde, con un ruscello d'argento.
E poi?
... ma il peccatore la voleva baciare, ed ogni momento le toccava le mani, le braccia, la bocca, il mento, la gola, senza darle pace. Ma la bambina disse: Non stamattina.
E poi?
... anche domani disse: Non stamattina.
E poi?
... anche dopo domani disse: Non stamattina.
E poi?
... poi, un giorno ch'erano seduti presso un ruscello d'argento a prendere il fresco, la bambina disse al peccatore: Portami un bell'anello se mi vuoi.
Allora?
Il peccatore venne il giorno dopo con una collana di perle, con un fermaglio d'argento, con uno specchio d'oro. Ma la bambina disse: Portami un bell'anello se mi vuoi.
Allora?
Il peccatore venne il giorno dopo, e le promise un castello, un giardino, un lago, una foresta, un fiume. Le promise molti cfani pieni di gioielli, molte guardarobe piene di broccati, un letto d'oro, un'arpa d'oro, una scuderia con cento cavalli... Ma la bambina disse al peccatore: Portami un bell'anello se mi vuoi.
E come fin?
And a finire che al mese di Maggio se la prese il mugnaio... per un fiore.
Ella si mise a ridere, sommessamente, con ironia, della sua fiaba improvvisata, e senza nascondere il rossore che tuttavia le dava la sua temerit. Poi congiunse i palmi, appoggi le labbra nell'incavo dei due pllici, e parve assorta in una lunga preghiera.
Ma egli rest confuso e non seppe con quali parole rispondere alla sua fiaba. Quell'allusione lo aveva un poco sbalordito, se ne vergognava egli stesso pi di lei.
Allora tu sei la bambina che va al mulino, per prendere farina, tutte le mattine... non  vero? disse finalmente, continuando la celia.
Io prego... ella mormor senza batter ciglio.
E il peccatore sarei dunque io, non  vero?
Prego... ella ripet, premendosi la bocca sui pllici esigui.
Ma chi sarebbe il mugnaio? domand Rafa, pi forte.
Ella si volse a lui, lo guard, rise.
Ah?... chiss mai! fece, interrompendo la preghiera.
Il giovine le dette un bacio, rapidamente, prima ch'ella se ne schermisse, un bacio sul collo, tra la nuca, dove i primi capelli eran tenui come biada nascente.
Nell'alta chiesa l'organo di sette canne, avvolto in un fascio di sole, mandava dal suo curvo metallo una musica di fiamme.
...
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...
Capitolo 11.
...
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...
Aver fatto un grande cammino traverso la vita, essersi cacciato innanzi, palmo a palmo, per conseguire una vittoria lontana, aver studiati gli uomini, essere sceso a patti con loro, averne adulati alcuni, dominati altri, essersi fatto servire dai pi; aver costrutto l'edificio della propria vita con una pazienza ed una volont instancabili, essere passato in mezzo alle tentazioni con una magnifica spavalderia, aver condotto il proprio cuore per mano come un fanciullo ubbidiente, essere stato il servo astuto ed ingegnoso della propria ambizione, sacrificandole tutto quanto poteva insorgere nei duri istinti, nelle intime ribellioni della sua focosa giovent; aver sorseggiata con delizia la coppa dei primi trionfi e mietuta con ilarit una larga messe, gi preparandosi le corone di pmpini della imminente vendemmia; e tutto questo per trovarsi un giorno il cammino precluso da un ostacolo impreveduto, per sentirsi vittima e prigioniero di un agguato invisibile, tutto questo per finir con distruggere lunghi anni di fatica in un attimo solo... era cosa ben triste per colui che, su la propria strada, non aveva incontrato ancora n un ostacolo insormontabile n l'angoscia di una vera perplessit.
Egli era uscito da una bottega, ed aveva incominciato a salire, pazientemente, con le sue forze sole. Si sentiva chiamato, da un'ambizione oscura ma imperiosa, a vivere tra quelli che vantavano il primato gentilizio, cui la ricchezza ed il lusso erano retaggio inalienabile. Per giungere sino a loro, qualsiasi frode gli era parsa lecita, e s'era mondata la carne plebea in un bagno di signorilit. S'era cacciato per strade oblique; nell'ombra s'era fatto il cammino. Aveva scelto con un singolare intuito quelli o quelle che lo potessero condur oltre; s'era piegato, s'era fatto agile, scaltro, violento, audace qualche volta, qualche volta umile.
Di alcova in alcova, di sala in sala, valendosi della sua maschia bellezza contro il debole cuor femminile, rimanendo inaccessibile ad ogni altra passione, chiuso nella sua funesta volont, camminava guardingo, in attesa dell'ultimo assalto, pronto a carpire la pi bella sua preda con l'audacia definitiva.
Quand'ecco, a quel punto del cammino, un amore insolito, spaventoso, lo fermava; un amore nefando e impossibile, che trovava una specie di oscuro divieto nella sua medesima volont. E, cosa pi terribile ancora, colei ch'egli amava, amava lui pure, gli veniva incontro a braccia aperte, piena d'incoscienza e di fremiti, offrendogli un sorso di veleno con il sorriso pi innocente.
Era la sua sorella di carne e di sangue, aveva nel nascere lacerata la stessa ferita, macchiata la stessa coltre; aveva saziata alla stessa poppa la prima fame lamentosa.
Eppure egli non sentiva queste cose; queste cose erano solamente nel suo pensiero.
Qual altra salvezza poteva esservi per lui, fuorch il fuggire?
Egli pens di fuggire; fece i bauli, s'apparecchi. Ma nell'ora della partenza, l'immagine di colei che amava gli si mise davanti alla porta e cos forte l'avvinse nel piacere delle sue braccia colpevoli, che da lei non seppe disciogliersi, ed il terrore della rinunzia lo assal.
Badi, signore, lei perde il treno, disse il domestico, entrato nella camera per prendere il suo bagaglio.
S, va bene, rispose Arrigo. Lasciami stare.
Ma guardi l'ora... Lei perde il treno.
Non importa; lasciami stare.
Il domestico, senza nulla comprendere, ubbid. Arrigo s'era sprofondato in una poltrona, e vi stava, piegato su s stesso, con una specie di sinistra immobilit. Come un cane alla catena, avrebbe voluto assalire, mordere. Si vedeva, lontano da lei, in un'altra citt, in un albergo, fra la gente, solo. S'immaginava il domani, il risveglio del domani, se pure avesse trovata qualche ora di sonno. Ecco: non avere pi lei vicina, rinunziare alla funesta inebbriante gioia di rivederla, di respirare l'alito della sua bocca, di toccarla, di camminarle presso, e curvarsi, pur disperatamente, su la vertigine di quel peccato. Andare via cos, di nascosto, senza darle un bacio, senza dirle nemmeno addio...
Ella verrebbe a cercarlo, forse quella sera stessa, prima del pranzo, come soleva; e non lo troverebbe pi. Sarebbe rimasta su la soglia, perplessa, un poco pallida; poi se ne sarebbe tornata via, tacendo, a fronte china, con qualche lacrima negli occhi. Tutta la notte avrebbe forse pianto, senza potergli scrivere una parola, senza poter conoscere in alcun modo il suo distante rifugio. Chiss, forse avrebbe anche pensato ch'egli non l'amasse pi.
Era una fanciulla nel primo fiore, con l'anima irrequieta e gaudiosa, con un cuore lieve; la lontananza l'avrebbe insensibilmente guarita: e questo egli non voleva.
Ma invece, per guarire lui, n il tempo n lo spazio non sarebbero mai bastati; quel fantasma l'avrebbe inseguito come una presenza dappertutto visibile, per ogni strada ove andasse in cerca di riposo e di oblo. Mesi ed anni non sarebbero bastati a guarirlo di quel male, tanto le sue carni soffrivano di lei, tanto ella si era gi mesciuta, commista, nelle sue profonde vene.
N i mesi n gli anni per guarire lui, e non la lontananza e non gli svaghi e non pi alcuna fra le cose che un tempo erangli piaciute. Ora si mutava; un uomo dissimile da quello ch'era stato veniva con questo male ad abitare in lui. Cercava s stesso e si ricordava di s come d'uno straniero.
Signore... disse timidamente il domestico, avanzando ancora il capo dietro l'uscio.
Che vuoi?
Parte forse ad un'altr'ora?
No, non parto! non parto pi! egli rispose impetuosamente. Apri quei bauli.
Riaprire i bauli? fece il domestico, pieno di maraviglia, senza osare alcuna domanda. Va bene.
Ed entr nella camera per mettersi all'opera.
Ossia, lascia stare, disse Arrigo. Partir forse domani.
Come vuole, rispose il domestico, guardandolo con una curiosit rispettosa. Qui ci sono le chiavi.
E le depose sopra un tavolino.
Che ora , Filippo?
Sono le cinque meno un quarto.
Allora vattene pure; non ho pi bisogno di nulla per oggi.
E non si cambia il signore?
No, questa sera non mi cambio.
Sta forse male il signore?
Sto benissimo; va pure.
Allora a rivederla, signor Arrigo.
A rivederci.
Stava per uscire, quando il campanello squill. Arrigo d'un balzo fu ritto.
Chi ? Va a vedere chi , disse febbrilmente.
Avanz dietro l'uscio per ascoltare. La intese nell'anticamera, riconobbe il frusco della sua gonna, l'ud parlare, intese che diceva:
Parte? Voleva partire? Ma, come mai?
Quasi di corsa ella entr nella camera, vide i bauli chiusi, vide la sua faccia sconvolta e si ferm attonita. Per le cortine calate filtrava un giorno vaporoso; la strada mandava rumore, i veicoli stridevano; dai quadri, dagli specchi, da ogni cosa lucida saettava un polveroso riverbero.
Parti? ella domand, senza osare avvicinarsi.
Il fratello non rispose.
Parti?
Forse.
Come forse? Hai gi i bauli pronti. E non mi dicevi nulla?
Perch dirtelo? egli rispose con asprezza. Parto domani: ecco.
La ragazza divenne assai pallida, lo guard nel viso, e tacque.
Anzi dovevo partir oggi, ma ho perduto il treno.
L'ombrellino che portava le sfugg di mano, ed ella non si chin a raccoglierlo. Fece due passi per andargli vicino, ma si ferm.
Allora...
Nulla, nulla! Parto domani,  deciso. Domani parto.
E dove andrai? gli domand la fanciulla dopo una lunga pausa, con la voce che le tremava.
Quel suo pallore, quel suo tremore gli producevano al cuore la sensazione d'una carezza. Egli fece con la mano un gesto vago:
Non so, non importa... molto lontano. Per respirare!
Ah...
Egli si compresse con le due mani il petto e ripet:
Per respirare!
Capricciosa com'era, bambina com'era, ella s'and a sedere sopra una poltrona e ruppe in lacrime. Egli si mise a camminare senza guardarla; ma quando le passava presso aveva ogni volta la tentazione di afferrarla tra le braccia. Ella era poggiata contro la spalliera, il viso raccolto nel braccio, a met seduta sul fianco, a met inginocchiata. Le usciva di sotto la gonna la balza d'una sottanella greggia con i pizzi bianchi; ad ogni suo singhiozzo gonna e gonnella facevan romore. Una mano le cadeva lungo il fianco, stringendo un fazzolettino intriso di lagrime.
La guardava e soffriva. Era una cosa sua, nella sua casa, nella sua camera, vicino al suo letto; avrebbe potuto chinarsi e baciarla, dirle una parola d'amore, fra i baci, e farla sorridere di nuovo. Era cos facile far sorridere quella sua bocca rossa! Avrebbe anche potuto svestirla, prenderla in braccio come una bambola viva, odorosa, disciogliere i suoi capelli, assaporare la sua bocca, coprirle di carezze la gola, il seno, le spalle, stringerla fino al dolore nelle sue braccia forti, sciuparla con la sua passione, saziarsi di lei... Tante cose avrebbe potuto, e non osava. Nessuno era fra loro, e pur non osava. Quale forza oscura impediva il suo terribile amore? Quali abissi erano in lui, che si colmavano di spavento?
E quasi gli piaceva di vederla soffrire. Nulla disse, non le diede neppure una carezza, e tuttavia si sentiva felice ch'ella fosse l, felice di non essere partito, di non aver rinunziato ancora, per sempre, a quel tormento ineffabile.
Cammin per la camera toccando vari oggetti ch'erano sui tavolini. Prese le chiavi lasciate dal domestico, se le mise in tasca, e suonarono. And verso la finestra semiaperta, si lasci investire, avvolgere, dalle tende che un soffio di vento gonfiava come pigre vele; pass vicino ad un vaso dov'erano alcune rose ancor fragranti, che cadevano, raccolse un pugno di petali, e tenendoli nel palmo vi tuff la bocca, vi morse.
Dalla strada veniva sempre quel rumore di veicoli e di gente, or forte, or lieve, quel rumore incessante, confuso, discorde, che sale dalla vita di tutti, mentre, dietro i muri e nel silenzio, per le case degli uomini, passa talvolta la tragedia senza mandare un grido.
Un lume d'oro si diffondeva nella camera col cader del giorno; una lama di sole, entrando per la tenda gonfia, colpiva uno specchio su la parete opposta rompendolo nei colori del prisma.
Ella si lev; aveva gli occhi rossi, i capelli in disordine, un singhiozzo fermo a sommo del petto, nel gonfiore della gola. S'avvicin a lui, esitante, lo prese per un braccio:
Davvero te ne vai?
Egli chiuse gli occhi per non guardarla.
S, Loretta, vado via...
Perch?
Lo sai perch.
Ella si torse, con un movimento femineo, come per fargli sentire su tutto il corpo la carezza della sua persona; gli venne contro, gli nascose la faccia ancor umida contro la spalla, e disse piano, ma con un singolare brivido:
Portami via con te.
Egli ebbe un sussulto.
Con me?...
La visione gli balenava in tutto l'essere, radiosa.
S, con te! dove tu vuoi... con te.
Le sue braccia gli si annodavan intorno al collo, formando una fragile, fortissima catena. E cos vicini, cos avvinti, guardarono per un momento la felicit che passava nel loro impossibile sogno.
Andare via, fuggire, perdersi, vivere tra gente straniera, che ignorasse il loro peccato; contaminarsi della colpa irredimibile, scendere nel divino perdimento, con la sola paura che fosse necessaria per goderne ancor pi... Ed ella, che ignorava il peccato, trem, come se ne fosse gi tutta coverta.
Ma egli ancora si vinse, ancora si sciolse da lei.
No, lsciami, lsciami! Tutto questo  un tormento che uccide!
Gli errava per la faccia livida una buia disperazione, le sue mani brancolavano sul tremore di lei. Era venuta ella stessa in tanta esasperazione che ormai non poteva essergli vicina senza che una specie di svenimento le scendesse per tutte le vene, soave come una morte che disnimi a poco a poco, senza far male. Talvolta un dolore acutissimo le batteva nel grembo, la torceva come una mano crudele.
Anch'io non posso pi... balbett. Quando mi tocchi, quando mi guardi, mi sento cos male, cos male...
Egli ripet sordamente:
Lsciami.
La notte non dormo, ella disse;, la mattina non riesco a levarmi dal letto.  come se mi avessero battuta. Mi ammaler. Tutto questo, perch ti voglio bene. Di giorno, qualche volta, bisogna che mi butti sopra una poltrona e stia l ferma, come se fossi morta. Allora mi sembra che tu venga, e mi baci, mi baci... Fa tanto male... Se tu sapessi come fa male!
Egli rise d'un riso rauco, affannoso; ella ricominci:
Anche tu sei cambiato; diventi pallido, qualche volta mi fai paura.
Gli strinse ancor pi le braccia al collo, e qualche lacrima trem nella sua voce.
No, non andartene, disse. Oppure, se parti, conducimi via con te.
Egli scosse il capo con violenza, come per ribellarsi alla tentazione che lo assaliva.
Prtami via! Saremo felici qualche giorno insieme...
Ne' suoi occhi di fanciulla perduta brillava lo splendore della sua calda anima, il dolore della gioia non goduta.
Hai paura forse? hai paura?... ella domandava.
Ho paura di me.
Non dirmi di no...  la prima volta che ti chiedo qualcosa. Vuoi che ne divenga malata? Io ti star vicina coma fossi una piccola cosa tua; non ti accorgerai di me. Qualche giorno soltanto... non dire di no! Farai di me quello che vorrai, anche nulla se vorrai. Sar un secreto nostro, nessuno mai lo sapr. Pensa, Rigo, qualche giorno per noi due soli...
Lo tentava con tutta la sua grazia, con tutte le insidie della sua femminilit, con il calore che usciva da lei come il profumo da un clice, lo tentava con le sue braccia avvinghianti, con la sua voce torbida.
Prtami via con te... non ho paura, io, dell'amore...
Moriva il sole nello specchio; negli occhi loro passava il miracolo di una lontana felicit.
...
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Capitolo 12.
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La tentazione lo vinse; poich una fatalit voleva ch'egli soffrisse tutto l'abominio del suo peccato.
Per dare un pretesto alla famiglia, Loretta simul di star male, d'essere accasciata da uno di que' mali primaverili che vengono con la prima calura. Il fratello propose allora di condurla seco a respirare un po' d'aria salubre, in qualche paese di collina o su le rive d'un lago tranquillo; e bench la insolita premura di Arrigo dovesse un poco sorprenderli, tuttavia l'onesto padre fin con accondiscendere a quella partenza.
L'albergo dove scesero aveva un grande giardino, che dondolava su l'acqua azzurra le sue spalliere di selvatici rosai; un giardino esuberante, che allora, sul finire del Maggio lacustre, aveva pi fiori che foglie, pi ombre che sole. L'albergo era quasi pieno, ma di que' forestieri un po' lugubri, che viaggiano tutta la vita, chiusi ermeticamente in s stessi, maltrattati ed insensibili come i loro bauli. Mangiano, dormono, guardano il cielo, cercano di adunare ne' propri occhi la maggior confusione possibile di cose vedute: son puntuali come l'orario, minuziosi come la carta topografica, pieni di ricordi come un albo di cartoline illustrate; delle cose altrui si curano poco, delle lor proprie, sembrerebbe, ancor meno.
E il lago faceva oscillare le sue calme onde luminose davanti alla contemplazione de' lor occhi senza colore; le montagne, fasciate di vapori turchini, buie di foreste, bianche di ville, drizzavano contro il cielo fiammeggiante i loro impetuosi vrtici; la riva, coltivata a vigne, dorata di frumenti, sciorinava la sua pigra fecondit sotto la magnificenza del sole.
Eran dunque partiti, ma non senza contrasti, poich la famiglia non vedeva di buon grado quella inattesa partenza. Certo nessun dubbio contaminava quelle anime semplici; ma, forse un presentimento oscuro, un sospetto senza precisione, generato anche dalla lor titubanza, persuadeva i genitori a non favorire questa soverchia familiarit del fratello con la sorella minore.
Inoltre, da qualche tempo, Loretta era mutata in un modo singolare; le si leggeva nell'espressione del volto un non so che d'ambiguo, d'insolito; ed era mutata proprio da quando Arrigo aveva cominciato a prendersi cura di lei. Ella, involontariamente, odiava questa sua famiglia, dalle idee grette, severe, meschine, questa famiglia ch'era il solo inciampo alla possibilit d'ogni suo desiderio, ed oscuramente lasciava sentire quest'odio, lasciava comprendere ch'era solo felice quando poteva uscirsene con Arrigo, evadere dalla prigiona familiare, allontanarsi dalle mediocri loro abitudini.
Ed il primogenito, che una volta bazzicava cos di rado nella casa paterna, or vi giungeva quasi ogni giorno, qualche volta stralunato, qualche volta con l'attitudine e con il pretesto di colui che voglia nasconder la ragion vera della sua visita. Non era stato mai tenero d'affetti familiari, e queste sue pi che fraterne attenzioni per la sorella minore sembravano per lo meno singolari. Poi, quest'uomo arrogante, che non aveva mai sofferto alcuna ingerenza ne' fatti suoi, or qualchevolta appariva titubante, quasi umile, e si studiava di dare una ragione d'ogni suo passo; talvolta guardava il suo vecchio padre, la sua vecchia madre, con uno sguardo paurosamente filiale, che i suoi occhi non avevan mai saputo esprimere.
Paolo, il fratello minore, il giovine dal cranio rotondo, dagli occhi un po' intontiti, Paolo, che mostrava per la sorella un'antipatia irriducibile, per il fratello un certo disprezzo, non lesinava le sue ironie un po' grossolane su que' due che se la facevano da signori, prendendo a prestito le penne del pavone. E poi c'era quel terribile Riotti, che per nulla al mondo avrebbe rinunziato a soffiare quali che malignit su quanto accadeva nella casa del vicino. Non che la sua mente sobria potesse mai giungere a concepire manco per sogno la possibilit d'un amore simile; ma egli vedeva la cosa sotto un altro punto di vista, e cio vedeva che la figlia ultima dell'occhialaio stava per divenire in femmina ci che il primogenito era stato in maschio. E comprendeva benissimo, lui, che facessero buona lega insieme, que' due caporioni, e s'aiutassero del loro meglio a scandalizzare la gente per bene.
Oh, lo aveva detto in casa del Ferrante! detto e ripetuto ben forte! Ma s! era proprio ad un uomo di quel genere che dovevano confidare la loro ragazza! e una ragazza, senza farle torto, che di serio non aveva nemmeno un capello. Perch non le insegnavan piuttosto a diventare una buona madre di famiglia? Altro che vestitini e ciprie e gingilli e teatri e villeggiature! Anche le villeggiature adesso! Ma sicuro, alla fine di Maggio, quando ancora non fa gran caldo, anzi, la sera si sta meglio con il soprabito che senza, ed  il momento migliore per la citt, alla fine di Maggio si sente il bisogno d'andare a prendere una boccata d'aria sui laghi. Figurimoci!... un viaggetto per i luoghi e per gli alberghi eleganti, a imparare altri capricci, come se non ne avesse abbastanza! Ma, gi, quando si  ricchi!... quando si pu!... Il signor Arrigo, lui, di soldi ne ha a palate! Spende, spande, viaggia, tiene appartamento e cameriere. Poverino! E perch allora non invita suo padre, o meglio sua madre, a vedere un po' di lago, che sarebbe tanta salute per lei? Nossignore! Invita la sorella invece; e perch? Perch ha le toilettes eleganti, perch va in giro come una farfalla, perch  una civetta, la signorina, e questo a lui piace, si sa, a lui!... a quello sciupone! a quel borioso! La finisse con gli scandali, e pensasse una buona volta a riparare i suoi malanni! O non cercasse almeno di corrompere anche la sorella, che, scherzi a parte, ne sapeva gi pi di Bertoldo! E lui, il vecchio, debole anche in questo, come in tutto, debole fino alla vilt! Del resto, facessero poi loro, che lui, Riotti, com'era suo principio, negli affari altrui non desiderava mettere il becco...
Ma Loretta non aveva pazienza con i suoi di casa; quando appena la contraddicevano, dava in ismanie, dichiarando che intendeva esser libera e vivere a modo suo. Finissero di seccarla una buona volta per i suoi vestiti troppo eleganti, per i suoi cappellini ed i suoi mantelli, visto che una ragazza dell'et sua non poteva gi convocare il consiglio di famiglia prima di scegliersi una camicetta!... Quindi le facessero il santo piacere di non volersi mischiare anche delle sue toilettes, dal momento che non potevan nemmeno rimproverarle di spender troppo, e ci in grazia del suo buon gusto, della sua grande abilit nel fare le compere. Che se poi Arrigo di tempo in tempo le faceva qualche regalo, nessuno in fin dei conti aveva il diritto di trovarvi a ridire. E volevano saper la ragione per la quale andavano cos d'accordo lui e lei?... Ma era naturale! Avevano gli stessi gusti, e dopo tutto eran fratello e sorella. Inutile! non cercassero di far di lei una bottegaia, perch un marito dei loro non lo avrebbe sposato mai. La lasciassero in pace! la lasciassero in pace! Quanto a lei, saprebbe trarsi d'impaccio da sola. E finalmente anzi aveva deciso: voleva studiare e diventar cantante. Questo le avrebbe servito almeno ad esser libera.
Cantante!?... Il fratello Paolo ne scoppi a ridere, d'un riso cattivo, insultante. Lo and a raccontare al Riotti, il quale, appena la vide, cominci con chiamarla Adelina Patti. Fece anzi un lungo e dettagliato racconto d'una serata in cui aveva inteso la celebre cantante; critic la scuola moderna, la dizione moderna, la musica barbara e le grottesche teorie dei wagneriani; poi spieg tutti gli inconvenienti che pu incontrare una donna sul teatro. Ma poi concluse che, alla fin fine, se questa era proprio la immutabile sua vocazione, si mettesse almeno a studiare seriamente, perch sul teatro, come in tutte le cose, si riesce o non si riesce, ma quando non si riesce, poich il denaro occorre lo stesso, le donne per lo pi arrivano a fare un altro mestiere... E la voce? Ma sapeva lei quanto ci vuole per giungere a trovare l'intonazione giusta? E le movenze? i gesti? la padronanza della scena? Aveva dunque un'idea approssimativa dell'assiduit che occorre per imparare tutto questo? Anni ed anni di studio! Poi bisogna esserci nati sul teatro, od entrarvi molto giovani...
Secondo lui per Anna Laura era gi troppo tardi.
In merito a questa gita, Arrigo ebbe dal canto suo qualche noia con Clara Michelis.
Un vago sospetto cominciava oscuramente ad agitarsi nel suo cuore attento e geloso. Ella pure aveva notate alcune circostanze fuggevoli, senza valore per s stesse, che potevano parer accidentali, ma che, legate insieme da quel sottile intuito che ha la donna quando ama e quando si sente minacciata nel proprio amore, finivano con darle una strana chiaroveggenza sul cuore di Arrigo.
Ella pure trovava incomprensibile questa subitanea cura che l'amante si prendeva de' suoi doveri fraterni, e trovava strano che una ragazza di vent'anni ed un giovine come lui se ne partissero insieme, senz'altro scopo n altra meta che di veder la primavera fiorire su le rive d'un lago tranquillo.
Inoltre ella sapeva leggere in lui con singolare penetrazione, e da qualche tempo lo vedeva mutato, cupo, irascibile, come se un funesto pensiero si agitasse dietro la sua fredda impassibilit. Questi due fatti, il suo mutamento e le sue premure fraterne, eran nati insieme. Le rare volte che aveva potuto indurlo a parlare di Anna Laura, gli occhi dell'amante non avevan osato pi guardarla in faccia, s'eran fatti obliqui e fuggevoli, s'eran empiti insieme di sospetto e di lampi. Nella casa dell'amante aveva scoperta qualche traccia d'un'altra visitatrice; nel suo letto stesso aveva sentito che quest'uomo non era pi suo, non era pi di nessuna, tranne che d'un suo terribile nascosto amore.
Ma egli era un violento, ella una rassegnata. Non pot impedirgli di partire, anzi nulla confess a lui de' suoi dubbi angosciosi, e rimase ad aspettarne il ritorno con il perdono su le labbra, la morte nel cuore.
Ella non si vedeva, non si sentiva pi giovine; la vecchiezza vicina, questo ch' forse il pi terribile supplizio, la pi irrevocabile condanna per l'amore, le faceva comprendere che ormai ella doveva solamente rassegnarsi e perdonare e patire in silenzio, perch lottare n ribellarsi non poteva pi. Arrigo era stato l'ultimo episodio nella sua storia, e le donne forse non ricordano che due uomini: l'ultimo ed il primo.
Ora che il sospetto era nato in lei, non aveva pi pace. Si sentiva sfiorire, mentre la giovinezza di lui splendeva pi rigogliosa. Quest'uomo, che aveva prima lottato per averla, ella poi lo aveva conteso, lo contendeva ad altre con ogni mezzo, per tenerlo presso di s. Da dominatrice era diventata la sua schiava; perch non si stancasse di lei gli aveva permesso tutti i capricci, secondato tutti i vizi; per essere la sua amante, s'era alienate molte conoscenze, s'era veduta male accolta in qualche sala della pi severa societ; per passare qualche lunga notte, fino all'alba, con lui, per sedersi su le sue ginocchia e baciarlo, nella propria casa, quand'egli veniva a trovarla, non s'era quasi curata dei testimoni domestici n della bambina che intanto cresceva e vedeva; perch'egli fosse ricco, si era fatta pi povera; avrebbe reso povera anche la sua bambina, che pure amava, avrebbe fatto per lui qualsiasi altro sacrifizio, pur di non perderlo, pur di riavere qualche volta i suoi violenti baci.
Ed ora si contentava di poco; sapeva ch'egli era giovine, che aveva bisogno di vivere, ch'era un ambizioso, un uomo in bala d'una sorte precaria, e gli perdonava molte cose, troppe cose. Lo aspettava qualche volta per giorni interi senza vederlo, ed allora le sue notti erano insonni, ma lottava con disperazione contro la voglia di piangere per non sciuparsi la faccia. Egli la tradiva spesso; e pur avendone la certezza ella non osava ribellarsi n muovergli alcun rimprovero. Sapeva che i suoi amori eran fuochi di paglia, galanterie cui si dava talvolta per capriccio, talvolta per opportunit, e rassegnatamente aspettava di vederne l'ultime faville, le ceneri.
Ormai si contentava di poco, di cos poco! Ch'egli venisse a darle un bacio, la sera, prima del pranzo, e qualche volta restasse a tavola con lei, o venisse dopo il pranzo, prima d'andare a teatro, senza nemmeno togliersi il soprabito, senza ch'ella potesse baciarlo con piena libert, per non sciupargli la cravatta bianca, per non spettinare i suoi capelli cos ben ondeggiati. Si contentava d'andare qualche volta a casa sua, quand'era troppo gelosa, troppo triste o troppo innamorata... Per lo pi non lo trovava. Lo aspettava; metteva in ordine, guardava tutte le sue cose; gli portava mazzi di fiori, glieli disponeva nei vasi. Toglieva la polvere da' suoi gingilli, riordinava i suoi vestiti, i suoi libri; metteva l'ora del proprio orologio con gli orologi di lui. Ella parlava con Filippo familiarmente; Filippo era un amico per lei. Spesso gli dava un po' di denaro o gli portava un regalo, e intanto, fra un discorso e l'altro, cercava di far raccontare al domestico tutto quanto sapeva su le abitudini del suo padrone.
Ma il domestico sapeva poco, poi era scaltro. Quand'ella non aveva pi nulla da fare, si metteva in una poltrona, al buio, ed aspettava. Era paziente; si sentiva quasi felice.
I suoi giorni d'amore divenivano sempre pi radi, e per le bastava di sapere ch'egli veramente non ne amasse un'altra, che a lei rimanesse anche solo per abitudine o per riconoscenza; le bastava che ogni tanto egli le sorridesse, con quella sua bella bocca violenta sotto i baffi sottili, e ogni tanto la prendesse in braccio, la cullasse, lui cos forte, lei cos fina, e le dicesse ancora, per ingannarla forse, che l'amava, che l'amava, con quella stessa voce che gli aveva udita nei primi giorni, quando non era ancor sua. E le bastava che una volta ogni tanto ella potesse coprirlo de' suoi baci avidi e gelosi, de' suoi baci in cui metteva tutta la disperazione del suo ultimo amore, poich'ella era pi malata che mai, pi innamorata, pi ardente che mai. Certo v'era una grande tristezza in tutto questo, ma ella non se ne lamentava; cercava di essere buona, umile, per soverchiarlo con la propria dolcezza; e di quel poco era contenta, perch'ella amava sopra tutto l'amore che aveva per lui.
Ma ora un terribile spavento s'era aperto nell'anima sua; le era parso d'indovinare la cosa orribile, aveva indovinato, ne era ormai pressoch certa. Non pi il gioco lo distraeva da lei, non le amanti d'una notte, non le cene, i teatri, gli amici, non la sua tenace ambizione, non la sua violenta giovent. Guardandolo talvolta, gli scopriva ora negli occhi una fiamma non mai veduta prima, e standogli fra le braccia ella sentiva l'inimicizia, l'avversione, che quest'uomo celava ora contro di lei. Dunque s'era innamorato, dunque glielo avevano tolto; nel suo cuore insensibile era nata una passione selvaggia... E per chi? per chi?
Aveva passati giorni e giorni osservando, indagando nella sua vita con quella pazienza femminile che noi non conosciamo; poi un barlume, un dubbio era balenato nella sua mente, le si era infitto nel cuore, seducendo lei stessa, mentre l'atterriva, con la sua potenza nefanda.
Ch'egli avesse amata un'altra donna, anche giovine, anche bellissima, questo era forse nella sorte naturale delle cose; le pareva che in tal caso avrebbe saputo comprenderlo, perdonargli e rassegnarsi anche a questo nuovo dolore. Poich'ella stessa era desiderabile ancora e poteva sperare di vincere con la pazienza, con l'amore suo pi forte, con l'indulgenza sua pi grande, infine con uno qualsiasi tra que' mezzi femminili che valgono a ricuperare un possesso perduto.
Ma invece accadeva la cosa pi imprevedibile, si elevava contro di lei la pi inattesa e formidabile nemica. Poich'egli non s'era innamorato d'una donna che fosse bella o giovine soltanto, che potesse avere una bocca pi fresca della sua, una pelle pi morbida, un corpo pi voluttuoso; non solo d'un'amante che fra le coltri lo sapesse meglio accarezzare, che fra la gente potesse meglio lusingare la sua vanit; non insomma d'una fra quelle tante che son tutte destinate a perire, a passare, a conoscere anch'esse il tormento della fine... Ma invece aveva scaldato in s il pi divorante fuoco, s'era lasciato invadere da una rossa demenza, si dibatteva in una lotta feroce contro il demone della sua stessa colpa, voleva cogliere il dolcissimo frutto avvelenato, quello che torce, che perde, che fa impazzire, quello dopo il quale tutti gli altri non hanno pi sapore.
Egli non amava una donna soltanto; amava la sua sorella, una sorella di vent'anni, ancora intatta, che forse, che certo amava lui; una sorella che aveva in pi di tutte l'altre il dono d'essere il peccato, il dono di portare nel suo grembo il sacrilegio, ne' suoi baci la dannazione, e di chiamarsi sorella, ossia di nascondere in questo nome trasparente come la purit il significato pi divino e pi terribile che sia nell'amore.
Forse i grandi peccati propagano intorno a s una specie di atmosfera malefica, di ambiguit quasi tangibile, per la quale inevitabilmente giungono a farsi avvertire dalle vigilanze altrui. Il primo giorno che questo dubbio era balenato nella sua mente, ella sbito l'aveva respinto, se n'era sdegnata contro s stessa, s'era trovata abominevole per aver concepito un simile pensiero. Ebbe quasi paura che l'aver pensata una tal cosa potesse rendere una tal cosa verisimile.
E si mise con affanno a cercare un'altra spiegazione, a scoprire un'altra verit, meno orrida... meno affascinante! Se questo pensiero assiduo le martellava nel capo, ella compiva uno sforzo quasi fisico per allontanarlo da s.
E per tornava, forse rievocato solo dalla paura che ne aveva; tornava, perch noi ci somministriamo senza volerlo, con una gioia crudele, tutte le immaginazioni che ci dnno pi tormento; perch l'orrido ci attrae, perch il peccato, anche il peccato altrui,  la pi grande suggestione che possa corrompere lo spirito nostro. Tornava, perch pensando alla possibilit di questo amore, alle sue gioie pi che umane, ella sentiva nascere in s le radici, fremere in s i tormenti di questo inconfessabile amore.
E siccome talvolta siamo i peggiori nemici di noi stessi, ella cominci a pensare quale sarebbe stata la sua tortura se questo dubbio avesse presa la consistenza della verit. L'onda sensuale di quella colpa ineffabile si frammise alla sua paura, alla sua gelosia, corse in lei, facendole intendere l'ebbrezza che quei due potevano sentire se veramente s'amavano. E mentre andava cercando le prove che questo amore non fosse, in verit ella era tentata e soggiogata dalla voluttuosa paura di scoprirne l'esistenza.
Con lei d'altronde Arrigo non era guardingo abbastanza, poich non credeva ch'ella potesse avere sospettato. A lui stesso, qualche rarissima volta, piaceva parlarle della sorella, cosa che in addietro non accadeva mai. Gliel'aveva descritta con frasi calde, ma vigilando insieme le proprie parole, quasi temesse di potersi tradire. Le aveva pure mostrato un ritratto di lei, un ritratto recente, fattole fare in quei giorni. Poi, talvolta, son gli estranei, che con una frase innocua ci rivelano una grande verit. Molti eran venuti, nel modo pi naturale, a parlarle di lui e di lei, narrandole particolari futili, cose prive per s stesse d'ogni colpevolezza.
Li avevano insieme veduti per istrada, nei teatri, alle corse, altrove; li avevan anche ammirati, perch sembravano volersi molto bene. C'era chi gliel'aveva descritta: una bionda, ma d'un biondo color cenere, col visino fresco, il profilo non del tutto puro e per graziosissimo, la bocca sempre in sorriso, il corpo ammirevole.
Non gli somigliava affatto affatto; aveva l'aria un po' di scapatella, e cos alcuni, da principio, avevano supposto che fosse una sua piccola amante... Ecco, alle volte, com' facile ingannarsi!...
...
Insgnami a remare! ella disse allegramente, nel pomeriggio di quel primo giorno.
Non ti pare che faccia un po' caldo ancora? Sarebbe meglio attendere pi tardi.
No, sbito, sbito!
E calzata di bianco, con una gonnella di tela bianca, che le scopriva le caviglie, un cappellone di paglia piegato sul viso, ella scendeva con ilarit per i viali del fragrante giardino, che aveva tanti profumi e tanti colori quanti ne pu adunare insieme una primavera italiana.
Ella si divertiva; tutto questo era nuovo per lei; non s'era forse mai trovata in un albergo elegante, ben di rado aveva inteso parlare i linguaggi stranieri, non s'era mai sentita cos libera e cos felice come in quel giorno.
Aveva una bella camera, con un terrazzo verso il lago, e la camera d'Arrigo era comunicante con la sua. Sul terrazzo, ricoperto da una tenda a striscie bianche e turchine, le avevan messo una seggiola a sdraio, di vimini, con molti cuscini. Appena giunta vi si era distesa, un po' stanca, e s'era messa a guardar intorno, a sognare.
Le si apriva dinanzi il lago immutabilmente azzurro, con le sue rive dense di villaggi, sparse di campanili e di torri, il lago solcato in ogni senso da uno sciame di barche, leggere come petali di fiori sopra una fontana. Pareva le muovesse un dolcissimo vento, non la fatica dei remi, e cullassero il sonno di gente oziosa. Udiva ogni tanto una sonagliera di cavalli squillare, lontanando per il bianco scintillo delle strade maestre; vedeva le automobili passar veloci, fragorose, lasciandosi dietro una gonfia nuvola di polverone, i battelli giungere ad intervalli, carichi d'una folla gioconda, che facendo ressa per le scale montatoie sbarcava sui pontili d'approdo.
E per lei tutto questo era nuovo, le raddoppiava nel cuore il senso della giovinezza; voleva in un giorno solo tutto vedere, tutto godere.
S'era clta nel giardino un bel mazzo di rose gialle, Arrigo ne aveva tolte le spine, gliele aveva messe alla cintura. Andavan ora verso la darsena per scender in una barca ed allontanarsi dalla riva.
Egli non era pi cos tetro come nei giorni passati; un senso di beatitudine e di pace ritornava in lui; gli pareva quasi che quel cielo cos aperto fosse indulgente alla sua colpa, ed in verit un pi sano respiro dilatava il suo petto capace. Mentr'ella diveniva pi fanciulla e pareva scordarsi fra quella novit il suo torbido amore, egli si compiaceva nel circondarla di tante piccole premure, come si fa per un'amante.
La citt era lontana, quasi dimenticata; nessuno li conosceva in quel sereno golfo lacustre, in mezzo ai fiori esuberanti, con intorno la catena quasi glauca delle montagne, tra l'odor vegetale dei prati maggenghi, nell'aria limpida e sana. Egli non aveva pi il terrore che alcuno sorprendesse il suo segreto, e vicino a tutte le semplici cose della terra gli pareva che nel suo sentimento fosse entrata una qualche purit. Non voleva pensare pi a nulla, ma solamente godere con pieno abbandono quei giorni di oblo.
In fondo comprendeva che la nostra coscienza  talvolta una semplice paura dell'opinione altrui.
Scendevano verso la darsena per i viali del giardino traboccante, mentre di poco il sole aveva sorpassata l'ora del meriggio e traeva da tutte le cose un insostenibile fulgore. Con il suo vestitino di tela bianca, la gonnella corta, un velo azzurro su le spalle, il gran cappello di paglia a larghe tese, ella pareva pi giovine di qualche anno e la sua irrequietezza era veramente quella d'una bambina.
Si chinava tra i fiori, saltava le piccole siepi, gettava sassolini per rompere lo specchio delle fontane, faceva una piccola corsa, tornava. Era un po' accaldata, gli occhi le brillavano, il suo petto si gonfiava per respirare a lunghi sorsi quell'aria profumata, e parlava, parlava, ed ogni piccola cosa la faceva scoppiare in una risata cos limpida che i taciturni forestieri si volgevano sorridendo a guardarla.
Egli non viveva di s, ma di lei sola viveva, con un profondo tremore d'anima e di amor carnale. Udendola ridere, una grande allegrezza empiva il suo recesso cuore; s'ella correva per il giardino, avrebbe voluto egli pure mettersi a correre come un fanciullo; se una cosa le dava godimento, anch'egli ne traeva piacere, n mai si ricordava per l'innanzi d'aver concepito in un modo cos elementare il senso della felicit.
Ma v'era nel suo vigile spirito una parte che rimaneva incapace d'allegrezza e dove il sole del bel pomeriggio non mandava nessuna chiarit; una parte religiosa e recondita, che in lui pesava come su la terra un feretro: quella dove il suo perduto cuore misurava con spavento e con vilt il rimorso della colpa inesorabile.
Ma quando l'udiva parlare, la sua voce stessa gli prodigava gioia, correva per entro le sue vene, scendeva in lui come una musica divenuta piacere; quando la vedeva muoversi, ridere, vivere, splendere, gli pareva che ogni movimento svestisse di quegli abiti leggeri la sua perfetta nudit, e mille volte, in quell'ebbro giardino, tra i fiori gonfi di plline, coricava la sua bianca giovent nel meraviglioso peccato...
Remi bene tu? ella domand al fratello, saltando nella barca ed aggrappandosi a lui per non perdere l'equilibrio.
Una volta, s, remavo bene; ma ora forse ne avr perduta l'abitudine.
Tuttavia non vollero barcaiolo; andaron soli, perch nessuna vigilanza importuna turbasse il loro intimo godimento. Egli rem con lentezza finch furono discosti dalla riva, ed ella, cantando, reggeva il timone. Il lago era fermo, senza un'onda n una sca. Nella sua limpidit, le alte montagne propagavano una immobile ombra, che pareva subacquea. Le ville, i golfi, le rive, l'aria, l'acqua, la montagna, tutto nello spazio brillava d'un glorioso trmito.
Arrigo la guardava: ell'aveva posato i piedi su lo stesso appoggiatoio contro il quale premeva egli stesso nell'inarcarsi per remare; la gonna corta erale un poco scivolata in su, ed egli vedeva le sue fine caviglie uscire dalle scarpette scollate, poi salire con ugual simmetra, come fusi perfetti, e sparire tra i pizzi della gonnella in un principio d'oscurit. Portava le calze di seta, color cenere, traforate, luccicanti. Con la punta dei piedini irrequieti, ogni tanto per ischerzo, ella toccava i suoi. E ridevano, ridevano entrambi, senza parlarsi.
In quella pace, nella lentezza della remata, nel dondolo della barca navigante, comprendevano come la pi dolce cosa fosse guardarsi e tacere.
Egli l'osservava. Nel sole, nella grande vampa, la sua carne s'impregnava d'una trasparenza bionda, come i clici delle rose tee; la vellutatura della sua pelle brillava minutamente, l'ombre ne parevano pi scure. L'esamin, e si avvide, forse per la prima volta, ch'ella non aveva la bocca pura, non la bocca dei suoi vent'anni, limpida e quasi leggera come lei, ma una bocca sensuale, calda, troppo rossa, troppo viva, una bocca di donna gi molto baciata, gi esperta di tutte le lussurie che insegna l'amore. E allentandosi nel colpo della remata, con il corpo all'indietro e gli occhi semichiusi, egli si stendeva con un lungo brivido sensuale sotto il bacio di quella bocca impura.
Nel calor del giorno, tra il riverbero del sole sfavillante, lasciava ella pure che le palpebre le scendessero a met su gli occhi un po' ebbri di luce; un senso di stanchezza beata le si diffondeva per il viso, per tutto il corpo, inondandola di riposo come dopo una fatica. Ed egli pi non rivide in lei quella che nel giardino saltellava tra i fiori buttando ciottoli nelle fontane, ma un'altra, che aveva su la bocca il riso della donna perduta, e pareva quasi addormentarsi dopo aver patito un violento piacere, un'altra, ch'egli si raffigurava distesa in un letto d'amore, nuda, con le braccia lente lungo i fianchi, abbandonata nel soave riposo del piacere sofferto, nuda e stanca in un letto d'amore, con il capo vlto da un lato fra i capelli semisciolti, la bocca umida, gli occhi appassiti, scuri come le violette...
Egli remava lento, lento, nella infinita luce. Una riva s'allontanava, l'altra era pur lontana, tutto pareva cedere al sonno, sentirsi opprimere dallo splendore, in quel pomeriggio di sole. Passaron presso un pescatore, che aveva la sua barca ferma e la lenza nell'acqua. Piano piano, senza far romore, scivolaron oltre.
Egli l'osservava: teneva in una mano e nell'altra le due funicelle del timone; ma le due mani le riposavan nel grembo, semiaperte, quasi addormentate, sicch al pi leggero strappo del timone avrebber forse lasciati sfuggire i due cnapi. Quelle mani, il sole le dorava; parevan un po' scure su la bianchezza della gonna. Anch'esse, come la bocca, non rivelavano alcuna purit. Eran fatte per tutti i peccati, erano destinate ad infliggere carezze tormentose, avevan nella lor forma innocente qualche segno che ne tradiva l'attitudine al vizio. E sul viso caldo, su la bocca un po' arsa, per tutto il corpo affaticato dal lungo desiderio, egli sent passare la carezza di quelle mani lascive, una carezza che lo snervava e lo torceva, prodigandogli una volutt piena di morte, dalle radici dei capelli fino all'ultime sue vene. Allora lasci i remi, si curv innanzi e la baci.
Che fai?... diss'ella come destandosi, maravigliata.
Ti amo, egli rispose, circondandola con le braccia, e guardandola negli occhi pieni di sole, tutto proteso e curvo su di lei, con la bocca immersa nel suo vivo respiro. Per scuotersi da quel torpore, ella si stir con indolenza sotto di lui che le pesava un poco adosso, e levate le braccia, con un movimento pieno d'amore gliele strinse al collo, rovesciando il capo all'indietro, chiudendo gli occhi, beata.
Su l'acqua, su tutta l'acqua, parve correre in un tremor di luce il palpito delle loro anime innamorate.
Bciami... ella proffer, quasi volesse tradurgli con parole quella pienezza di gioia che le inebbriava i sensi. Bciami ancora una volta, come hai fatto prima... cos... cos...
Egli la baci di nuovo su la bocca umida, golosamente, come si sugge un favo di miele. Ed ella passava le dita nella sua capigliatura, gli scopriva le tempie, la fronte, pettinando piano piano i suoi capelli con una prolungata carezza.
Mi sento felice... ripeteva, gonfiando nel respiro la sua gola giovine. Vorrei dire tante cose inesprimibili... vorrei quasi cantare, s, cantare di gioia!...
E volse gli occhi tutt'intorno, per quella vampa infinita, e le parve di abbracciare in s stessa tutto lo splendore che vedeva.
Egli la fiss profondamente, con una ferma potenza negli occhi:
Sei mia, o cosa pensi? domand con affanno, quasi con ira. E cos forte la strinse nelle sue ruvide braccia, ch'ella parve sentirne dolore.
Perch mi domandi questo? perch fai cos?... disse, con un'ombra di paura.
Nulla,  nulla... non badare a quel che dico. Ridi, Loretta, ridi ancora!
E si lev, si rimise a remare. Su la sua faccia era nuovamente scesa quell'espressione di violenza e di tormento che spesso lo contraffaceva; tutto il suo corpo straordinariamente agile si piegava, si distendeva, con impeto nello sforzo di arrancar sui remi; lo snello battelletto correva; l'acqua sferzata saltava con rapidi arcobaleni.
Che hai? Perch ti stanchi cos?
Egli non rispose, anzi rem pi forte.
Lascia provare a me, diss'ella;, voglio remare anch'io.
E fece atto di levarsi.
Non ti muovere, non ti muovere, se no cadrai.
Voglio remare anch'io; lascia che provi.
S, aspetta. E ansante abbandon i remi.
Come sei forte! Ora si correva!
Egli le sorrise nel tergersi il sudore che gli colava dalla fronte.
Allora vuoi remare?
S.
Bene, proviamo: io mi siedo su l'altro banco e tu verrai qui.
Cambi posto, mise in acqua un altro paio di remi e le tese una mano per sorreggerla mentre passava. Quando fu seduta, la baci ancora su la nuca e su la tempia, la cinse, la tenne imprigionata. Ridendo, ella premeva la guancia contro il suo collo nudo; poi disse:
Perch mi hai fatta quella domanda, Rigo?
Volevo sapere se mi ami, se mi ami davvero... egli rispose con una timidezza d'amante.
E non lo sai dunque?
L'altro non rispose; le insegn a tenere i remi, le accompagn il braccio nella remata.
 facile! rispondeva la fanciulla. Vedi che so remare anch'io?
Piano, fa piano, senza stancarti... Non affondare troppo il remo nell'acqua; cos, guarda. Snoda il polso quando ti pieghi avanti, fletti la mano in basso quando di la remata... Cos, va bene.
Ella si divertiva; guardava un remo, poi l'altro, che non andavano insieme.
Perch non si cammina? fece, indispettita.
Si cammina adagio adagio.
Voglio fare come fai tu.
Abbi pazienza, ora t'aiuto.
Si mise anch'egli ai remi e navigaron fino a sera; fin quando su le due rive, sparse d'indaco e d'oro biondo, cominciarono a suonar da lungi le campane di tutte le chiese.
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Capitolo 13.
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S'erano vestiti rapidamente per il pranzo; egli era entrato nella sua camera ad allacciarle il vestito, poi era mutamente rimasto a guardarla mentr'ella finiva di lustrarsi l'unghie e di togliersi la cipria dal viso. Le dolevan un po' le mani per l'asprezza dei remi e se ne lamentava ogni tratto con una voce di bimba viziata. Per consolarla, egli le prese carezzevolmente le mani fra le sue, dicendole:
Domani remerai di nuovo, il dolore passer.
Eran poi scesi a pianterreno, discorrendo fra loro di cose gaie, s'eran fatto apparecchiare un tavolino sul terrazzo ed avevano comandato copiose vivande, perch una fame robusta li pungeva dopo quella giornata d'aria libera.
Le vetrate erano aperte verso il giardino; gli sciami notturni, densi come polvere infuriata, ronzavano in larghi trbini assalendo i globi elettrici sospesi nella compattezza del fogliame; saliva dietro la montagna dell'altra sponda una mezzaluna bianchissima nel cielo ancor pieno di crepuscolo.
Molta gente pranzava intorno a loro, e Loretta, curiosamente, osservava l'un dopo l'altro que' numerosi commensali. Parlando, considerava i gioielli che vedeva brillare indosso alle signore, poi sorrideva di certe scollature ferocemente ossute, di certe pettinature strette e rade come gomitoli venuti agli ultimi fili. Ma v'eran l presso tre giovani signore, che Arrigo suppose fossero Americane, le quali, senz'essere compiutamente belle, pur avevano in tutta la persona que' robusti e gentili segni di eleganza che formano la particolare bellezza di questa nuova stirpe atlantica. Simili per nobilt di sembianze a giovani dogaresse, queste repubblicane d'oltremare possedevano gi, nei loro profili antichi e limpidi, quella verace purezza di origine che in esse, figlie di mercanti, consacrer l'imminente aristocrazia. Erano vestite con amabile sfarzo, erano coperte di gioielli, e Loretta le ammirava.
Vorrei essere molto ricca per avere un bel filo di perle, disse al fratello con gelosia, toccandosi la gola nuda, che portava la sua giovent come una stupenda collana.
Ti piacciono tanto le perle?
S, tanto! Sono il gioiello che preferisco.
E soggiunse con una specie di rancore, dopo aver riflettuto:
Com' stupido esser poveri!
Allora, egli le domand, guardandola, tu vuoi diventar ricca ad ogni costo?
Io s! rispose con fermezza. E l'avidit, la venalit, il piacere del lusso, la smania di molte ambizioni ancora insoddisfatte balenarono insieme nel suo volto.
Pur tacendo, egli parve assalito da un malessere intimo, ed ella, senza dubitare che tali parole dovessero farlo soffrire, aggiunse:
Per questo non ho voluto perdere di vista Rafa. Rafa mi potrebbe dare tutto quello che voglio.
Gli occhi del fratello divennero estremamente grandi e fissi, la sua bocca ebbe una contrazione irritata. Si volse alla finestra e guard fuori, verso la riva notturna, verso il lago pieno di stelle, che nella ferma sua limpidit si copriva d'un lenzuolo d'argento.
Non lo credi anche tu? ella fece ancora.
Certo! egli rispose con asprezza;, Rafa pu pagarti bene.
Ella subitamente arross; nel suo pudore di fanciulla si sentiva ledere tuttavia da quella frase crudele.
Abbass gli occhi e tacque.
Non mangi? disse Arrigo dopo una lunga pausa.
Mi hai resa triste... che peccato!
Via Lora, non ti offendere!....
E le tese la mano sopra la tavola, quasi volesse far la pace con lei.
Era molto ghiotta, le offrivano cose delicate, poi quel giorno aveva molta fame: dimentic.
Voglio bere un bicchiere di Champagne, diss'egli, come la prima sera che abbiamo cenato insieme, ti ricordi?
Io mi ricordo ogni cosa ch' stata fra noi, ella rispose con tenerezza. Tutto ricordo, e non dimenticher.
Il maggiordomo port la bottiglia senza romperne i suggelli, poi la ravvolse, l'imbavagli, d'un tovagliolo bianchissimo, e la mise a raggelare in un secchio appannato, che un treppiede reggeva presso la tavola. D'improvviso ella fece una riflessione:
Vorrei sapere cosa la gente pensa di noi.
Perch?
Ella segn con un gesto solo s stessa, lui, la bottiglia di Sciampagna:
Scommetto che mi prendono per chiss chi... disse. Veramente non ho l'aria d'essere tua sorella, n tua moglie.
E rise; la sua bocca umida scintill d'un riso inverecondo.
Scommetto, riprese, che mi credono magari una cocotte!
Sei pazza! esclam il fratello ridendo egli pure.
Ma questo nome non le dava noia, che anzi pareva in un certo senso lusingarla e chiudere nella sua volgarit un significato pieno di seduzione.
Voleva dire per lei possedere molti armadi stracarichi d'abiti sontuosi, molti cofani pieni di gioielli splendenti, e ballare nei carnovali, e ridere nelle cene, ed avere nella sua casa profumata un gran letto d'amore.
Ella si sentiva invincibilmente attratta verso questa vita di piacere, n il suo corpo era fatto per il desiderio d'un uomo solo. Non albergavano in lei sogni di maternit e di famiglia, ma il suo cuore volava impaziente in cerca d'altre gioie meno tranquille. Quella bottiglia di Sciampagna, che le metteva nel capo tanti pensieri giocondi, non era per lei solamente un vino aggradevole al suo palato, ma un simbolo quasi di tutta quella vita che le piaceva ed a cui la chiamava un fervido bisogno di godimenti. Ella voleva essere desiderata, infondere il piacere, prodigare la gioia, perch la sua missione femminile non altra era se non quella di tentare, di esasperare, d'infliggere con il suo corpo voluttuoso il tormento e il gaudio che ardon nell'essenza dell'amore.
Il turacciolo salt con rumore sotto la furia della bianca spuma e dalle coppe ricolme sprizzarono minutissime scintille. Ella v'intinse le labbra, golosamente, bevve d'un fiato; egli sorseggi il bicchiere con lentezza, guardandola; poi si fece ricolmar la coppa e la bevve d'un sorso.
Un'orchestra nel giardino attacc il valzer della Vedova Allegra; dietro un gruppo d'alberi s'intravvedevano confusamente i suonatori, seduti in cerchio sovra un palco rotondo, illuminato a palloncini giapponesi, che di quando in quando il vento faceva oscillare.
I gelsomini di bella notte spandevan nell'aria limpida ondate di buon odore.
Com' bello qui! come tutto  bello qui! ella esclam gioconda. Ma tu non parli... Che hai?
Egli aveva bevuti tre o quattro bicchieri di Sciampagna, l'un dietro l'altro, cupamente; si mise a ridere d'un riso innaturale e disse:
Ascolto la musica; questo valzer  una persecuzione, lo suonano dappertutto.
Mi piacerebbe ballarlo, ella disse;, ballarlo con te.
Sotto la tavola, con il piedino calzato di raso, batteva il ritmo della danza. Riempiron le coppe un'altra volta, e furon vuote. Le saliva, da quel vino pungente, un calor lieve alle gote; i suoi occhi brillavano fra le ciglia orlate d'un luminoso tremito. Ora, godendo il caldo benessere che le scorreva per le vene, s'abbandon indietro, contro la spalliera, tese le braccia nude su la tovaglia, e sorrideva come in un rapimento, in una estasi che le avvolgesse tutto il corpo, tutto il suo morbido corpo desideroso.
Se fossimo soli ti bacerei... confess con un leggero tremito.
Di l dalla vetrata, nel giardino, una grande magnolia si vestiva d'argento nel chiaro di luna, portando sovr'ogni ramo un magnifico fiore.
Ella poggi i due gomiti su la tavola e si prese la faccia fra le mani:
Senti....
Di'.
Vienmi vicino, pi vicino....
Egli si sporse innanzi per udir le sue parole.
Non avrai pi paura, dimmi?... non avrai pi paura questa notte, che c' tanto profumo?... gli mormor sottovoce, con un brivido che la impallid.
Poich'egli non rispondeva, gli prese un polso, lo strinse.
Dimmi, dimmi!... Perch non vuoi rispondere?
Ho pi paura che mai! rispose. E trem.
Or qualcuno cantava, sul terrazzo, laggi.
Uscirono. V'era molta gente, seduta a gruppi, che ascoltava il concerto. Lor due si misero in disparte e si fecero servire il caff. Eran quasi nascosti da un grande cespo di rosse azalee, che propagavan le lor vaste ombre su la ghiaia lucente. Tra la foltezza degli alberi non si poteva discernere il lago, ma ogni tanto si udiva l'acqua sciacquare contro la riva.
Egli disse alla sorella:
T'annoierai la sera; qui non c' nulla da fare.
E se pure ci fosse, rispose, non vorrei far nulla. Sto bene cos.
Ti senti stanca per aver remato?
No, affatto. Ma quello Sciampagna mi d una deliziosa vertigine....
L'azalea fiorita buttava dietro le sue spalle una specie di rosso mantello damascato.
Qualche volta, ella disse, qualche volta, Rigo, son io che ho paura di te. Sopra tutto quando non parli e mi guardi.
No, Lora; io non ti far mai alcun male.
Chiss? ella rispose.
Perch dici questo?
Non saprei perch lo dico;  una sensazione indefinibile. Forse tu mi odii un poco....
Io?....
L presso, dentr'una vasca invisibile, udivan l'acqua d'una fontana sgorgar sonnolenta, fra gli alberi. Egli si lev, le pose un braccio sotto il braccio, ed insieme s'inoltraron per il giardino. Loretta s'impauriva dei piccoli rospi verdi che saltavano traverso i sentieri. S'allacciaron l'uno all'altra strettamente, perch nell'ombra si sentivano pi sicuri, e scesero verso il terrazzo che accompagnava per un tratto l'insenatura della riva. Tra la darsena e l'approdo c'era una lunga fila di barche legate, che dondolavano.
L'acqua portava un mantello d'argento, che le aveva buttato sopra la luna. Veniva una tristezza indicibile da quella chiara calma lacustre. S'appoggiarono alla ringhiera del terrazzo, percorso da una spalliera di rose vanziane; il muoversi dell'onda luminosa li addormentava in una specie di funesto incantamento.
Egli pensava di stare sopra l'orlo d'un precipizio, e di cadervi lentamente, insensibilmente, sprofondando in una vacuit piena d'oblo. Sentiva il suo corpo disperdersi nell'annientamento, il suo dannato amore finire in un urlo.
Ella pensava d'essere una reginetta, che abitasse un gran castello su le rive d'un lago incantato, e di scendere in una barca, la notte, lei sola, sotto la luna, senza remi, senza vele, pigramente, dolcemente, per dormire. E pi andava, pi il lago si faceva buio, pi diveniva nella notte una immensa disperata solitudine; e man mano che s'allontanava col vento, le sembrava di smarrirsi nella perduta ombra, di navigare in una buia distanza, dalla quale forse non sarebbe tornata mai pi... Aveva paura e si stringeva a lui.
Un cigno dormiva, con il bel collo piegato su l'ala, ondeggiando come le barche legate in fila.
Non lontano dalla sponda pass un battelletto, con un fanale rosso a poppa ed uno bianco a prua. V'era gente, che cantava in coro, e si udivano le parole.
Il ritornello diceva:
Tela lina molto fina
che si mette ogni mattina
la mia bella al suo levar...
tutto quanto le darei
per far come fai con lei,
per saper quel che tu sai,
per star dove tu le stai...
Cantano... sono allegri! disse Loretta con invidia. Io non lo sono pi.
Egli riprese, come per ischerzo, la cantilena:
Tutto quanto le darei
per far come fai con lei...
Vanno a pesca? domand Loretta.
Forse vanno solo per cantare.
Quand'erano soli, quando faceva un po' scuro, quando si toccavano, l'interiore fantasma s'impossessava del loro turbamento. Era un male che cominciava col desiderio d'un bacio, e passava dall'uno all'altra, come una catena che stringesse le loro carni fraterne; poi girava, s'attorcigliava in serratissimi nodi, fino a curvarli entrambi sotto l'oppressione del suo peso. Ella sentiva il bisogno di abbandonarsi nelle sue braccia, egli provava con iracondia la tentazione di afferrarla e stringerla fino al dolore; ma in entrambi, anche in lei che si offriva, era una invincibile paura. Una paura gelida, radicata nell'essere, una paura che li attraeva diversamente e diversamente li separava. Eran come due sitibondi, legati presso la medesima fontana, cos che potesser tender le labbra sino ad un pllice dall'acqua, fin a sentirne la chiara freschezza e respirarne l'umidit, ma senza riuscire ad intingervi le labbra, mai. Tra la lor sete e la fontana c'era quel pllice di spazio che non li lasciava bere.
Vorrei che un uomo potesse dirmi perch mai ti ho dovuto amare! esclam Arrigo. Vorrei me lo dicesse un uomo che conosca tutte le anime e tutti i peccati, un prete per esempio. Ma io non oso confessarmi di questo peccato. E poi, che serve? Anch'essi non san nulla; nessuno sa nulla di tutto ci.
Questo accenno religioso della confessione spavent la fanciulla, come se, d'improvviso, l'abito nero del sacerdote, l'ombra dell'intercolunio, le mistiche nuvole dell'incenso, l'alito caldo che passa per la grata con il bisbiglio delle parole colpevoli, e la rampogna, e la condanna, e la minaccia di penitenze perpetue, le componessero nel cuore sbigottito l'immagine del suo peccato mortale.
Perch dici queste parole cos nere? domand. E si strinse a lui, pi vicina, quasi per trovare in lui un rifugio. La barca dei cantori lontanava nella sera lunare, e fievole si udiva di tratto in tratto il ritornello giocondo:
Tela lina molto fina
che si mette ogni mattina...
Hai pensato, egli riprese, hai pensato a quello che avverrebbe se avessi una volta il coraggio, il terribile coraggio che mi  mancato finora?
Due cose ho pensato: o che tu non mi ami veramente, o che il tuo cervello  malato. Se la nostra felicit  in noi, perch dobbiamo spaventarla con tante riflessioni? Tu mi comnichi a poco a poco il tuo male. Quando, per la prima volta, mi agit questo immenso desiderio, sbito avrei voluto esser tua. Guardare pi in l mi sembrava inutile, mi sembra inutile ancora.
Ma, dimmi, egli fece;, tu che parli con tanta leggerezza, conosci dunque il valore dell'offerta che mi fai? Comprendi cosa vuol dire questa frase che ripeti senza sgomento: Essere tua? Comprendi che ci significa regalare, sacrificare a me tutta la tua vita?
Ella parve maravigliarsi di queste parole; ma tuttavia rispose a fior di labbro, senza convincimento:
S, certo, lo comprendo.
No, Lora, egli corresse con indulgenza, tu non lo comprendi. Verrebbe inevitabilmente un giorno, e forse non troppo lontano, nel quale diresti a tuo fratello: Rndimi ora la mia vita, perch'essa  mia, e voglio viverla. Ma pensi che allora io potrei cederti ad un altro? Pensi che, dopo un delitto come questo, si possa tranquillamente ricominciare la strada per la quale si andava prima? Tu s, forse, perch hai vent'anni ed un cuore spensierato. Ma io? Dimmi, che farei allora? Conosci la gelosia? Conosci quell'altro tormento, pi grande, che si chiama il rimorso? Vedi: c' fra noi una differenza fondamentale: tu mi ami perch puoi dimenticare, perch non conosci, e quasi non sai che sono tuo fratello... invece io ti amo appunto, e pi disperatamente, perch so, perch so con profonda paura, che sei la mia sorella....
A testa china, guardando l'acqua insidiosa, che scintillava come una buia stoffa intessuta con fili d'argento e produceva un rumore appena sensibile urtando contro il muro della darsena, ella parve meditasse profondamente il senso di quelle parole.
No, Rigo!... esclam d'un tratto, afferrandosi al suo braccio con una forza convulsa, no! tu non sei mio fratello. Non ho mai pensato per un attimo che tu fossi mio fratello. Mi piaci, e nello stare con te sento che mi desideri come un vero amante. Prndimi!... fa di me quello che vuoi, per un'ora o per sempre, fin quando sar bella e mi trover bella il tuo amore... Non senti? Sono tutta profumata come un fascio di rose... Prndimi!... strngimi fra le tue braccia, come se fossi un gran fascio di rose... Ma ridi! ridi!... perch non posso pi vederti cos buio... Ridi ancora una volta... ridi!
La barca ripassava di lontano e si udiva cantare:
Tutto quanto le darei
per far come fai con lei....
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Capitolo 14.
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Sali e spgliati, Lora, egli le aveva detto a pi dell'ascensore, forse perch temeva di affrettare quella imminente ora notturna. Cricati presto e riposa bene.
Ma tu non sali? domand ella indugiando.
S, fra poco. Ancora non ho sonno; rimango a fumare un'altra sigaretta.
Io pure non ho sonno... ella fece.
Ma egli la persuase con dolcezza:
Domani faremo una gita, bisogner levarci di buon'ora. Va e dormi.
Egli rimase a camminare nell'atrio lungamente, poi scese di nuovo nel giardino, torn verso il lago. Vide la camera illuminata sul terrazzo del primo piano; quella intensa luce lo affascinava, distogliendolo da ogni altro pensiero.
Lora si spoglia, pens. E vide gli abiti che si toglieva, ne sent l'odore.
Le sue braccia lo tormentavano, il petto che le usciva dalla camicia di batista gli sbocci nel pensiero come un mazzo di fresche rose; i suoi piedini ancor calzati, li vide che andavano qua e l, per la camera, con quella irrequietezza or pigra or frettolosa della donna che si spoglia. E adesso Lora si pttina, pens. E intese il crepito del pettine di tartaruga nella treccia disciolta. L'odore di quei capelli emp l'aria per dov'egli passava.
La vide curva sul catino a rinfrescarsi la faccia; immagin che per una sua civetteria feminea s'incipriasse tutta, prima di coricarsi. Quell'odor morbido della cipria e della sua pelle profumata, commisto insieme, gli alit sotto le narici come una cosa viva. Ed egli la vide sedersi vicino al letto, stirarsi un poco nella pigrizia, nella delizia dell'imminente riposo, accavallare una gamba su l'altra per togliersi la scarpina, lasciarla cadere su lo scendiletto, poi farsi scorrere lentamente, gi dal polpaccio, la finissima calza nera, ed il piccolo piede uscirne, polito come un gioiello d'avorio, inquieto nella sua forma sottile, nervoso come una mano. Indugiare un poco a togliersi parimenti l'altra scarpina, l'altra calza, guardarsi intorno con quello sguardo svogliato di colei che non vorrebbe dormir sola, poi levarsi, prendere di su la coltre una bella camicia tutta pizzi e nastrini, prepararla con qualche movimento carezzevole, slacciarsi quella che portava indosso e lasciarla scivolare gi, come una guaina, con un sorriso lento....
Si andava per l'ultima volta a guardar nello specchio, poi si coricava.
Egli si raffigur queste cose minutamente, angosciosamente, come alcuno che bevesse a piccoli sorsi un veleno soavissimo. La tepida notte lo fasciava di profumi troppo forti; un indefinibile silenzio pieno d'agitazioni pendeva tra cielo e terra; la nascosta vita notturna si moltiplicava intorno a lui, nell'ebbro giardino.
Traverso il fogliame degli alberi guardava con una specie di stupefazione quella finestra illuminata, sul terrazzo del primo piano.
D'un tratto, non pot pi resistere a quelle visioni, travers il giardino in fretta, e sal.
Ella era uscita sul terrazzo deserto, s'era stesa pigramente nella poltrona a sdraio, ed or l'aspettava, guardando nel miracolo della notte, ove tremava con una specie di furiosa intensit la magnificenza delle stelle.
Che fai l fuori? Non ti sei dunque coricata?
Un po' ebbra di stelle, di silenzio e d'amore, tese a lui le due braccia senza rispondere.
Perch non ti spogli? domand egli ancora.
Aspettavo te, ella rispose con una voce lenta, un po' velata.
Il lieve alito notturno era passato fra i suoi capelli; nel suo viso batteva la bianchezza del raggio lunare. Fa umido la sera, egli osserv;, non rimaner fuori troppo a lungo.
Poi, volgendosi con rapidit: Ora  tardi, le disse;, dormi bene. Addio.
Rigo... ella proffer a bassa voce, quasi fosse ancora sperduta nel sogno. E v'era un poco d'ebriet nella sua femminile indolenza, ne' suoi modi ambigui, nella voce con cui lo chiamava. Rigo, vieni qui: siditi.
Gli fece un piccolo posto accanto a s. Egli ubbid silenziosamente. Il calore di quel dolce corpo gli si propag nelle vene come un piacere avvelenato e lentissimo. Stava curvo sopra il suo volto; le mani della fanciulla gli carezzavano i capelli, la fronte.
Allora ella si mise a parlargli piano, facendo lunghe pause, con trepidazione.
Non devi lasciarmi sola... Questa notte pi che mai sento il bisogno di esserti vicina, molto vicina, perch sarebbe una vera malinconia mettere una parete, chiudere un uscio, fra me e te... Non vedi che notte magnifica? C' un odore di gelsomini che vola per l'aria come una polvere ubbriacante. Poi mi sento piena di torpore, questa notte... Bciami!... Ho le mani calde, senti... Mi fanno male... Brciano. Voglio rimaner qui tutta la notte, a parlarti, a carezzarti, piuttosto che rimaner sola.
Cacciava le dita ne' suoi folti capelli, come alle volte si fa, nelle pellicce tepide, l'inverno. E continuava:
L, nel giardino, m'hai dette cose talmente gravi, che ne sono turbata; vorrei piangere, ma in fondo al mio cuore v' una gioia che ride, una specie di speranza inesprimibile... Non lasciarmi sola. Od anche mi piacerebbe fare una cosa che non ho fatta mai: venire nel tuo letto, addormentarmi vicino a te... Bciami! E poi dimmi qualcosa di veramente pericoloso... Anche una parola innocente, se non vuoi dirmi altro... Ti amo, e sola non potr dormire... perch ho voglia che tu mi baci. Senti come la mia bocca  innamorata... Bciami! Sono tua... tua... prndimi! Non desidero altro che soffrire di te... per te... Fammi un po' male... dammi un bacio, uno solo, senza fine.. chnati...
Queste parole, dette vicino alla sua bocca, lo addormentavan come la musica d'un soave malefizio, fasciavan i suoi sensi dolorosi d'un ineffabile ristoro, e chiudendo gli occhi egli s'irrigidiva per ascoltarla. Su la sua carne fredda passava un gran brivido di piacere; una consumazione insensibile, uno struggimento senza fine si propagava in lui, sotto la carezza di quella voce.
Ella disse ancora, snervata, spossata:
Guarda: chiudo gli occhi... dormo. Chnati un poco, bciami!... ho tanto sonno... ti amo. Sii dolce con me... Ascolta: non c' rumore, nessuno ci guarda... bciami!
Come un pazzo egli le baci la bocca, la fronte, le tempie, il collo, i polsi, le mani, con un roco ansito nella gola soffocata, e la baci per tutta la sua carne profumata finch il respiro gli venne meno. Poi si lev scapigliato, si sciolse da lei che lo teneva, la ricacci con violenza sui cuscini, corse nella sua propria camera, vi si chiuse.
Ella dette un piccolo grido, e vibrante com'era sotto il flagello di quei baci, ruppe in un convulso di lacrime, poi rest per qualche attimo quasi priva di vita.
La mezza luna saliva sopra le montagne, alta, limpida, lontana dalle stelle.
Egli si butt sul letto, mordendo i cuscini, aggrappandosi alle coltri, per dominare il tumulto che dentro lo schiantava, e non udir quella voce sommessa che dietro l'uscio lo supplicava, e non guardar pi oltre nella terribile possibilit di quell'ora.
La notte s'inoltrava, limpida, quasi tremante, verso i culmini del suo glorioso fulgore, disseminando nella curva dell'infinito una pi grande magnificenza di stelle. Il lago, le rive, abitate dall'ombre notturne, invase dall'ambiguit del silenzio, si vestivan di bianchi splendori nell'incantesimo della notte.
Trascorse un tempo che a lui parve infinito, poi gli sembr di comprendere ch'ell'avesse cominciato a svestirsi. Non pi intese per il pavimento il rumore de' suoi tacchi sottili, ma il camminar soffice di due pianelle che andassero frettolose; allora ebbe la tentazione d'accostarsi all'uscio interno, che li divideva, e mettersi ad ascoltare. Ma subitamente invece la porta verso il corridoio s'aperse, ed ella entr.
Era in vestaglia, paurosa, pallida, e ristette sul limitare. Egli balz gi dal letto, rimase attonito a guardarla.
Che vuoi?... balbett con voce soffocata.
Nulla, rispose. Lo guard. Negli occhi alterati aveva una luce insolita; l'espressione di quel viso era singolarmente mutata. Qualcosa di aspro e di selvaggio era pure in lei, nella sua bocca per solito cos ridente.
Non dormirai stanotte?
No.
Allora il fratello si mise a camminare cupamente per la camera, senza passarle vicino, come se meditasse contro lei qualche orribile cosa.
Ma rapidamente aperse la finestra ed usc sul terrazzo.
Roteavano tutte le stelle, per l'immensit piena di tremito, come un turbine di coriandoli d'oro.
Ella, furtiva, gli scivol appresso, cos leggera che non la ud, e gli si appese al collo. Non aveva pi busto, non aveva pi che una vestaglia quasi diafana, che mal nascondeva la camicia ricolma e la gonnella corta; il suo corpo gli si fasciava intorno alla persona come una morbida sciarpa di seta si fascia, nel vento, intorno al collo che la porta. Le si disfecero anche i capelli, ch'eran tenuti da un pettine solo, e, senza cadere del tutto, gonfi e morbidi le ingombrarono la nuca.
Dolorosamente, amaramente, le loro bocche si congiunsero. Ella sent cos vicino lo spasimo della dedizione che s'attorcigli a lui come un'edera, gli si avvinse intorno come un nodo.
La polvere di gelsomino volava in alto a vampate, ondeggiava per l'aria soffice, divampava dall'aperto giardino come un incenso invisibile: ogni cosa per intorno pareva esser pregna di quest'odore possente. Una fontana sola dominava il silenzio della notte, lanciando i suoi fili d'argento nell'intrico dei rami frondosi, dove, ad intervalli, un'ombra si mutava subitamente in splendore.
Tutto quanto avevano sofferto, patito, rifiutato al proprio desiderio colpevole, si disperdeva come un fumo di sterpi nella vertigine di quell'ora. Nulla pi li divideva, se non il terrore di quella immensa gioia; l'indugio stesso che frammettevano al loro peccato era un peccato infinitamente pi grande.
Ella si perdeva, ridendo e singhiozzando, sotto le sue carezze molteplici; nella gola turgida le saliva gi il grido felice di quel vertiginoso dolore.
Ebbro di averla toccata, egli la sollev nelle braccia, ed il suo peso non gli fece compiere che uno sforzo lieve. Aperse l'uscio serrato, la port nella sua camera. Il pettine che le ratteneva i capelli, cadde sul pavimento, rimbalz; le belle trecce le si diffusero per le spalle seminude, mentre si teneva strettamente al suo collo formando con le braccia avvinte una forte catena. I suoi piedini gli battevano contro le ginocchia, nel camminare. L'adagi sul letto, e, curvatosi, immerse la bocca nel tepore della sua gola palpitante, mentre la vedeva contorcersi e tremare di sofferenza, quanto pi, nel delirio, con le sue disperate labbra egli la baciava.
Allora strapp i vestiti da s, da lei, furiosamente. Si sentiva rombar nelle tempie l'urlo della notte infinita; perdeva la conoscenza d'ogni altra cosa che non fosse quella carne viva.
E la freschezza della coltre li raccolse in un sol nodo convulso, li strinse, bocca su bocca, in un terribile disperato piacere...
...
Nel suo letto insonne di vergine ell'aveva imparato l'amore; nelle origini stesse della sua vita un oscuro istinto l'aveva irrimediabilmente condannata a peccare; il suo grembo di donna la condannava ad essere un delizioso e temibile strumento di volutt.
Era inconsapevolmente lasciva; tutti i peccati della carne possedevano gi il suo corpo intatto. Gli dava da bere il suo fiato, lo soffocava ne' suoi capelli, si raccoglieva i seni come due bei grappoli maturi e li offriva crudelmente alla sua bocca, perch ne godesse il sapore; si torceva con agile furia, battendo insieme le ginocchia nell'impazienza dello spasimo da cui voleva sentirsi ferire.
Ma in quell'attimo, dalle radici pi vive dell'essere, un male opaco, denso come fumo, greve come piombo, trabocc nelle sue vene, pervase il pi profondo gorgo della sua vita, la ruppe nelle giunture, le si strinse intorno alla gola come un capestro soffocante. Ed in quel male torbido, cos vicino all'urlo del piacere, tutto l'odio virgineo che portava nel grembo inconsapevole si ribell nell'attimo della dedizione. Con le sue mani, ch'eran state lascive, cerc di respingerlo, di afferrarlo, serrando la sua gola, torcendo la sua bocca umida, graffiandolo nel viso; e mentre pativa il bisogno di sentir infranta per sempre la disperata sua verginit, d'un tratto le forze l'abbandonarono, la vita le sfugg dalle vene con un lievissimo grido.
Allora egli vide subitamente in quella faccia svenuta, come nella trasparenza d'un'acqua ferma, salir la faccia grave del lor padre taciturno, aprire su quelle palpebre chiuse i suoi dolorosi occhi pallidi, scavare in quelle piane tempie le fosse delle sue tempie senili, e vide nella faccia della sorella svenuta le scarne fattezze di lui, la fronte carica d'anni, l'amara bocca dalle labbra esangui, che si movevano per maledirlo...
Un abominevole terrore lo colse; di nuovo il cilicio della colpa non consumata lo fer nella carne, fin nell'anima, con pi irte spine. Balz indietro, come di fronte ad un fantasma, e perdutamente fugg.
Passava la notte glauca per il cielo della prima estate; le stelle splendevano cos vicino alle finestre, che pareva, stendendo una mano, di poterle quasi toccare...
La mattina dopo si guardaron in faccia, lividi, come se avessero commesso un delitto. A lei dolevano tutte le membra; i nervi esasperati le vibravano come funi troppo tese; le alitava intorno alle narici un profumo voluttuoso di baci. E sentiva solamente il bisogno di giacer supina, fra le carezze di quell'amante che amava, e dargli tutta s stessa come una coppa traboccante, e soffrire da lui quel maraviglioso dolore, ch'egli le aveva crudelmente risparmiato. Pur affranta com'era, le pareva che mai le sue vene si fossero sentite cos gonfie di vita, che mai l'urto del suo sangue le avesse portato al cervello una pi torbida volutt. Sentiva un bisogno quasi malato di tornargli vicino, di accarezzarlo con tutto il suo corpo, con tutta l'anima sua, poich'egli portava in s il piacere inebbriante, e si sarebbe inginocchiata con umilt pur di goderne ancora la struggente inquietudine.
Ma nella faccia di lui, devastata e folle, non era che una enorme paura. La paura di quegli occhi pallidi che lo avevano guardato, la notte, d'improvviso, fra i baci. E rivedeva la faccia grave del lor padre taciturno, la senile bocca maledicente, su cui s'era trovato curvo nell'attimo estremo, quando stava per impadronirsi di lei.
Gi, per ogni angolo, sovr'ogni cosa, rivedeva quella immagine, velata di silenzio e di malinconia. Era il fantasma che andava insieme col suo peccato, che gliene avrebbe ora e per sempre impedita la consumazione. Tra lui e lei c'era lo sguardo di quegli occhi pallidi; nella vampa stessa del suo desiderio quell'ombra passava come una fredda minaccia. Su la bella bocca profanata vedeva rinascere la memoria, il segno quasi, dei loro baci; ma quando pi la tentazione attanagliava il suo cuor maledetto, ecco fra loro lo spettro paterno, la sinistra pallida faccia che appariva nel viso di lei.
Allora cap d'essere dannato, cap che uno spavento inesorabile ormai dominava il suo spirito, e lo piegava, e lo teneva prigioniero, trascinandolo, quasi alla catena, come un cane sitibondo lungo la riva d'un fiume. Comprese di non essere pi padrone della propria volont e di non potere n ribellarsi n ubbidire a s medesimo, poich fra lui ed il suo amore c'era tutta la potenza di quella legge umana che le pi forti anime talvolta non riescono a sovvertire, c'era lo sgominio invincibile del peccato che in tutti i tempi era stato maledetto, c'eran le oscure leggi della procreazione e del sangue, c'era la forza terribile delle parole, che vieta di chiamare amante una sorella e vieta che il nostro desiderio si fermi sul limitare della casa dov'ebbimo la culla, dove arde la fiamma inviolabile del focolare, dove siede il nume domestico a tutela della perpetua famiglia.
Comprese pure d'essere un debole, cui facevano paura le grandi anomalie della vita, un timido, che preferiva languire sotto il flagello del suo male anzich impadronirsi d'una spietata felicit.
Solamente una grande anima pu essere capace d'un grande peccato ed  molte volte pi facile riscattarsi nel terrore della colpa, che affrontarne con tutto l'animo la tragica bellezza. Per concedere al proprio desiderio quella stupenda e orrenda libert, che non riconosce divieti, bisogna disprezzare infinitamente gli uomini e tutto ci che ubbidisce a pregiudizi umani. Ma egli non era che la vittima del suo fenomeno d'amore, n sapeva in alcuna guisa divenirne il padrone. Aveva guardato infatti con occhi temerari verso le cime ove spazia l'anima dei veri sovvertitori; ma forse gli mancava quella coscienza dell'individuale arbitrio che sola poteva uguagliare il suo coraggio alla temerit del volo: una legge fortuita aveva imprigionato in quest'uomo mediocre l'amore d'un dio.
E per tentava liberarsene con ogni potere della sua volont, riconoscendosi pieno di umili paure davanti alla fiamma di una cos grande passione. Ma colui che dice a s stesso: Dimntica!, non fa che insidiar la sua colpa con una tentazione pi forte, non fa che avvelenare il proprio desiderio con l'attesa di una pi grande volutt.
Egli aveva passata la notte insonne a ragionar con s stesso, a prevedere ogni possibile conseguenza, e n'era uscito con un proposito fermo: quello di allontanarsi dalla sorella, di non pi rimanere un istante vicino a lei, perch solo nella fuga, nella lontananza, nel tempo, egli ancora vedeva una remota salvezza.
Le and presso, le parl come non aveva mai parlato ad alcuna creatura del mondo, tanta era la dolcezza che traboccava dalle sue parole.
Disse d'aver pensato a s stesso ed a lei, a lei sopra tutto, e d'aver compreso che stavano per prepararsi entrambi, con le lor proprie mani, una irremediabile rovina. Ch'ella era giovine, e doveva pur vivere, mentr'egli non avrebbe mai consentito a dividerla con chicchessia. E nessuna illusione le facesse velo. Oggi, forse, la sua gioia pi grande consisteva per lei nel sacrificio di s stessa, ma inevitabilmente verrebbe un giorno, e forse non lontano, in cui se ne sarebbe troppo tardi pentita. Infatti, quante aspirazioni, quante impazienze gi non tormentavano la sua fervida giovinezza! Poich'ella era una bambina di vent'anni, ed a vent'anni l'amore, anche un'amore cos torbido, non pu essere che una ventata sentimentale, un soffio di perverso ardore, che sfuma e passa e non lascia memoria di s... Poi, a lungo andare, nulla si pu nascondere. La gente, prima o poi, se ne sarebbe avveduta. E allora?... Si sentiva ella il coraggio di subire apertamente una tale vergogna? Li avrebbero tutti esecrati, fuggiti come due cani lebbrosi, come due stregati, e non sarebbe rimasta per loro n famiglia, n amici, n avvenire, n pace, n alcuno di que' conforti umani che pur son necessari ad ogni creatura. Inoltre non eran ricchi, e bisognava quindi che, ognuno per la propria strada, provvedessero all'avvenire, visto ch'entrambi s'eran scelta una via diversa da quella ch'era segnata nel lor destino. Ricchi forse, molto ricchi, avrebbero potuto fuggire in un paese dove nessuno li conoscesse n potesse conoscerli mai, e l dimenticare ch'eran nati dalla stessa madre, dallo stesso padre, per solo ricordarsi che si amavano.
Ma se pure questo fosse, avrebbero mai trovato pace nella lor propria coscienza? Ricrdati! egli le diceva;, tutto si pu far tacere, tranne la voce inesorabile che si alza dall'intimo del nostro cuore. Ed il rimorso, vedi,  il nemico pi terribile fra quanti ci riserba la vita.
Non solo; ma se un figlio nascesse dal lor peccato? se mai dessero al mondo una creatura cos maledetta fin dall'origine? se di lor due, fratello e sorella, si generasse una creatura infamata, esclusa da tutte le leggi umane, che li avrebbe fatti tremare ogniqualvolta pronunziasse con la sua bocca infantile quelle prime parole che si balbettano: mamma, pap...
Aveva mai pensato a tutto questo, lei? No certamente; perch'era giovine ancora, inesperta d'ogni pericolo, e si lasciava prendere senza riflessione dalla folla del suo amore, ch'era solamente il suo primo amore...
Anche per lui era il primo, il solo, veramente l'unico. Ed ella ne sarebbe certo guarita; egli no. Egli avrebbe fatto il possibile per dimenticare, ma tutto questo non avrebbe servito che a mescergli nelle vene pi profondamente il suo velenoso male. Per lei, senza dubbio, non era che un capriccio lieve, una folata di vento, un'ondata impetuosa di calore ne' suoi freschi vent'anni... Oh, non dicesse di no! Egli lo sapeva bene, e questa era forse la sua tortura pi grande. Ma egli era invece un uomo gi maturo, ed anzi, un uomo rimasto fino allora insensibile a tutte le passioni; cosicch gli si era scatenata nell'anima una buia tempesta, una di quelle tempeste che travolgono e distruggono intera una vita. Per quanto lottasse con ogni sua forza, ormai non v'era pi scampo; in lui era entrato subitamente un altr'uomo, ben diverso da quello ch'egli era stato fino allora; la sua mente, il suo cuore, i suoi sensi, tutto era mutato. La sua libera giovent si era incatenata il giorno ch'egli aveva cominciato ad amarla, ed ormai viveva come sotto la maga d'un sortilegio, non sapeva pi dominarsi, era uscito di s.
Bisognava che s'armasse di tutta la sua forza per non trascinare anche lei nella propria rovina, bisognava che le volesse un bene infinito, pi che amore, un'adorazione senza limiti, per venire a dirle quel che le diceva:
Parto, fuggo, non mi vedrai pi. Devo starti lontano a costo di morirne, devo rinunziare a te perch tu sia felice pi tardi. Devo trovare nelle mie forze umane la forza spietata di non prenderti, e andarmene, solo, a rifugiarmi chiss dove, io che ti amo, io che non vivo un momento senza pensare a te, io, che dovunque vada, porter nei sensi e nell'anima la tua memoria, pi viva e pi terribile di te... Poi, non  tutto. Sei difesa, vigilata; c' tuo padre, nostro padre, che ti difende. Ogni volta che le mie labbra volessero baciarti, ora lo vedrei. Stanotte, quand'eravamo insieme, quand'eri quasi mia, d'un tratto egli  venuto, l'ho visto. Era l, fra me e te, che mi guardava con i suoi occhi fermi. La sua faccia si  confusa nella tua faccia. Ho inteso che nostro padre ci malediva. Ed ora il suo fantasma non mi abbandona pi. Comprendi, Loretta, comprendi che ne impazzirei?...
Solo ti domando una cosa: abbi piet di me. Non far nulla per trattenermi, non piangere, non ripetere che avresti voluto esser mia. Invece tu devi odiarmi, perch questo amore che ho per te, ricrdati!  una cosa orrenda. Fa quello che vuoi: tornatene a casa, o rimani, o va dove sarai felice. Ma non dimenticare che un uomo fugge, butta fuori dalla vita il suo cuore morto, per salvare te, unicamente per salvare dalla rovina la sua sorella che amava...
Pi tardi, quando sarai donna, pensa che se la mia colpa fu grande ho anche lottato quanto un uomo pu lottare per ribellarmi a questa colpa. E tu non dirmi niente, Lora... non mi cercare mai pi. Parto sbito, stamane, fra un'ora...
E part.
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Libro 3.
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Capitolo 1.
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Ella rimase in quell'albergo due giorni, sperduta, nell'inerzia, nello stupore, nello smarrimento. Quello che succedeva era nuovo, inatteso, per lei. La rivelazione di questo amor disperato, l'apparenza tragica di questa passione, da prima le dette un senso di dolorosa maraviglia.
Ella non intendeva l'amore a questo modo; per lei l'amore non poteva essere che un viluppo romantico di sensazioni tristi e gaie, di parole che vengono alle labbra per tramutarsi in un bacio, di curiosit insoddisfatte, d'aspirazioni veementi verso una contentezza fisica da lei non conosciuta. Per lei dunque l'amore doveva essere una cosa gioconda.
Ella non era che una piccola vespa, leggera, volubile, pungente: provava un senso di malessere davanti a questo amore cos tragico. S'era invaghita del fratello, ma senza trovarvi un bench minimo sapor d'incesto; lo aveva infatti amato per istinto, senza pensare al suo nome, senza nemmeno accorgersi di violare un sacro divieto. L'aveva incontrato, quando, nel suo grembo d'amante voluttuoso ed ancor suggellato, ella provava un bisogno di dedizione invincibile, avvolto nelle oscure lascivie che tormentano il fuoco della verginit. Aveva da lui subta la prima tentazione, per lui s'era sentita nascere nel sangue la prima ed oscura inquietudine dell'amore; il suo grembo di vergine, cos, non altrimenti, lo amava.
Ella era tanto semplice e tanto perversa insieme, che poteva sentire puramente un amore incestuoso; il male stava cos nascosto in lei ch'ella non sapeva d'esserne contaminata.
L'uomo, che ne' suoi atti  sovente un impulsivo, ama nondimeno interrogarsi, discutere le sue proprie passioni; la donna, che invece ha per natura uno spirito riflessivo, quando una forte passione l'avvince non discute pi e lascia che il proprio desiderio vi si abbandoni senza ombra di paura. Nessuna cosa  per lei tanto piacevole quanto il sottrarsi al dominio della propria volont, mentre  sempre con un grande rammarico che noi rinunziamo al potere di noi stessi.
In que' due giorni ella fu malata; langu sotto il peso di una sofferenza opprimente, che le serpeggiava per tutto il corpo, sfibrandola. Od erano invece improvvise accensioni, repentine vampe, tremiti freddi e ardenti, scoppi di lacrime ch'ella non sapeva reprimere; la notte sopra tutto, nell'incubo del dormiveglia, le avveniva di balzar dalla coltre, madida di sudore, convulsa, vedendo insane immagini accendersi nell'oscurit.
Allora con la voce dell'anima chiamava il suo fratello scomparso.
Poi torn a casa. Disse che Arrigo l'aveva ricondotta, ed era sbito ripartito per continuare il viaggio da solo. Ma il pronunziar quel nome le faceva male, il pensare a lui la colmava d'un singolare spavento.
Dov'era? che faceva? perch fuggire? perch lasciarla sola, dopo che insieme erano stati cos presso alla felicit? Quando sarebbe tornato?... Forse mai. Le pareva che non lo avrebbe riveduto mai. Ed in tutto il suo corpo rimaneva un bisogno imperioso ch'egli tornasse, per carezzarla, per baciarla, per parlarle ancora una volta con quella sua voce torbida e singolarmente voluttuosa.
Un giorno, per curiosit o per noia, non sapendo che fare, non sapendo con qual mezzo distrarre il suo snervamento, pens di recarsi alla Posta per vedere se, caso mai, ci fosse qualche lettera di Rafa. Non una ne trov, ma un fascio; lettere che tutte, con ardenti parole, affrettavano il suo ritorno e la supplicavan di scrivergli non appena tornata.
Ella non voleva pi curarsi di lui, tanto era piena di tristezza e la vita le pareva inutile.
Ma i giorni passavano e dal fratello non riceveva parola; pi volte giunse fino alla sua casa ed immutabilmente la trov chiusa. Egli non aveva nemmeno scritto a Filippo; nessuno poteva darle notizia di lui.
Quante lacrime pianse, quanti giorni pass di attesa e di malinconia! Era malata: il suo corpo sfioriva. Ma ora una specie di rancore sordo le si levava nell'anima contro lo scomparso, che lontano da lei conduceva una vita ignota, forse gaia, dopo averla condotta su l'orlo del pi dolce pericolo; un rancore fatto solo di voglie sensuali, che l'abbattevano sempre pi, mettendole intorno agli occhi due grandi cerchi neri e nelle braccia e nelle ginocchia e per tutto l'essere una infinita stanchezza. Si doleva dell'amor perduto, ma insieme di tutte le speranze ch'eran morte con esso. Quel fratello doveva aprirle il cammino della vita, iniziarla per le secrete vie dell'amore, condurla piacevolmente verso il paradiso de' suoi frivoli sogni.
Ed ecco, era di nuovo sola, stretta nei vincoli che aveva desiderato spezzare, con il triste peso nell'anima d'una colpa non vinta n consumata. Cos'eran quelle orribili parole ch'egli le aveva dette? Cos'era mai quella improvvisa tragedia nel loro sorridente amore? Spesso la memoria di quella faccia sconvolta le incuteva paura; il pensiero stesso di quell'unica notte le riviveva nella mente come la sensazione d'un incubo angoscioso.
Cominci con pensare che, s'egli pure tornasse, non avrebbe pi potuto stargli vicino senza tremarne, senza rivedergli nel viso livido la disperazione di quel mattino. Ed ora consider anche il pericolo di cui egli le parlava, comprese lentamente l'orrore ch'egli le aveva dipinto, guard nel precipizio sul quale non sapeva d'essersi chinata.
Il suo lieve cuore ne fugg via come una timida farfalla.
Intanto avanzava la stagione calda, con certe lunghe snervanti giornate, che la opprimevano di malinconia. Per quell'estate imminente aveva pensato che la sua vita sarebbe ormai diversa, ed eccola invece di nuovo nella odiata bottega, tra i vincoli mediocri della sua famiglia, pi malcontenta, pi sola che mai.
Passeggiava per lunghe ore, sfaccendata, nei parchi ombrosi, rammentandosi ad uno ad uno i suoi piccoli sogni. Si sentiva battere il cuore troppo giovine, aveva una gran voglia di ridere, e non poteva. Camminando, trovava qualche inseguitore; le dicevan cose provocanti, la tormentavano, chi per il suo bel collo nudo, chi per il suo piede fino. Andava oltre senza curarsi di alcuno. Ma ci che non poteva tralasciare, per quanto fosse malinconica, era di fermarsi davanti alle modiste, con l'ombrellino poggiato su la spalla, un piede innanzi all'altro, in estasi. Che bei cappellini di paglia usavano quell'anno!...
Qualchevolta le faceva pure invidia qualche lenta coppia d'innamorati che vedeva camminar sottobraccio per i viali dei giardini. Era il momento che i tigli fiorivano ed i lunghi rami dei lilla si sciorinavano sui prati. La sera, qualche finestra rischiarata le metteva un brivido nel cuore; qualche uomo, per la strada, nel passarle accanto, le faceva sentire il bisogno di stringersi tutta in s stessa, come se l'avesse toccata; una musica la tormentava, un libro la snervava, e la notte fin tardi non poteva dormire.
Un giorno incontr Rafa. Ne divenne rossa fino alle radici de' suoi capelli biondi. Voleva non fermarsi, ma egli le si mise appresso. Allora, per liberarsi da quell'inseguimento, su l'angolo d'una piazza, irresoluta, si ferm.
Rafa le parve quel giorno pi bello che nel tempo trascorso, e quand'egli la supplic d'un convegno con le pi calde parole che sapeva, quando le propose l per l d'entrare in una confetteria vicina, dove certo non sarebbero veduti, a ber qualcosa e discorrere un poco... senza sapere perch ubbidisse, quel giorno Loretta lo segu.
Per inerzia, o perch s'annoiava, o forse per una tentazione indefinibile, divenne con lui meno severa che per il passato. Ricominciarono a passeggiare luogo il viale solitario, verso la gabbia dei vecchi fagiani, a correre in automobile per i dintorni, a scendere nelle trattorie di campagna per bere il fresco vinetto biondo che una paesanella portava, con due larghi bicchieri, sopra un vassoio d'opaco stagno, pieno di ammaccature.
Poi Rafa, con una lenta pazienza, la indusse ad altro. Trovarsi nei giardini, correre le strade maestre, scendere nei villaggi, poteva tuttavia essere un rischio per lei... Venisse per una breve ora nel suo piccolo appartamento: era una casa tranquilla, sicura, lontana dalle vie frequentate; si poteva, da un terrazzo del primo piano, sorvegliar la strada e nessuno l'avrebbe veduta entrarvi n uscirne, mai. Avrebbero discorso in pace, lontani dalla gente curiosa, ed egli prometteva, giurava, di rispettarla, con tanto maggior scrupolo quanto pi ella mostrasse d'aver fiducia in lui...
Forse perch lo voleva ella stessa, un giorno si lasci persuadere.
Nell'afa del caldo mese il pomeriggio abbagliante percoteva i tetti, le finestre delle case; pendeva su la citt scintillante una rossa cupola di fuoco.
Mentre saliva le scale, si ramment quel tremore che aveva conosciuto le prime volte nel recarsi a trovare il fratello, e siccome il cuore le batteva troppo forte, sul pianerottolo si ferm a riprender fiato. Ma egli era dietro l'uscio e le venne incontro.
Cosa mi fate fare!... esclam Loretta, varcando la soglia.
Nel buio dell'anticamera vide un trofeo d'antiche armi, e vide, a ridosso del muro, un lungo attaccapanni tappezzato d'un cuoio fosco.
Siete in casa vostra, le rispose Rafa con un gesto ed un accento pieni di solenne galanteria, mentre non sapeva come nascondere la propria trepidazione.
Grano cinque o sei camere, mobiliate con eleganza, piene di fiori quel giorno; camere taciturne, ambigue, pervase da una certa insidia, che pur tradivan nella squisita leggiadria dell'arredo quella particolare freddezza, quella imprecisabile vacuit, che nelle case degli scapoli grvita come un senso di continua disabitazione. Rafa le serbava di fatti per i suoi piaceri e solo qualchevolta vi dimorava nei mesi d'estate, quando la sua famiglia era in campagna.
Bench di cuore ingenuo, Rafa era per lunga esperienza un conoscitore di donne ed aveva, nel desiderarle, una rara e difficile virt: la pazienza. Si era spesso trovato a debellare una caparbia onest, un pudore astuto, sicch non aveva mai rinunziato a credere che anche Loretta finirebbe tosto o tardi con cedere al suo piacere. Forse capiva ch'ella si sarebbe arresa piuttosto al suo denaro che a lui, ma Rafa era tra quegli uomini avveduti che non si perdono in queste distinzioni sottili.
Era un po' sazio d'amori galanti e trovava o noiosi o pericolosi gli amori dei salotti; era stanco pure di rincorrere le sartine per via, come un inseguitore stradaiolo, quando, nelle sere d'inverno, sciamano dai laboratori nelle contrade buie; stanco di adocchiare sui palcoscenici le mime e le ballerine, di cogliere quelle primizie che le mezzane della citt presentavano a lui prima che a qualsiasi altro. Gli bisognava ora un'avventura pi complessa e pi rara, che potesse in ugual modo appagare i suoi sensi, la sua vanit e quel certo sentimento idillaco non ancor deluso dalla sua inveterata abitudine di donnaiuolo. Cercava da lungo tempo un'amante, la quale fosse in tutto conforme a' suoi gusti e lo potesse finalmente riposare da quella caccia infaticabile ch'egli dava ai piaceri fugaci. E Loretta era veramente colei che possedeva tutto il fascino, tutte le femminili attraenze ch'egli poteva desiderare nell'amante sognata; era fanciulla per di pi, e la pericolosa delicatezza di questo pregio lo tentava sommamente, pur impaurendolo un poco.
C'era un fratello di mezzo, ma non, egli supponeva, un fratello intrattabile. Poi, quanto maggiori fossero i rischi, tanto pi grande lo allettava la tentazione. Aveva d'altronde provato a guarirsi di questo capriccio, ma non gli riusciva, e nemmeno era pi nel caso di riflettere, perch ormai s'era cos fortemente invaghito della ragazza, che avrebbe corso qualsiasi pericolo pur di non rinunziare a lei.
Di Loretta pensava che avesse una virt irritante ma fragile: qualchevolta s'era persino chiesto se fosse davvero innocente, poich, sopra tutto negli ultimi giorni, gli pareva di sentirla quanto mai debole contro la tentazione. Fra le quattro mura di una stanza non disperava di lei.
Ed ecco, l'aveva nella sua casa, disarmata, sola, fra il gran silenzio di un pomeriggio soffocante; ecco gli stava di fronte, gli sorrideva, un po' incerta, un po' confusa.
Oh, quante volte aveva immaginata quest'ora! Se ne sentiva commosso in modo singolare, si trovava impacciato, quasi timido, e non sapeva che dirle.
Dopo un lungo indugio, la condusse a visitare la casa, parlandole con seriet, per non far nascere in lei alcun sospetto. Cos le fece apprezzare un gran numero di quadri, di stampe, di gingilli, di fotografie.
Passando per una stanza, intravvidero nell'altra un letto vasto, chiuso da una cortina.
Ebbene? ella domand, quando furon tornati nella sala e furon seduti l'uno di fronte all'altra, perplessi.
Fuori divampava l'estate, con le sue fiumane di luce, co' suoi roghi di splendore; l nella profonda sala, dietro le persiane chiuse, dietro le stuoie calate, alitava una freschezza riposante.
Allora egli prese una sua mano, e lentamente, con una specie d'insidia, la carezz.
 strano, disse, ma tu m'intimidisci. Ho sempre avuta una certa paura di te. Su la tua bocca vedo cos spesso una specie di derisione...
Davvero? Che bizzarra!
Del resto hai ragione: mi devi trovare quasi grottesco. Gli uomini innamorati sono molto spesso ridicoli.
E le donne? ella fece.
Le donne, io credo, non lo sono quasi mai.
Che? grottesche?
No, innamorate.
Ah, non saprei... Ma certo lo confessano pi raramente.
Dimmi, egli riprese con calore, dimmi che verrai spesso, che verrai ogni giorno... Io ti voglio vedere ogni giorno! Siamo talmente al sicuro qui...
Ho sete, ella rispose.
Rafa le port a bere un'aranciata cos fresca, che appannava il cristallo della caraffa; poi bevve a sua volta, nel medesimo bicchiere.
Gli altri anni, a quest'ora, sono gi in campagna, disse Rafa. Il caldo mi fa male. Per quest'anno mi  impossibile partire; l'idea di non vederti pi mi riesce insopportabile. Ma tu cosa pensi fare durante l'estate?
Ancora non so nulla; non dipende da me.
E da chi dipende?
Forse da' miei genitori, forse... aggiunse con esitazione, da mio fratello.
E non da me in ogni modo?
Da voi? come da voi?
M'hai detto una volta, nel parlarmi d'altre cose: La mia famiglia m'annoia; verr forse un giorno nel quale sar libera, interamente libera, perch voglio cantare. Ti ricordi d'avermi detto questo?
Si, me ne ricordo, e ripeto: Verr un giorno, forse prossimo, nel quale sar libera.
Ecco, e pensando a quel giorno, io pure ho fatto un sogno... ma cos bello che non oso dirtelo.
I sogni... ella scherz, i sogni han questo di buono, che servono a raccontare le cose troppo difficili a dirsi.
Hai ragione, Loretta, egli ammise. Dunque, un sogno. Ch'io ti prendessi una villetta, non troppo lontana da Villa Giuliani, piccola, per te sola. Una villetta nascosta, con un bel giardino, un frutteto, una scuderia. Saresti libera, nessuno saprebbe chi sei. Qualche volta, per non rimaner sola, mi apriresti il cancello.
Ah... ed  questo il sogno?
S,  questo.
Ella riflett un momento, poi disse:
Continua.
Che vuol dire?
Dopo l'estate...
Ebbene, dopo l'estate potrai scegliere come ti piacer. Nell'autunno, per esempio, un bel viaggio, una piccola fuga, in automobile, se vuoi, anche all'estero, se vuoi... E d'inverno la tua casa in citt, una dama di compagnia per salvare le apparenze, una maestra che t'insegni il canto.
E di primavera, ella esclam, tuttavia tentata, siccome l'anno rifiorisce, al posto di Lora se ne mette un'altra, e tutto ricomincia: la stessa villa, il viaggio, la casa di citt... No, grazie!
Un'altra? Ma cosa dici? Non hai compreso ancora che ti amo, che ti amo da lunghi mesi, ogni giorno pi forte? che mi puoi far ubbidire come un bambino, e tu sola, tu sola, devi ridarmi la pace che non ho pi?... Un'altra? Questa parola non ha senso! Ma, ragiona un momento. Credi che non sappia a quali rischi vado incontro facendoti questa proposta? Ebbene, che m'importa? Non voglio, non posso pi riflettere! Nessun pericolo mi fa paura. Solo dimmi di s! Domndami quello che vuoi, ma dimmi di s!
Non domando nulla, ella fece, pentita di lasciarsi vedere cos previdente.
Allora senti, ascltami... E s'inginocchi davanti alla sua poltrona, la ricinse con le braccia.
Che fai? che fai?
Nulla; ti prego in ginocchio. Vglimi un poco di bene, sii una volta buona con me!
Cos a ginocchi, proteso verso lei nell'ardore del suo desiderio, con gli occhi appassionati, la voce supplichevole, Rafa era quasi bello, ed ella lo guard.
Via, lasciami stare... ella fece, con una certa molestia.
Egli la teneva stretta per la cintura, e pesandole un poco addosso, le copriva l'abito, i polsi, di baci minuti.
Quante amanti hai fatto sedere su questa poltrona? ella domand subitamente.
Quante? Nessuna.
Eh, via! Te lo domando per curiosit.
Forse, diss'egli, qualcuna  venuta qui, ma non ricordo. Non erano amanti, non erano te. Se non ti piace, cambieremo casa. Non ho avuto nessun amore, prima di conoscere te. Ora tu mi sembri la prima. Ti amo, ti amo in tutti i modi; mi persguiti e mi piaci. Sei bella. Hai una tal grazia indefinibile, che soffro nello starti vicino. Sii buona con me, non ridere!...
Ella rideva infatti, ma d'un riso un po' nervoso, e la sua bocca, i suoi occhi, le sue mani, non erano pi cos tranquille.
No, lsciami stare... supplic. Lsciami, ti prego... mi fai terribilmente male...
Nella penombra egli la vide impallidire; le nascose la faccia nel grembo, e con le braccia le serrava le ginocchia.
Ella cerc di sollevargli la fronte, che bruciava, cerc di respingere quella bocca molesta, ma non potendo vincere la sua forza, con sbita ira gli cacci le dita convulse fra i capelli.
Poi la lotta fu breve: perdutamente la fanciulla chiuse gli occhi e si lasci portare...
Ma vide un'altra camera, di notte, con le finestre aperte sopra un lago bianco di luna, e le stelle vicine, infinite; un altr'uomo curvo su lei, che la copriva di carezze e di baci. E si rivide in quel letto, e rivisse lo spasimo di quell'ora dispersa, e le parve, un attimo, ch'egli fosse tornato, ch'egli fosse l, a ginocchi, e terribilmente come allora la baciasse, e le sue mani corressero febbrili, ardenti, per tutto il suo corpo irritato, e una bocca salisse, salisse fino alle sue labbra, piena d'angoscia, di febbre, di volutt e di spavento...
Di l a poco, nella camera vicina faceva buio, e di stanza in stanza, per la casa taciturna, subitamente s'intese il grido della sua perduta verginit.
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Capitolo 2.
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Verso le cinque del pomeriggio Beppe Cianella entr al Circolo, e comandata una bibita in ghiaccio, si sdrai con indolenza sopra un divano di cuoio presso il tavolino dove Gigi Saletta, di soprannome Saponetta, ed alcuni altri giocavano al poker.
Beppe Cianella aveva caldo e si tergeva la fronte sudata con un fazzoletto di seta dai colori vivaci. Si sbotton la sottoveste, accese un sigaro e chiuse gli occhi beatamente come per assopirsi. Ma faceva troppo caldo per dormire. Con la voce tuttavia sonnolenta Beppe Cianella chiam il domestico, pregandolo di girare il ventilatore verso di lui.
Quando l'aria fresca l'ebbe investito, si allung pi comodamente sul divano, e con un senso di vera beatitudine si prov a chiudere i suoi maliziosi occhi.
Rafa Giuliani ha un'avventura, disse con un leggero sbadiglio.
Tanto meglio per lui! rispose uno de' giocatori.
Sacco Berni aveva tentato un bluff temerario, ma Gigi Saponetta, giocatore abilissimo, lo aveva costretto a dichiarare il punto, e gli altri, facendone risa matte, si beffavano del ciurmadore ciurmato.
Il conte Berrini pass nel fondo, in maniche di camicia, sbraitando contro i domestici perch non trovava un giornale; Lello Fornara, lo svenevole, scriveva in un angolo la sua giornaliera lettera d'amore; per l'uscio aperto, che dava nella sala del bigliardo, si udivan le biglie urtarsi fra gli alterchi rumorosi del vecchio barone Gioacchini e del suo giovane allievo Leonardo Sergi.
Rafa Giuliani ha un'avventura! ripet fra uno sbadiglio e l'altro Beppe Cianella, che non poteva prender sonno.
Giorgino Prmoli vinse un bel colpo, il che lo mise di buon umore.
Allora dicevi? domand al Cianella.
Ha un'avventura, questi ripet per la terza volta, contento finalmente che qualcuno l'ascoltasse.
Chi? domand il Berni.
Rafa Giuliani! grid forte il Cianella.
Ah, va bene.
E con chi? fece Massimo Ravizzli, distribuendo le carte.
Non posso dirvelo, rispose il Cianella, stirandosi quant'era lungo e volgendo la faccia contro la spalliera del divano.
Allora perch ci secchi? l'interruppe Gigi Saponetta, ch'era nervosissimo al giuoco.
Il Cianella si lev sopra un gomito e disse:
Tu, Saponetta, che pur sei avaro, mi pagheresti almeno cento lire per sapere con chi.
L'altro scroll le spalle; Beppe si ricoric zufolando. Lello Fornara che aveva finita la sua lettera, s'era accostato alla tavola udendo que' discorsi.
Io so con chi, fece.
Dillo, propose il Cianella con un tono incredulo.
Con l'amante del colonnello Speglia, quella che chiamano la Virtuosa.
Tutti si rivolsero verso il Cianella per vedere se fosse lei; ma questi, con una mano, fece segno di no. E disse:
Meglio assai che una colonnellessa!
Oh, allora... con la Spinardi! fece il Berni.
Chi  la Spinardi? domand Giannetto Pigna.
La Spinardi  la padrona dell'Institut de Beaut. Come? non la conosci? Rafa le faceva la corte.  lei?
Meglio di questo! ripet il Cianella, enigmatico.
Una signora dunque?
Ma?...
E ne nominarono alcune. Nominarono perfino la Raiberti, che dopo il fallimento del marito, per mandare avanti la famiglia, occupava i suoi pomeriggi nelle case di convegno.
Meglio!... meglio! ripeteva il Cianella ad ogni nome. Poi disse finalmente:
Una signorina!
Eh?! fecero alcuni. E la partita s'interruppe.
Si misero a cercare fra tutte quelle ch'eran suscettibili d'un qualsiasi dubbio: fecero alcune ipotesi irriverenti, e Lello Fornara, ch'era una persona per bene, se ne scandalizz.
Insomma, volete saperlo? domand il Cianella.
Su, dillo!
Si fece un grande silenzio; il Cianella si lev sul divano e prese un'aria trionfale:
Con la sorella di Arrigo del Ferrante! proclam con enfasi.  un pezzo che le correva dietro e finalmente li ho veduti oggi in automobile insieme.
Che? la biondina?
Lei, lei. Ma per amore di Dio state zitti!
Se ne fece una chiassata.
Alcuni giorni dopo, dal sarto che vestiva tutti i Mammagnccoli della citt, s'incontraron tre gentiluomini ch'eran noti per la loro eleganza: don Antonino Vernazza, che aveva la specialit delle sottovesti, delle cravatte e delle calze, il marchese Minardi che, al paro di Camillo Torretta, sul principio d'ogni stagione passava la Manica per vedere quel che si portasse veramente in fatto d'abiti sportivi, e Max della Chiesa, il quale passava tre mezze giornate dal sarto prima di risolversi a scegliere una stoffa od alle volte si permetteva qualche innovazione ardita, sul taglio delle tasche per esempio, sul numero degli occhielli o su la larghezza dei rovesci.
Erano in conciliabolo davanti a cinque o sei pezze di stoffa, da cui pendeva il cartello autentico della ditta inglese, e consultando un fascio di figurini parlavano animatamente col signor Gian Giorgio, proprietario della sartoria e consigliere di mode a' suoi clienti preferiti.
I tre gentiluomini erano in gravi angustie prima di comandarsi gli ultimi abiti per la stagione estiva, quegli abiti che li avrebber fatti ammirare nelle stazioni climatiche e nelle villeggiature d'acque termali. Solevano consultarsi deferentemente l'un con l'altro, perch ognuno teneva in gran conto l'opinione dell'emulo, ed anche per non cader nel rischio di portare in due la medesima foggia.
Don Antonino era solito prender parte a tornei di tennis; or stava in dubbio tra un pantalone color kaki ed un altro di color grigio perla, a tramatura diagonale. Il marchese Minardi, ch'era stato ufficiale di complemento, aveva quattro irlandesi saltatori che vincevan molti premi nei concorsi ippici, quando per non erano montati da lui; egli guardava ora l'ultimo figurino dei riding breeches e sceglieva distrattamente la stoffa per un morning-coat.
Max della Chiesa, in procinto di recarsi ai bagni, voleva scegliere un tout-de-mme da spiaggia, ma era incerto fra un seta shantung di color paglia ad una tela rigata bianco-avana, forse un po' rigida.
Ognuno discuteva i dubbi dell'altro con somma cortesia ed anzi con quel rispetto che al suo competitore deve un uguale artefice. Inoltre avevano tutti e tre qualcosa da provare; ma i tagliatori erano occupati in quel momento, e, dovendo aspettare, si dilungarono a far quattro chiacchiere.
La marchesa Gordiani andava a San Pellegrino quell'anno, ed il tenente Frangi, naturalmente, avrebbe chiesta la sua licenza in quei giorni; la signora Platania era gi partita per il Lido, sola, ma vi aspettava il marito; donna Isabella da pochi giorni era in villa sul lago, ed aveva invitato lui, don Antonino, a pranzo per il sabato prossimo. Egli non sapeva se partire gi vestito in abito da sera, con un soprabito, o portarsi l'occorrente in una valigia e cambiarsi all'albergo.
Tutta la combriccola del Gigliuzzi, Mazzoleni e San Bassano andavano a Zermatt; bench il fidanzamento della maggiore Gigliuzzi non fosse ancor ufficiale, il contino Piaggi, nipote del barone Silvestro, vi andava egli pure. Tre o quattro ballerine avevano affittata insieme una villetta sul lago, a due passi dal castello di Venaria... Sarebbe stato allegro laggi! E la bella Rossana, che non sapeva a chi dar la scelta fra i suoi tre amanti, faceva prima un viaggio in automobile con quel pazzo di Marietta, poi andava ad Aix-les-Bains col suo banchiere, finalmente il Duca le aveva presa una villeggiatura in collina, perch vi si recasse a far vendemmia...
Da un gabinetto di prova usc Rafa Giuliani, in fretta e furia, dicendo al sarto che l'accompagnava:
Mi raccomando: per dopodomani!
Sar servito, signor Conte.
Vide i tre gentiluomini, li salut con un cenno, e si diresse verso l'uscita.
Oh, Rafa, senti un po'... gli grid dietro il Vernazza.
Non posso, ho fretta, quegli rispose.
Ma che c' di nuovo? Non ti si vede pi!
Ho fretta, ripet il Giuliani, e scomparve.
Cosa diavolo ha mai per il capo quel Rafa? si mise a dire Max della Chiesa. Da qualche tempo  divenuto intrattabile.
 vero, ammisero gli altri due gentiluomini.
Il signor Gian Giorgio, che ascoltava, stando appoggiato col gomito su due pezze di stoffa, si lasci increspare la bocca da un sorriso discreto e misterioso.
Perch ride, signor Giorgio? disse don Antonino.
Oh, nulla, nulla... egli fece, come chi voglia schermirsi dal raccontare una cosa delicata.
Lei ne sa qualcosa, via! lo istigarono i tre, incuriositi.
E loro no? loro non san niente? malign l'artefice d'eleganze, arrotolando il metro che gli pendeva dal collo.
Noi? Ma niente affatto! risposero i tre. Via, ci racconti.
No, no, mi secca... Perch potrebbe anche non esser vero, ed in ogni modo queste cose  meglio non divulgarle.
Gian Giorgio! Gian Giorgio! non facciamo il misterioso! Con noi... via!
Pare, disse l'altro a bassa voce, pare... Ma sanno, io lo ripeto perch l'ho inteso dire... qualcuno lo raccontava oggi in sala di prova... sar, non sar...
Dunque cosa pare?
Che il conte Giuliani abbia un'amante nuova... un'amante incredibile...
E sarebbe chi?
Ah, Dio buono, io non lo posso dire... non lo posso proprio dire...
Coraggio!
Il signor Gian Giorgio abbass estremamente la voce, chinandosi, rimpicciolendosi fra i tre:
Sarebbe nientemeno che la sorella del signor del Ferrante...
Tre forti esclamazioni lo interruppero; poi uno disse:
Impossibile!
Insomma  quello che si racconta; io credevo che loro lo sapessero gi. Li hanno scoperti che pranzavano insieme; tutti ne parlano come d'una cosa certa e v' persino chi li ha veduti entrare in una certa loro casa...
Una settimana dopo, in citt, in montagna, nelle villeggiature, su le spiagge, tutti raccontavano ai quattro venti che il conte Raffaele Giuliani era divenuto l'amante della sorella di Arrigo del Ferrante.
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Capitolo 3.
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Loretta ritorn a casa tardi perch Rafa l'aveva trattenuta troppo a lungo presso di s. I genitori ed il fratello Paolo finivano di cenare; una cena ch'era stata silenziosa e quasi lugubre, perch ognuno di essi, pur non osando parlarne, pensava all'assente e ne aspettava con impazienza il ritorno.
Da una quindicina di giorni ella conduceva una vita insolita; era sempre fuori di casa, mattina e sera, senza dare alcun pretesto e non tollerava pi che nessuno le movesse rimproveri. Anche d'aspetto era mutata; ne' suoi occhi splendeva una luce inconsueta, su la sua bocca rideva una specie di crudelt; in tutta la sua fisionomia, un tempo cos fresca e limpida, s'era mesciuto un non so che di guasto e d'ambiguo, come se il mutamento avvenuto in lei avesse potuto prendere una forma visibile nei suoi lineamenti.
Ora vestiva con somma eleganza e pi volte nel giorno arrivavano per lei pacchi ed involti col nome dei primi negozi cittadini: abiti dalle sartorie pi note, cappelli dalle modiste pi rovinose, scarpe e stivalini da' calzolai di lusso.
La sua camera era ingombra di tutte queste cose; un estremo disordine vi regnava; ma ella da qualche tempo aveva preteso che nessuno vi entrasse, anzi, nell'uscir di casa, ne portava sempre la chiave con s.
Paolo non le parlava quasi pi, o se le rivolgeva parola era per dirle qualche acerba sgarberia. Aveva tranquillamente consigliato al padre di cacciarla fuori di casa, e la sua faccia per solito mansueta si faceva stranamente oscura quando parlavano di lei.
Il padre, pover'uomo, si mostrava debole in questa come in tutte l'altre circostanze della sua vita; vedeva la figlia perdersi, sentiva accadere qualcosa di grave dietro le sue spalle curve sul desco d'occhialaio, ma nel cuore timido ed angosciato non trovava la forza di porvi alcun riparo. Per di pi gli erano venuti addosso molti acciacchi; la gotta senile non cessava dal tormentarlo, aveva un poco d'asma, che gli impediva di dormire la notte. Qualchevolta, per consolarsi del suo tacito dolore, andava in casa di Luisa, la sua figlia maggiore, ch'era una brava moglie ed anche una buona donna, bench forse un pochettino egoista. Per lei la casa del padre non era pi la sua casa: dei mali che vi accadevano poteva solo interessarsi fino ad un certo punto, perch la famiglia del marito era molto numerosa e ve l'avevano accolta come una vera figlia. Inoltre aveva gi due bimbi, uno di quattr'anni, l'altro di trenta mesi; due bei maschietti grassi robusti e floridi che le occupavan tutta la giornata.
Presso di loro il povero vecchio si riconfortava; prendeva il pi piccolo su le ginocchia, e quantunque la schiena gli facesse male, si metteva a farlo ballare e cavalcare, ripetendo le stesse cantilene che tanti anni addietro aveva insegnate a' suoi bimbi.
Si sfogava nel confidare alla Luisa con molti sospiri i malanni della sorella, e questa gli aveva detto:
Mndala qui da me; le parler io.
Ella pareva contare immensamente su la propria autorit di madre feconda e rispettata. Ma il padre aveva risposto con la solita rassegnazione:
Inutile, figlia mia. Ah, quella nostra Loretta! quella nostra Loretta!...
La madre non si accorava gran che di tutte queste cose. Ella non aveva mai presa troppo sul serio la sua missione d'educatrice, ed ogni tanto, fra i suoi capelli grigi, risaltava fuori quella donna ch'ella era stata una volta, capricciosa, bizzarra e priva d'ogni senso morale. Que' bei vestiti della figlia la empivano di stupore, e come tutte le donne che in giovent son state disoneste, acquistava con l'inoltrar degli anni un senso istintivo di ruffianeria. Ella ritrovava in questa giovinezza della figlia la sua propria giovinezza, scapata ed avventurosa, ov'erano dopo tutto i pi dolci ricordi della sua vita. Solamente l'annoiavano i rimbrotti del marito, il quale, timido con tutti, con lei si permetteva qualchevolta d'essere bisbetico, e non cessava dal ripeterle senza misericordia:
Tu non sei stata una brava madre: ccone i frutti!
Ella del resto non si sentiva del tutto vecchia; aveva ancora una certa pretensione di bellezza e cercava di nascondere con molta diligenza i segni del suo disfacimento. Aveva raccolto man mano i capelli caduti, per farsene fare una treccia finta; le mancavan parecchi denti e gi da lungo tempo seccava il marito affinch le desse il denaro necessario per comperarsi una mezza dentiera.
Ma questi, che aveva sempre tollerato i suoi capricci, ora, negli ultimi anni, si prendeva quasi una rivincita; la teneva molto a corto di quattrini e la trattava con prepotenza, forse per vendicarsi dei lunghi anni durante i quali aveva taciuto.
Della madre, Loretta si curava men che poco; ella era gi grandicella quando la madre ancora si concedeva gli ultimi spassi, e cos aveva imparato a compatirne gli errori con una specie di disprezzo indulgente, che ora prendeva quasi la forma d'una reciproca protezione.
In casa, Loretta non voleva subire l'autorit di nessuno; per bastava che si mettesse a sorridere perch padre e madre le fossero ai piedi.
Ma c'era sempre il Riotti, che, invecchiato, ingrassato, non aveva per nulla perduta l'abitudine d'ingerirsi nelle faccende altrui. La famiglia dell'occhialaio era divenuta un poco la sua propria famiglia, perch a lui mancava per l'appunto il focolare, quel dolce regno domestico nel quale, fra molti sudditi, avrebbe voluto essere il tiranno. In una famiglia numerosa, con molti bimbi intorno, sarebbe stato magari felice; ma nella sua retrobottega un po' tetra non v'era che quella placida Eugenia, sempre zitella, che da mattino a sera leggeva o ricamava, ricamava o leggeva.
Quanto a Loretta, egli non era molto severo; la compativa con una certa longanimit e della sua perdizione faceva risalire la colpa ad Arrigo. Secondo lui tutto quanto succedeva in casa dell'occhialaio era colpa di Arrigo.
Come usava ogni giorno dopo la cena, per l'appunto quella sera egli era da poco venuto nella retrobottega de' suoi vicini a centellinare il clice consueto illustrando le pi gravi notizie lette nei giornali, quando finalmente Loretta entr, ansante come se avesse corso ed un po' scapigliata.
Nessuno aperse bocca; ma quel silenzio era pieno di rimprovero.
Sono un po' in ritardo, ella convenne. Scusatemi.
Un po'... dice un po'!... la interruppe il Riotti, ironico. Sono le otto e mezzo, nientemeno!
E allora? ella fece, passandogli davanti con un fare altezzoso. Aveva un mazzo di rose un po' disfatte alla cintura e si mise davanti ad uno specchio per ravviarsi i capelli.
Allora io dico semplicemente ch' vergognoso! decret il Riotti, gonfiandosi di rabbia per quella risposta provocante. E soggiunse con disprezzo:
Vestita come una ballerina!
Loretta lo guard scherzevolmente, si mise a ridere forte e disse:
Buona sera.
Dove vai? le domand il padre.
Vado in camera mia, visto che qui ricevo solo impertinenze.
Via, disse la madre, vieni e mangia; ti ho fatto serbare il pranzo.
Ella si rimise davanti allo specchio ed incominci a togliersi il cappello, ma lentamente.
Hai un profumo che d il mal di testa! osserv nervosamente Paolo, che poggiato contro la tavola sorseggiava un ultimo bicchier di vino.
Veh, poverino!... fece Loretta. Come sei delicato!
Contro di lei egli diveniva sbito iracondo; i suoi piccoli occhi si facevan malvagi, la sua bocca prendeva un'espressione dura.
Altro che ironie! brontol. Sarebbe ora che ci spiegassimo una buona volta! Cos non  possibile andare avanti.
Giusto, sentenzi il Riotti.
Almeno lasciatela mangiare... intervenne la madre. Discuterete poi.
Macch! figrati, mamma! anzi, anzi!.... Non ho fame io. Se c' da spiegarci, spieghiamoci pure; avanti!
E con un'aria baldanzosa venne vicino al fratello.
Sei tu che devi parlare, disse il Riotti all'occhialaio, facendogli un segno energico.
Va bene, rispose questi. Ma ora... ha ragione sua madre: lasciatela mangiare.
Grazie, grazie tanto. Non ho fame; sono qui e vi ascolto.
Segu un lungo silenzio.
Su dunque, ella disse al fratello, parla tu che sei tanto linguacciuto!
Eh... se dovessi parlare io! minacci il fratello squadrandola.
Ma parla dunque! Nessuno ti prega di tacere. Tanto lo so che mi odii... Dunque parla.
L'altro, in silenzio, trangugi un lungo sorso di vino.
Insomma Loretta, esclam di punto in bianco il Riotti, tu fai una vita che disonora la tua famiglia!
Ella si morse le labbra.
Senta lei!... disse con una voce sibilante;, la prego di dare queste lezioni a sua figlia, che forse ne ha bisogno; non a me; perch lei qua dentro  un seccatore e nient'altro.
Il Riotti scatt in piedi con un'agilit superba; la voce gli gorgogliava nella gola e non poteva dir parola.
Finalmente inve:
Spudorata impertinente! A un vecchio che dovresti rispettare come tuo padre...
Allora vediamo... intervenne donna Grazia. Si calmi, signor Riotti. Anche lei l'ha offesa.
Macch offesa!
Insomma, disse il padre, radunando a stento la sua poca energia, chi deve parlare sono io e non altri!
La sua voce fu ascoltata. Il Riotti voleva andarsene, ma la curiosit lo vinse e torn a sedere.
Loretta s'avvicin al padre, gli mise una mano su la spalla, con l'altra gli carezz il viso.
Via pap, non sgridarmi... disse. Che faccio poi di male?
Il vecchio tentenn il capo ed ella si pieg su di lui. Era cos bellina, sorrideva... Egli non os pi dirle nulla.
Ma Paolo ebbe un gesto d'impazienza.
Tu, pap, sei troppo debole con quella ragazza, disse. Lei ti fa vedere quello che vuole.
Fece una pausa, poi soggiunse:
E visto che tu non parli, parler io.
Si lev in piedi e s'avvicin alla sorella con un fare minaccioso.
Cos' questo?! disse, dando con due dita un pizzico nella stoffa della camicetta. E questo? e questo? e questo! continu con veemenza, segnando la sottana, le scarpine, la pettinatura, i braccialetti.
Roba mia, rispose Loretta, impallidendo un poco.
Roba tua?... fece l'altro con disprezzo. Non  vero! Tu non hai i denari, noi non abbiamo i denari per comprarti questa roba!
Egli era straordinariamente eccitato; la sua collera un po' grossolana gl'infiammava il viso. La madre s'avvicin a lui cautamente e lo tir per una manica.
Lasciala stare... disse, quasi supplichevole.
Dunque, rispondi! comand Paolo caparbiamente, senza badare a quel consiglio. Cosa vuol dire che ti vesti come una marionetta e peggio? che ti profumi? che ogni momento portan roba per te? che vai, che vieni, che porti cose d'oro indosso e ci consideri tutti noi come se fossimo i tuoi servi? Cos'?...
E le stava presso in attitudine minacciosa. Ella mostr di averne un poco paura, perch i suoi occhi si fecero grandi, fermi, e s'accost al padre che taceva.
Non rispondi, eh?... fece Paolo con un sogghigno. E fai bene a vergognarti, perch anche noi, tutti noi, disse con pi forza, abbiamo vergogna di te!
Gir sui talloni, dette un pugno su la tavola e si torn a sedere. Il petto gli ansava per lo sdegn col quale aveva parlato; si riemp di nuovo il bicchiere, ne accost l'orlo alle labbra, ma non bevve, e lo depose con forza. Alcune goccie di vino macchiarono la tovaglia.
Finora, grid, in casa nostra nessuno aveva mai fatto questo bel mestiere!
Loretta era divenuta estremamente bianca; le sue labbra tremavano un poco, e ansava.
Poi si mosse risoluta, and a prendere il cappellino, i guanti rimasti su la credenza, e, mordendosi un labbro nell'ira taciturna, s'avvi verso l'uscio.
Ma su la soglia si rivolse:
Se avete vergogna di me, disse, abbiate solo un poco di pazienza; fra qualche giorno me ne vado e non dar pi noia a nessuno.
Te ne vai?... balbett il padre, alzandosi dalla sedia a fatica.
S! ella rispose implacabile. Fra pochi giorni avr ventun anni e nessuno me lo potr impedire.
-Vediamo, vediamo... intervenne il Riotti con una voce amichevole. Non bisogna mai scaldarsi la testa, seguit, guardando Paolo che aveva i due gomiti su la tavola e fissava immobilmente il bicchiere. Tu, Paolo, sei stato un poco aspro, e tu Loretta...
Macch Loretta! ella interruppe adirata. E usc sbattendo l'uscio.
Il suo profumo, la rosa di Francia, le rimase dietro come una sciarpa.
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Capitolo 4.
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Egli era lontano, fuggiva, correva di paese in paese, non dormiva la notte, il giorno era pi che mai spossato non trovava pace. Questo amore gli si era veramente confitto nelle carni come un cilicio di rovi e di spini.
Lontano da lei, la sua sofferenza diventava pi insopportabile; aveva paura della solitudine, ma insieme odiava la gente. Nel silenzio, udiva il rombo del suo proprio dolore; nel frastuono, l'urlo del suo mondo interiore vinceva la sopraffazione delle vite altrui.
In tutte le sembianze ritrovava quell'unica, in ogni voce riudiva la sua voce; ogni passo di donna, ogni veste femminile gli rammentava il passo, la figura di lei. Si sentiva perduto; il suo dmone interiore l'aveva curvato su quella bocca, su quella sola ch'era peccato baciare; aveva per una sorte irrevocabile amato colei, quella sola, che non  lecito amare. Tutte le vie, per quanto lontane, lo riconducevano verso il peccato; nel fischio di ogni treno partente sentiva urlare la sirena del ritorno. Ogni giorno, cento volte in un giorno, pensava: Domani torner.
Eppure, fra le angosce della tentazione, per darsi animo alla pi lunga fuga, non faceva che ripetere a s stesso: Ella mi ha lasciato partire, non s' aggrappata alle mie ginocchia per trattenermi, non mi ha detto: Resta; non ha pianto.
No: era invece rimasta immobile, con gli occhi spauriti, senza dir nulla. Una sua parola, una sua lacrima sarebber forse bastate per impedirgli di partire. Ma ella non aveva pianto. E invece comprendeva di averle fatto paura. Comprendeva questo solo: Le ho fatto paura; le ho fatto quasi orrore...
Certo egli l'aveva persuasa con le pi calde parole; ma tutto questo in fondo non era che simulazione, od era, se non altro, una scaltrezza involontaria ch'egli aveva usata per meglio guardare nell'ombra dell'anima sua.
E sperava di udirla rispondere: S,  vero,  tutto vero quello che dici; ma non andartene via da me, non lasciarmi. O, se vuoi che fuggiamo, prendimi teco, portami via con te. Questo appunto io voglio darti: l'intera mia vita. Essere una piccola cosa tua, per sempre, in tua bala. Sono ebbra, sono folle come te... Prndimi, portami via!...
Invece aveva taciuto, con gli occhi fermi, la bocca immobile, spaurita. Quel silenzio lo persuadeva che non s'era ingannato nel dirle: Il tuo amore  un capriccio, una folata di vento, un'ondata sentimentale nel calore dei vent'anni... E non poteva essere altrimenti che cos. Questo amore irremissibile, che tormentava il suo spirito malato, non poteva nascere nei sensi e nell'anima d'una piccola sorella. Bisognava per ci essere passati oltre tutte le tentazioni e tutte le delusioni dell'amore, averne conosciuti i viz, averne consumate fino all'ultima le innumerevoli frodi. Bisognava essere, com'egli era, un freddo conoscitore di tutte le lussurie, per comprendere questa, pi delicata e pi rara d'ogni altra, questa, che chiudeva in ogni bacio un sorso di lentissimo veleno. Ma invece ella passava una crisi, una piccola crisi d'amore, poi sarebbe tornata verso la vita di tutti, avrebbe ripreso ad amare le cose lecite, sarebbe stata d'altri con lo stesso desiderio ismemorato col quale s'era offerta a lui.
Quella sua bella bocca vermiglia si sarebbe tesa con la stessa lascivia, con la stessa ingordigia, verso la bocca d'un altro amante; avrebbe dati a lui quei baci tenaci ch'ella sapeva dare. Un altro avrebbe tuffate le mani calde ne' suoi gonfi capelli, che portavano in s qualche raggio di sole come la spiga matura; que' suoi capelli che sapevano d'un odor di piuma ed avevan nei loro riflessi l'irrequietezza d'una cosa viva. Sopra il suo collo, su la gola, tra i seni colmi e gi cos profondi che potevano tra l'uno e l'altro nascondere tutta una faccia, altre labbra sarebbero passate, calde, struggenti, a prodigarle quelle carezze ch'ella amava... Poich'ella era fatta per godere spensieratamente il dolore altrui, ed aveva in s, in tutta la sua persona, in ogni movimento, e nella voce, e nello sguardo, il segno visibile d'una violenta sensualit.
Pens: Non voglio pi tornare. Dov'ella vive l'aria  corrotta. Non voglio pi rivederla; devo cancellare questa immagine dalla mia mente, strapparmi dal cuore questa pianta velenosa che ha messo radici per tutte le mie vene. Forse io stesso ho creato in me questo amore; io stesso le d la potenza di cui ella mi dispera. Gurdala meglio: forse non  bella. Vinci la tua perdizione: forse non  temibile.
Pens: Ella mi rompe nel mezzo la mia vita e riperder per lei tutto il cammino compiuto. Non ho pi alcun desiderio che non sia questo folle peccato; le cose che pi mi tentarono, se le guardo, mi sembran oggi del tutto lontane dalla mia vita. Bisogna che ritorni ad essere l'uomo che fui.
E cos ragionando se n'andava da un luogo all'altro, senza trovar pace. Dormiva la notte, nei brevi sonni, immerso nel respiro della sua bocca, fra i suoi capelli, parlando con lei. Le diceva parole piene di delirio, ed ella, nel baciarlo, gli offriva in ogni modo perverso, con esperte lascivie, la sua bocca di peccatrice.
Dappertutto era sempre con lui, per ogni angolo, per ogni strada. Gli avvenne anche di non pi ricordarsi come fosse precisamente il suo volto; ma ci che in lui durava era l'impressione d'esserle stato vicino, il bisogno di tornarle vicino, era quell'odor particolare che la sua pelle tramandava, e certi suoni della sua voce, del suo ridere, certe memorie quasi lontane di parole che non osarono dirsi, nel tempo in cui stava per nascere la timida loro complicit. Non era pi nemmeno la sua sorella che amava, ma un'altra fatta come lei.
E se pur la baciava ogni notte ne' suoi torbidi sogni, la squallida faccia del padre non veniva nemmeno pi a minacciarlo silenziosamente.
Volle chiedere a s stesso come mai questo amore gli fosse nato nell'anima, e non trov in s stesso alcuna ragione palese. Era un uomo sano, equilibrato, che si era sempre condotto nella vita con tenace fermezza; n il suo costume, n i suoi pensieri, n le sue letture, n un esempio qualsiasi, lo avevano mai sospinto a concepire la possibilit di cos fatti amori.
Ed il fenomeno era nato in lui subitamente, come sboccia un gran fiore perverso in un campo arido.
Allora divenne superstizioso; pens che tutto questo avesse un'origine soprannaturale, fosse un castigo inflittogli da Dio, e pens alla chiesa, al prete, alla confessione.
Ebbe una speranza illimitata in questo sorgere istintivo del sentimento religioso, che forse gli dormiva insospettato nell'anima, come una profonda e miracolosa eredit.
Entr nelle fredde chiese, con la paura dell'errante che tutti respingono; si segn con l'acqua benedetta, rimase per lunghe ore nell'ombra dei colonnati, presso gli altari sfavillanti, aspettando la grazia, contaminando la preghiera con la sua bocca non guaribile. Una volta s'inginocchi nel confessionale; ma una paura pi forte gli suggell nell'anima il suo grande peccato.
Anche nella chiesa, tra il vapore degli incensi aromatici, sotto la custodia dei simboli sacri, il suo fantasma lo perseguitava. Stando a ginocchi tra le colonne, dove la basilica era pi deserta, pur tra la voce dell'organo che talvolta par chiudere in s la mistica gioia d'una purificazione umana, egli sentiva il bacio di quella bocca vietata risalirgli dalle radici dell'essere come un piacere inebriante, e quando i ceri costellavano l'altare d'una luce vaporosa, pur sotto l'ala misericorde che l'assolveva del suo peccato, egli si coricava perdutamente, in una coltre impura, vicino a lei...
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Capitolo 5.
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Non cos presto, Rafa! esclam giocondamente Loretta serrandogli un braccio. Non cos presto!... Ho paura.
La strada si lanciava innanzi, bianca e vampante, sotto la sferza del sole d'estate. L'automobile volava; la campagna carica di messi d'oro mandava una luce abbagliante, fin dove, all'estremo limite, la copriva il cielo.
Rafa era curvo sul volante; Loretta vicino a lui, ravvolta il capo in un velo azzurro, guardava la strada fuggire, splendere, ardere: ne sorrideva impaurita. L'automobile era carica de' suoi bauli; egli finalmente la conduceva nella chiara villa preparata per lei.
Dietro di loro la citt, ravvolta in un fascio di sole, mandava nel cielo scintillante il fumo de' suoi laboriosi opifici; le spirali gonfie si allargavan lentamente nello spazio, come strani fiori fatti d'aria e di caligine che il vento sfasciasse a poco a poco. Le prime colline apparivano all'orizzonte, fertili di antichi boschi e di giovini praterie; pi distanti, quasi cancellate nella rossa veemenza del giorno, le azzurre Alpi segnavano al confine dello spazio una diga scintillante.
La strada, fiancheggiata da pochi alberi polverosi, correva diritta fra campi coltivati, assottigliandosi laggi, nella distanza, come un brillante sentiero. Tutto all'intorno l'occhio spaziava: i campanili delle chiese, le finestre delle fattorie mandavano di lontano un baleno fermo, come se dentro le consumasse un incendio.
Un branco d'oche traversava la strada; l'automobile vi pass nel mezzo, disperdendole per ogni lato con un furioso battere d'ali, cos come il vento sperde una manata di piume. La piccola guardiana scalza, che s'era insiepata, strill di paura.
Loretta si volse a guardare se qualche oca fosse rimasta schiacciata; ma non vide che una nube di polvere, gonfia come un lenzuolo pieno di vento, che saliva in alto, vorticando.
Certo ne hai ammazzata qualcuna... ella disse con voce piena di compassione. Corri troppo forte!
Rafa si mise a ridere; il meccanico ch'era nell'interno della vettura si sporse avanti e rispose:
No, signora, nessuna: ho guardato io.
Loretta si consol. Erano giunti in fondo alla dirittura, compariva un villaggio e bisogn rallentare.
Per dire la verit, io non ho mai compreso bene come possano le automobili camminar da sole, confess Loretta.
Oh!... sarebbe una cosa troppo grave a spiegarsi ora, disse Rafa sorridendo.
Ella parve riflettere un istante, poi domand:
Potrai una volta insegnarmi a guidare l'automobile?
Se vuoi.
E' difficile?
Non  difficile, ma bisogna stare molto attenti.
Ell'aveva gli occhi pieni di polvere nonostante il velo che s'era calata sul viso, e con un fazzolettino se li ripuliva.
Perch non metti gli occhiali? domand Rafa.
Ho paura che mi stiano troppo male, confess Loretta con un sorriso.
Ma cosa dici mai? Tutte le signore li portano in automobile; altrimenti si prende una malattia d'occhi.
Davvero?
Certamente.
Ella frug nella tasca della spolverina, trasse fuori un paio d'occhiali e ridendo se li mise.
Tutto giallo! Tutto giallo! esclam.
Passato il villaggio, l'automobile riprendeva la corsa.
Non ti pare che si stia meglio con gli occhiali?
S, hai ragione.
Il vento le mozzava la voce. Rafa l'aveva incaricata di premere ogni tanto sul pedale della sirena, ed ella ne abusava, divertendosi di quel fischio lungo e lamentoso. Ogni volta che vedeva un carro di lontano, dava un colpo di sirena; i carrettieri, lentamente, senza volgersi a guardare, guidavano sul fianco della strada le loro lunghe file di cavalli.
Rafa ogni tanto s'appoggiava contro di lei, per domandarle sottovoce:
Mi vuoi bene?... Ella rispondeva di s, chinando il capo.
Ed ora, per tutto all'intorno, un fertile color d'estate vestiva la campagna gonfia di profumi; qualche bianca villa, sul vrtice delle colline, si riposava nella pace degli antichi boschi; nel piano le falci qua e l brillavano, come lampi, ed i villani, arrampicati su le scale a piuoli, caricavano i carri della fienatura. A lei, ch'era vissuta nella citt selciata di pietra e soffocata fra i tetti, questo spettacolo di libert e di pace apriva giocondamente il cuore.
Come sar felice in campagna! ella disse con un palpito. Ho voglia di correre nei prati, di vivere in mezzo ai contadini, di stendermi sotto gli alberi, di buttarmi sul fieno!
Poi domand con sommissione:
Potr fare queste cose?
Certo, egli rispose. Potrai fare tutto quello che ti piacer.
Ella ebbe un sussulto di gioia.
E tu verrai spesso a trovarmi?
Ogni giorno, Loretta.
Quanto  lontana la tua villa dalla mia?
Mezz'ora d'automobile.
Elia misur col pensiero quella breve distanza, poi disse:
Ma la sera probabilmente bisogner ch'io rimanga sola,  vero?
Non sempre; io potr qualchevolta rimanere con te, se mi vorrai. E soggiunse: Vorrai?....
Oh, s... ella rispose, con una specie di pudore.
Del resto non devi temere affatto, perch avrai con te la tua domestica ed in fondo al giardino v' la casa del giardiniere, che vi abita con tutta la famiglia. Li conosco da molti anni e son brava gente.
Il paese incollinava; la macchina forte superava le salite senza fatica; il sole gi pendeva sul culmine delle montagne. Sorpassata un'altura su la quale torreggiavano i ruderi d'un castello antico, subitamente un lago apparve davanti a loro, placido in lontananza, come una bella turchese incastonata fra le montagne. I battelli a vapore lo solcavano, lasciandosi dietro una striscia di fumo, parendo fermi traverso la distanza e non pi grandi che giocattoli di bimbi. Le barche disseminate non segnavano che un punto nero nell'immobile splendore dell'acqua.
Il lago! il lago! esclam Loretta, tendendo il braccio.
S, ora lo costeggeremo, egli rispose.
Sparve, quando avvallarono, ricomparve quando furon su le alture, sempre pi azzurro, sempre pi vasto; poi s'imboscaron per una strada forestale, giunsero al sommo d'una tortuosa erta, e videro a' lor piedi stendersi luminosamente il lago, che il sole fregiava di ricami e d'istorie come un immenso arazzo d'oro.
La macchina si avvent per la china con un rimbombo di congegni, svolt nel serpeggiare del pendo sotto il morso dei freni potenti, e mentre le sue nubi di polvere turbinavano ancora su l'alto della collina discesa, essa gi correva lungo la riva del lago, sotto i terrazzi dei giardini, che lasciavan spiovere su la strada maestra le lor ghirlande di gelsomini e di rose.
A poco a poco il sole si ritraeva dalle sponde, che divenivan d'un color viola, e pi violento s'accendeva nel mezzo del lago, saettato in gi dall'opposta montagna.
Allora una grande tristezza invase il cuore di Loretta, e, correndo per quella riva fiorita, un altro lago le sal nella memoria, pi bello ancora e pi dolce, dove i giardini andavano a bagnarsi nella pianissima onda e c'erano i rematori che cantavano, di sera, navigando sotto le stelle...
Pens che su quel lago ella era scesa, in una barca fragile, che ad ogni mossa dondolava, e si ricord dell'uomo ch'era con lei quel giorno, curvo sui remi, con gli occhi pieni di luce, la fronte sudata. Si ricord della notte che poi era venuta, con tante stelle quante non aveva per l'innanzi vedute mai, della notte ch'era stata la pi terribile e la pi dolce nella sua vita, quando un profumo troppo forte di magnolie e di gelsomini entrava con l'aria notturna a invadere la stanza, dov'ella, malata d'amore di sogni e di primavera, quella notte non poteva dormire...
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Capitolo 6.
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Egli torn una sera, improvvisamente, perch il suo fantasma non gli dava pace. Voleva rivederla, e poi forse fuggire di nuovo, per sempre. Ma guardarla negli occhi ancora una volta, saper cosa fosse avvenuto di lei dopo quell'ora di commiato.
Le strade che aveva percorse, i letti nei quali era giaciuto, le avventure in cui s'era freddamente involto per cercare uno svago, erano state il calvario supremo del suo disperato amore. La lontananza ed il tempo, che sono per lo pi i dissolvitori delle passioni mediocri, non servivano che a rendere pi acerbo un amore come il suo.
Torn, dopo aver inutilmente costretta la sua carne ed il suo spirito alla rinunzia di questa colpa, dopo essersi intimorito con tutte le minacce, battuto coi pi duri flagelli e persuaso che nessun rimedio, tranne forse il possesso, lo avrebbe mai guarito di questo implacabile amore.
Veramente egli sentiva pesare su la sua tremante anima un fato mostruoso; era caduto in bala di quelle forze che sono maggiori della volont umana, e non pi sperava in s medesimo per la sua liberazione.
Adesso era troppo tardi anche per la salvezza; l'amava; era posseduto di lei, era smarrito nelle oblique vie di questo amore come in un dedalo senza uscita. Perch tornasse uomo e ricuperasse nel suo senso esatto il valore della vita, gli era necessario sacrificare al suo terribile nemico tutte le paure dell'anima, che lo tenevano prigioniero.
Una tempesta sensuale s'era scatenata in lui: quest'uomo s'era lasciato pervadere i sensi da una febbre che lo transfigurava, ed il suo mondo interiore non era pi che una vicenda continua di allucinazioni, le quali raffiguravan tutte, bench diversamente, la nuda gioia dell'amplesso. Quest'atto barbaro e dolce era il centro intorno a cui roteava il suo torbido universo.
Da cose fortuite, in lui scaturivan immagini di carnale amore; il suo cervello ed i suoi nervi eran stremati dalla fatica eccessiva di questo continuo desiderio. Non pi lei sola egli amava, ma in lei sola tutto ci che fin dai primi anni aveva tormentato in modi oscuri la sensuale inquietudine, la pericolosa febbre del suo latente vizio. Ed ecco ella diveniva pi che mai la forma del piacere inaccessibile, il fuoco dell'ingaudibile amore, il filtro che d la morte soave, il profumo che addormenta in un sogno di volutt paradisiaca.
In quei giorni di solitudine aveva ripensato alle vicende trascorse. Perch non aveva egli osato impadronirsene quand'ella si offriva a lui con tanta passione? Una volta ella gli aveva pur detta semplicemente una verit profonda; gli aveva detto: Il male pi grande  non avere il coraggio d'essere felici. Oh, se l'avesse ascoltata! Ora certo non si troverebbe in quello stremo d'angoscia e d'aberrazione. Perch non aveva continuato ad essere, secondo il suo principio, uno spavaldo mietitore d'allegrezze, un vuotatore di calici colmi, un di que' freddi e temerari uomini che sanno escludere da s stessi la paura del rimorso?
A quest'ora forse ne sarebbe sazio, forse continuerebbe a trovare in lei un insaziabile piacere; ma in ogni modo, nel precario senso e nel disordine di tutte le cose umane, la loro colpa non avrebbe avuta la coscienza di urtarsi ad insuperabili divieti, cos come nulla impediva che due rondini della medesima covata formassero insieme il lor nido, sotto una gronda, alla nuova primavera. Chi mai s'era levato dalle radici oscure del suo essere a vietargli questo atto di libert? Quale forza inconoscibile custodiva colei che si chiamava sorella, contro il suo colpevole amore?
V'era dunque intorno ai focolari delle famiglie una legge sacra, non fatta solo dall'arbitrio degli uomini, che malediva i connub incestuosi e puniva con una morte lenta colui che osasse per avventura spingere lo sguardo sotto le coltri delle sorelle addormentate?
Perch mai, se alcune v'erano tra le creature femminili, cos inflessibilmente vietate al nostro desiderio, perch mai queste appunto potevano con tanta veemenza parlare a' suoi sensi? Perch mai egli, ch'era stato per l'innanzi uno spavaldo possessore del cuor femminile, tremava ora e di volutt impallidiva, solo pensando alla forma che aveva il suo polso, all'ombra che si formava leggerissima nella piegatura del suo braccio, a quelle sue fine caviglie, che irrequiete apparivano e sparivano tra il muoversi della balza? Oh, se avesse potuto ricevere da un'altra amante queste gioie tormentose! Ma no! ella era piena d'un sapore che all'altre mancava; su lei era sparsa la tentazione come il profumo  quasi tangibile su le corolle di certi fiori. Si chiamava sorella, e la purezza prestigiosa di questo nome pareva ravvolgerla in un velo che tradisse perversamente la sua scintillante nudit.
Torn con l'anima buia, per vederla o per prenderla, per fuggire da lei o per fuggire con lei, per inginocchiarlesi ai piedi o per rovesciarla brutalmente sotto la forza delle sue dure braccia. Una sola cosa egli conosceva esattamente: l'impossibilit di continuare a starne lontano.
Ed anche aveva inutilmente lottato contro una cieca gelosia, poich sapeva che un altr'uomo le stava intorno, scaltro e paziente, capace di offrirle tutto quello che a lei potesse piacere. Ne avevano celiato insieme i primi giorni, anzi l'aveva egli stesso ammaestrata nel coltivare la sua piccola tresca. Ed ora, quell'uomo, egli l'odiava; non di rado, nel pensare a quell'uomo, egli presentiva un oscuro pericolo, si lasciava prendere da tentazioni criminose. Con la singolare preveggenza di chi ama, egli torn sopra tutto per impedire che da costui gli fosse tolta.
Giunse, quando la citt riposava in un lento crepuscolo d'estate, mentre la rossa nube di calore che tutto il giorno l'aveva oppressa ed incendiata, lentamente si andava sciogliendo nella ventilata ombra della sera.
Tutto gli parve mutato, nella citt che pure conosceva casa per casa, e ch'era stata il teatro delle sue temerarie conquiste. Ed era contento che gi fosse la sera, per poterla traversare pi facilmente senza incontrarsi con alcuno. Lasci i bauli alla stazione, e salito in vettura si fece condurre alla casa del padre.
Il percorso era lungo; egli guardava distrattamente in giro; gli batteva il cuore.
L'avrebbe riveduta fra poco; ella era forse passata di l, per quelle strade, nella giornata. E la vedeva col suo vestitino di tela chiara, il cappello di paglia che le metteva ombra sul viso, forse un di que' medesimi che aveva portato nel viaggio, l'ombrellino aperto, poggiato su la spalla, un mazzolino di mughetti alla cintura, le scarpine bianche. Andava rasente il muro, frettolosa come sempre, con la sua vitina snella che riceveva elasticamente le ondulazioni del passo; ogni tanto si fermava davanti ai negozi; la gente la guardava.
Una gran pace discese in lui, dopo tanti giorni vissuti con febbre, in una specie d'ossessione. Torn ad amare la sua citt, perch'ella vi abitava, e la vita gli parve nuovamente bella; tutte le aspirazioni che si erano in lui sopite, rinacquero come per incanto. Ebbe voglia di assaporare lungamente questa felicit, volle far qualcosa, una cosa qualsiasi, per convincersi che non era pi sotto l'incubo del suo spaventoso tormento; pens di aver sete, fece fermare ad una bottiglieria, vi discese.
Incontr sul marciapiede alcuni amici, che, gi vestiti da sera, andavano probabilmente a pranzare. Egli li salut chiamandoli per nome, forte allegramente: essi risposero al suo saluto, ma senza effusione e passarono in fretta. Ne rimase un po' stupito. Vide poi che ciarlavano, e, gli parve, di lui. Ma non fece gran caso: bevve, risal in vettura.
Via, disse al cocchiere;, frusta e cammina!
D'estate i negozi chiudevano di buon'ora; molte oneste famiglie di piccoli borghesi passeggiavano per le strade in cerca di frescura; i tavolini dei caff, gremiti di gente, ingombravano i marciapiedi; le tramvie, scorrendo su le rotaie calde, levavan guizzi di scintille azzurre.
Sempre pi gli batteva il cuore nell'avvicinarsi alla casa paterna. Giunse. La bottega era gi serrata; egli rest qualche attimo davanti al portone per non apparir troppo commosso, poi entr per la corte e li vide seduti in crocchio: il padre, la madre, Paolo, il Riotti, l'Eugenia, che discorrevano prendendo il fresco.
E lei? Dov'era?... Il cuore gli trem.
La corte era gi piena d'ombra, il lampione della portineria vi spargeva un tremolante riverbero; alle finestre, in alto, v'era gente affacciata: si udiva or una cantilena, or un bisticcio, e qualche scoppio di risa.
Al romore del suo passo, taluno del crocchio si volse; l'Eugenia lo riconobbe.
Oh... Arrigo! fece, e si lev. Tutti si volsero al sopraggiunto. Egli tese loro le mani, poich non poteva parlare. La madre gli venne incontro e l'abbracci.
E Loretta?... egli proffer piano, quasi vergognandosi di quel nome.
Non intesero, o non vollero intendere la sua domanda; nessuno rispose. Paolo gli strinse la mano con un mezzo sorriso, il padre disse appena:
Bravo, sei tornato. Era un pezzo!
Mai la sua voce era apparsa al figlio cos affranta.
Ed il Riotti, con una voce piena di cerimoniosa ironia, declam:
 sempre il benvenuto chi torna fra noi.
State bene tutti? domand Arrigo finalmente.
Rispose Paolo:
Non c' male, come vedi.
E gli altri tacquero.
Cos'era dunque accaduto? Quelle parole brevi, malcerte, avevano quasi l'aria di nascondere un penoso mistero.
E Loretta? egli ridomand con voce palpitante.
Dopo un silenzio Paolo rispose:
Non c'.
Come non c'?  fuori?
S,  fuori, rispose la madre, impacciata.
E gli altri tacquero.
Ma voi, scusatemi, da che parte venite? domand il Riotti.
Egli era rimasto in piedi fra mezzo a loro; lui e l'Eugenia erano rimasti in piedi.
Io? Di lontano...
Ah? un gran bel posto! comment il Riotti stropicciandosi le mani. La ragazza intanto lo guardava co' suoi piccoli occhi attoniti, ed una commozione visibile tremava sul fiore della sua placida inerzia femminile.
Mi sembra che tu non stia molto bene, osserv la madre. Ma ci si vede cos male qui...
Sono stato un po' indisposto negli ultimi giorni...  il gran caldo. Si gir intorno per nascondere una confusione manifesta, poi disse:
Vorrei sapere qualcosa di Loretta. Quando rincaser?
Il padre, la madre, Paolo, si guardaron in faccia un po' stupiti: supponevano forse ch'egli ne sapesse pi di loro.
Questo non si sa! cantilen il Riotti, cui piacevano le parti ironiche. La signorina non ha ore fisse!
Il padre si lev; l'uscio della retrobottega era l vicino.
Vieni, disse ad Arrigo;, ho da parlarti.
E curvo, camminando a passi faticosi, lo precedette. La madre, Paolo, entraron dopo di loro.
Ci sar un consiglio di famiglia, malign il farmacista, con la viva tentazione di seguirli. Ma per convenienza sugger a s stesso:
Finisco la mia pipa.
Gesummaria, che faccia hai, Rigo! esclam la madre, entrando nella stanza illuminata. Figlio mio, cosa t' accaduto? Non sei pi tu!
Egli era di fatti spaventosamente pallido e magro; gli occhi solo vivevano di una vita febbrile nella sua faccia devastata.
Egli cerc di sorridere:
Sono stato un po' male... Ho avuta la febbre per molti giorni.
Ma l'hai ancora... Se ti vedessi, figlio mio!
No; ora sto bene.
Il padre lo considerava mutamente; Paolo s'avvicin a lui, con la bont impacciata delle persone semplici.
Vuoi prendere qualcosa? disse, per mostrare la sua premura.
Grazie, Paolo, nulla.
Tutti e tre si guardarono ancora in silenzio. Nella sua casa egli era pi che mai un estraneo; perci non osavan troppo investigare nella sua vita misteriosa.
V'eran ancora su la credenza i resti della cena; un'insalata condita con aglio odorava forte.
Allora tu non sai nulla? domand il padre.
Io? Nulla! esclam Arrigo, ansioso. Che c'?
Loretta...
S, Loretta, Loretta... l'aiut Arrigo, tendendosi a lui con una faccia spettrale.
 via...  partita...  fuggita insomma...
Fuggita!?...
Egli barcoll e cadde sopra una sedia. Chiuse gli occhi un momento per riaversi, li riaperse: e rimasero sbarrati, enormi. Tutti e tre allibirono del suo terrore.
Di', Arrigo, stai male? fece Paolo, avvicinandosi ancora come per soccorrerlo.
No... no... Fuggita?... Ma dove?... con chi?... chiese con la voce strozzata. La madre corresse:
Non  fuggita: ha detto che voleva andarsene... l'ha detto prima...
Arrigo radun tutte le sue forze:
Ma dove?! grid con ira.
Noi credevamo che tu sapessi tutto, fece il padre.
Io? Non so nulla! Oppure suppongo, suppongo appena...
Paolo camminava per la stanza, a fronte bassa, con le mani in saccoccia.
Sai...  una sgualdrina... disse.
Arrigo scatt in piedi con un balzo.
Cos'hai detto!?
L'altro fece con la mano un gesto vago.
Nulla... dicevo cos per dire.
Segu un torbido silenzio. Tutti e tre guardavano Arrigo quasi con paura. In lui saliva una orrenda collera, i suoi occhi ne lampeggiavano, i suoi pugni eran frementi.
E nessuno di voi sa dove sia? domand con una orribile voce.
Tacquero. Egli fece qualche passo indietro, fin contro il muro, e gir su la sua famiglia uno sguardo minaccioso.
Non lo sapete?...
Il padre rispose:
No.
Da quanti giorni  partita?
Saranno dieci giorni.
Dieci? egli ripet sordamente. E cont nel suo pensiero il tempo da che s'eran lasciati.
Questo avete fatto voi! grid con veemenza, buttando innanzi la mano come per insultarli.
Noi?... mormor il padre. Paolo scroll le spalle.
S, voi! Non dovevate lasciarla partire, disse pi duramente, con una voce implacabile.
La madre s'era messa a piangere in una poltrona; Paolo s'era fermato contro un mobile e fissava Arrigo con stupore.
Noi? balbett ancora il padre. Cosa possiamo fare noi contro voialtri?... Ci ammazzate, e basta!
Uno scoppio di tosse rauca gli ruppe il petto senile; piano piano si lasci calare sopra una seggiola e continu a tossire.
Fra l'uscio apparve la faccia barbuta e lucida del Riotti.
Disturbo? domand con mansuetudine.
S, disturba, se ne vada! gl'intim Arrigo senza muoversi. L'altro volse uno sguardo su quella scena e si ritrasse a malincuore.
Arrigo fiss il fratello:
E tu cosa sei qui a fare? domand con disprezzo. Non ti occupi di nulla, tu? Non sai dov' andata tua sorella?
L'altro divenne paonazzo di collera, bestemmi qualche parola fra i denti, ma non si comprese nulla. Soltanto lo si vide oscillar sui piedi come se volesse affrontare il fratello.
Il padre si lev di nuovo, con fatica, per gli spasimi che gli fiaccavano il dorso; la sua mano incerta si tese verso il figlio primogenito; il mento scarno gli tremava nella commozione.
Allora, in quel momento ch'egli stava per parlare, per accusare forse, intorno alla fronte di quell'uomo debole che per tutta la sua vita non aveva sopportato se non ingiurie e sventure, una certa solennit si cinse, come se nella sua canizie venerabile, in quella stanza dov'erano la sua donna e due de' suoi figli, quel vecchio si sentisse veramente il capo della casa, colui che veglia fino all'ultimo sul focolare semispento e pu benedire come un santo o maledire senza remissione i figli nati dalla sua virilit.
Con qual diritto, disse, ti permetti tu di condannare tuo padre e tua madre? Tu, che nella tua casa non hai portato altro che malanni? Tu, che ci hai lasciati soli quando avevamo pi bisogno di te? Cos'hai fatto nella famiglia, tu, per poter giudicare di noi? Ci hai voltato le spalle: ecco quel che hai fatto! N pi n meno che tua sorella, peggio che tua sorella, perch tu eri il primogenito, quello che aveva il dovere dell'esempio. Sei tu che l'hai portata fuori di casa per il primo, che le hai insegnata la via del vizio, e se oggi  perduta per noi, se oggi si disonora, la colpa non  nostra:  tua! tua!... perch sei stato un cattivo figlio, e in tutta la tua vita non sarai che un uomo cattivo!...
La sua voce si estenuava; ricadde su la seggiola, soffocato dalla tosse.
Arrigo aveva da principio ascoltata quella voce con un religioso terrore. Ma poi, quando s'intese rinfacciare la sua colpa da colui che non la conosceva, quando pens che accusavano lui di averla buttata nelle braccia d'un altro, lui che si struggeva d'un amore insanabile, quando sent che la sua opera nel mondo era stata solamente quella di corrompere, di perdere, di trascinare con s chi amava, nel suo perverso destino, quando sopra tutto comprese di aver quasi tradito il suo terribile segreto, una ribellione cieca proruppe in lui, contro tutto e contro tutti, contro quel padre istesso che ora l'accusava, quel padre taciturno ch'era venuto a minacciarlo nella sua notte d'amore.
Un riso crudele gli sal fino alla gola e rison contorcendo la sua bocca sinistra.
Va bene, disse lentamente, va bene!
Poi continu, scandendo le parole:
Se Loretta  partita con un amante, io sono un uomo rovinato e perduto... Fece una pausa e ripet: rovinato e perduto.
Si cacci una mano fra i capelli, tacendo con la bocca una smorfia di dolore; indi riprese:
Ma non importa. Voi tre... voi tre: padre, madre, fratello, dovevate impedire che partisse a costo di ucciderla. Non lo avete fatto, e siete responsabili di tutto quello che pu succedere. Non dimenticatelo: voi tre!
E li segnava col dito ad uno ad uno, ridendo di quel suo riso sinistro.
Paolo s'avanz verso di lui, fissandolo co' suoi piccoli occhi intensi. Quando gli fu vicino, rovesci la testa indietro, duramente, con un atto di sfida.
Di' un po'!... cos'hai tu per la Loretta?... fece, con un tono ambiguo.
Io?... pronunzi Arrigo, illividendo.
S, tu, proprio tu! Cos'hai?
Arrigo gir intorno uno sguardo di bestia impaurita e fece atto di rispondere; ma l'altro non gliene diede il tempo, e riprese:
Bene, ti ripeto: lei  una sgualdrina e tu la vali!
Arrigo istintivamente lev il pugno sopra di lui: la madre dette un urlo. Ma Paolo, nella sua forza tranquilla, non si scompose.
Ed ora, disse, vattene di qui, se non vuoi che ti scacci io!
Col braccio teso gli additava la porta.
Non fu paura fisica, ma una paura morale, fredda, orrenda che lo vinse. Gli parve che avessero guardato nel suo secreto, che mille bocche urlassero ad alta voce l'infamia di cui s'era contaminato...
Chin la testa silenziosamente, ed usc.
La strada formicolava di gente; la strada gli parve impetuosa, terribile, fragorosa; la strada lo afferr, lo travolse nel suo flutto, come un naufrago in bala della fiumana.
...
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Capitolo 7.
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Non seppe mai cosa fece o dove and quella notte. Una specie di folla calma e lugubre s'impadroniva del suo spirito, ed egli entrava nella tragedia imminente con una spaventosa lucidit.
Non di rado, quando la vita d'un uomo  giunta vicino alla sua catastrofe, il senso inerte e vacuo dell'irreparabilit dilaga nel suo mondo interiore, come se tutta la potenza dell'anima volesse per un istante riposarsi, prima di affrontare, bench invano, la battaglia definitiva.
Egli si sent del tutto solo nella vita, e questo senso della solitudine, che non lo aveva spaventato mai, dette al suo cuore uno smarrimento infinito. Lo avevano messo fuori dalla sua casa, bandito come un essere immondo; gli pareva che tutta la famiglia umana rifiutasse di considerarlo de' suoi, perch aveva peccato contro la legge sacra delle parentele, aveva nascosto nella cenere del suo focolare il serpe che avrebbe avvelenata l'ara della pace domestica.
Egli, che non aveva mai pensato a discernere il bene dal male, sent in quell'ora tutte le colpe della sua vita trascorsa. Aveva voluto vincere il proprio destino, arrampicarsi con l'unghie e coi denti per un'erta che non era la sua; spronato da un'ambizione meno che mediocre, tutte le frodi gli eran parse buone per facilitare la sua dura conquista. Ed aveva neglette in quell'opera vana le qualit che avrebbero potuto fare di lui un uomo rispettato ed onesto, forse un uomo veramente superiore.
Ma la fatalit lo aveva inseguito, attenta e ben nascosta, nell'ombra del suo cammino. Adesso lo vinceva; i frantumi del suo lavoro paziente cadevano in polvere intorno a lui. Ma tutto questo era ancor poco, in paragone dell'altra sciagura.
Quella che amava, quella che un tempo divideva il suo male, rendendolo quasi dolce, quella che si era curvata con lui, pi volonterosa di lui, su l'orlo dell'abisso ineffabile, caduta gi nelle braccia d'un altro dimenticava il peccato. Per quanto fosse orrida la sua speranza, egli non poteva nemmeno pi sperare. Ella si era dunque lasciata vincere dal ribrezzo, si era vergognata, o forse aveva riso di quell'amore ch'era stato fra loro, e con lieta indifferenza si prodigava, nelle braccia d'un altro, il pi spensierato oblo. Egli le avrebbe fatto orrore, se ancora l'avesse baciata come una volta, e di lui non poteva ella provare che una piet profonda.
L'uomo ragionava di queste cose con una tranquillit mortale. Ma una speranza tenue, una di quelle speranze irragionevoli che nascono dalle somme disperazioni, ancor balenava nella sua morte interiore.
Era fuggita, ma sola forse, fuggita per cercare di lui... Come saperlo?
Si trov, la mattina dopo, in uno stato quasi d'incoscienza, davanti al palazzo Giuliani. Guard nella corte; le scuderie eran chiuse; le finestre dei primi due piani similmente chiuse; tutto il palazzo aveva quell'aria disabitata che assumono le case patrizie al tempo delle villeggiature. Entr in portineria per domandar di Rafa; gli fu detto che lo credevano in campagna, a Villa Ippolita, con tutta la famiglia. Era partito in automobile.
Da quando? egli domand.
Forse da una decina di giorni, o poco pi.
Torn fuori. Il selciato delle strade, acceso dal sole, gli feriva dolorosamente gli occhi; qualche volta gli pareva che i muri delle case si chinassero su di lui.
Nel suo freddo incubo, immaginava ora una scena selvaggia; si vedeva davanti a Rafa, in una stanza chiusa, laggi, chiss dove, lor due soli. Gli pareva di sentirsi nelle braccia una forza raddoppiata, e che l'altro ne tremasse. Gli diceva (ma non era precisamente lui, e non era la sua propria voce): Tu me l'hai presa,  vero? tu le hai fatto gridare il suo primo grido... tu l'hai avuta, nuda, fra le tue braccia...  vero? Ed io t'uccido! In s, profondamente, sentiva la gioia della morte che avrebbe data. Gli diceva: T'uccido!... ma lentamente, non sbito, non d'un colpo: devi patire.
S'avvicinava, lo prendeva per la gola, lo spegneva, piano piano...
Nella mattinata la citt operosa viveva d'una vita confusa ed ilare; il fragore delle strade gli parve assordante.
S'egli  a Villa Ippolita, ella non dev'essere lontano, pens. E poi di nuovo l'assurda speranza s'infiltrava nel suo cervello: Forse non  con lui; forse mi cerca.
Ma perch non gli aveva scritta una sola parola, foss'anche per dirgli: Mai pi?
Si accorse di avere un aspetto bizzarro, perch molti, passando, lo guardavano. Frattanto studiava il modo migliore per ritrovar le tracce di Loretta; ma nel disordine della sua mente le idee si disperdevan come fumo. Allora pens di rivedere i consueti amici, poich, nell'interrogarli destramente, avrebbe forse attinta qualche notizia sul conto di Rafa. Passo passo, meditando, si rec alla bottiglieria dov'era solito fare una sosta prima della colazione.
Il consueto crocchio s'era diradato assai, perch molti eran gi partiti per le villeggiature, si erano dispersi qua e l, nei soggiorni estivi.
Taluno, al vederlo, ebbe un'esclamazione di stupore:
Oh, Del Ferrante!... Come va? Tornato? Che brutta cera! Cosa ti cpita?
Traspariva dalle parole, dagli sguardi curiosi, una celata ironia. Egli rispose a casaccio, qualche breve parola. Tutti gli parvero strani e mutati con lui. Scambiate appena poche frasi di convenienza, i pi con un pretesto o con l'altro, si ritraevano a parlar fra loro. Poi c'eran stati alcuni sorrisi rapidi, alcuni segni nascosti, e tutto questo non accadeva fortuitamente; egli lo comprendeva bene.
Giorgino Prmoli, dopo aver discusso con altri, gli si avvicin. Quest'uomo era maligno e crudele come tutti quelli che han molto a farsi perdonare dall'indulgenza del prossimo.
Sei stato via parecchio tempo, disse per attaccar discorso.
Infatti.
Come mai?
Non stavo bene, non sto bene ancora.
Si vede.
Il Prmoli si lev il cappello per farsi vento.
Bella donna! disse, di una che passava. Poi, con indifferenza:  vero che vai a stabilirti via?
Io? Perch?
Ma... lo dicevano... Saranno chiacchiere: a rivederci!
E se ne and fischiettando.
Egli rimase l come inebetito. Cos'erano quelle ostilit nascoste, quelle frecciate che gli lanciavano con parole oscure? Sapevano forse gi di Loretta? La voce si era per caso divulgata? O forse, lei e Rafa, s'erano fatti vedere insieme?
Pens di far colazione al Circolo per raccogliere altri indizi. Ma non v'era quel giorno che una piccola tavolata di gente con la quale non era affatto intimo e che lo salut appena. Si mise ad un tavolino da solo e vide che anche i domestici bisbigliavan nel servirlo.
Non poteva inghiottire cibo; accese una sigaretta e si rec nelle sale del Circolo, ch'erano ancor vuote. Solo un vecchio maggiordomo, quello che la sera levava le decime dalle tavole di gioco, andava spolverando qualche mobile con una pigra lentezza.
Signor Del Ferrante, i miei rispetti! fece, senza interrompersi. Col servidorame Arrigo era sempre stato largo di mance, ben sapendo che la fama d'un gentiluomo  spesso in mano di costoro.
Come stai, Pietro? gli domand.
Si tira innanzi come Dio vuole. Ma lei mi pare un po' dimagrato.
Forse. Cosa c' stato di nuovo in questi giorni?
Niente: un gran caldo.
E d'altro?
Nient'altro. Cosa vuol mai... le solite commedie!
Questo Pietro aveva la filosofica rassegnazione, il freddo compatimento di coloro che da venti o trent'anni, ogni giorno, sbrigano le stesse faccende e vedono succedere le stesse cose.
Baruffe? domand Arrigo.
No; son quasi tutti in campagna.
Prdite forti?
Qualcuna.
Pettegolezzi?
Eh, si sa... di quelli se ne fanno sempre!
Su chi?
Non le saprei dire; io non ascolto nemmeno. Ne ho viste tante!...
Entraron Beppe Cianella e Franco Spada, per la partita di dmino che in estate usavano fare ogni giorno, dopo la colazione. Il primo finse di non vedere il Del Ferrante, l'altro di lontano gli disse:
Addio, come va?
E si sedettero in fretta nel solito angolo. Pietro port la scatola del dmino. Mentre giocavano, Arrigo li intese parlar fra loro animatamente; s'avvicin, studiandone le fisionomie; ma l'uno e l'altro, con la fronte raccolta nella mano, finsero d'essere occupatissimi al loro gioco.
Arrigo si mise a cavalcioni d'una seggiola, vicino ai due giocatori.
Che novit? fece.
Peuh... nessuna! rispose velocemente il Cianella. E disse allo Spada: Da questa parte ti chiudo col cinque: pesca!
Sopravvenne un certo Ugo Fiorini, biondo e miope, sempre mezzo assonnato, che occup sbito il divano sul quale usava ogni giorno fare la siesta; poco dopo entraron Lanzo Malatesta e Carletto Santorre con Tot Rgoli.
Eh!... alla buon'ora! si levano i morti! grid quest'ultimo al Del Ferrante. Mi avevano detto che ti eri imbarcato per le Indie, partito per il Polo, andato in cerca d'una miniera... Invece sei qui. Si voleva gi mettere il tuo nome nell'elenco dei soci onorari... perbacco!
Alcuno rise di nascosto, sogguardando il Rgoli con intendimento. Il Ferrante non rispose nulla; tese la mano ai sopravvenuti e strinse le loro con affetto.
Nella sua gran desolazione gli pareva di voler bene a quegli amici, che andavano tessendogli una corona di spine.
Come vedi, riprese il Rgoli, siamo rimasti in pochi. Tutti via, coi pap, con le mamme, con le sorelline... in campagna!
Egli ebbe una stretta al cuore; di nuovo sent nascere un riso discreto, ma non os guardare chi ridesse. A che alludevano quegli scherni velati? Non avevan dunque nessuna piet di lui? Non lo vedevano morire?
Tutti via, riprese il Rgoli. I mariti partono alle cinque col treno dei mariti:  il tempo in cui si fanno i figli legittimi alle proprie mogli. Ci sono poi quelli che vanno in Isvizzera con le ballerine e le inscrivono nei registri degli alberghi sotto il proprio nome, per esempio: Monsieur Maxime Ravizzol et Madame. Madame, qui da noi,  la Gigetta. Ci sono gli amanti delle signore, che spendono un occhio della testa in biglietti di andata e ritorno; ci sono gli spiantati che vanno ad Aix-les-Bains od a Trouville, ed infine ci siamo noi, scapoli, senza famiglia o quasi, che restiamo su per gi tutta l'estate a soffiare dal caldo in citt.
Accidenti! Non potresti farli un poco pi lontano i tuoi sproloqui? esclam lo Spada che perdeva la partita.
E poi ci sono i misteriosi... continu l'altro, imperterrito. I misteriosi che non si sa dove vadano, n con chi vadano, n perch vadano dove appunto vanno...
Alcuni, che avevan ascoltato noiatamente, si volsero al ciarlatore con un risolino pieno di malizia.
E sono molti quest'anno, riprese il Rgoli. C' lo Spronelli, detto Coditrmola, che ha passato la frontiera col suo inseparabile e indispensabile amico Lul Mattioli... Anzi, la Clementina dice che sono in luna di miele. C' il tenente Calgero, che ha chiesto tre mesi di licenza, per fare, lui dice, una crociera nel Mediterraneo, ma tutti sanno invece che deve curarsi la sifilide; Tito Gallo che va a fare il Segantini in alta montagna; i due Berni e Giannetto Pigna che vanno a fare una tourne artistica nelle bische francesi; Torretta che va ad imparare il bridge in Inghilterra... c'eri tu, caro Ferrante, che credevamo scomparso, ma invece sei tornato e non conti pi fra i misteriosi... Eccoti in poche parole messo al corrente di tutta la situazione estiva della nostra compagnia.
Ce n' un altro... disse ambiguamente il Malatesta, un altro misterioso...
Ah, s! concluse il Rgoli, volgendosi ad Arrigo. Quasi quasi me ne scordavo! C' Rafa Giuliani, ch' partito per ignota destinazione, e quello proprio nessuno sa dove sia, a meno che, per caso, non lo sappia tu...
Pesca! disse il Cianella allo Spada, soffocando una risata.
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Capitolo 8.
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Egli usc barcollando. Si sentiva sopraffatto, perduto.
Non soltanto l'aveva ella tutto pervaso di un amor senza pace, non solo fuggiva, dimentica d'ogni loro complicit, ma d'un colpo irreparabile aveva pure distrutta la paziente opera della sua vita, mettendo alla gogna il loro nome, dandolo ferocemente in bala delle vendette pubbliche.
Adesso tutti ridevano alle sue spalle, saziavan nello scandalo palese l'odio e l'invidia lungamente contenute. Il nome infamante, l'aspro epiteto di lenone, gli sibilava nelle orecchie ronzanti, lo feriva nel mezzo del cuore, come se ognuno, vedendolo passare, gli lanciasse dietro per beffa questa parola ingiuriosa. Ecco: l'accusavano di aver venduto la sua sorella al ricco libertino, di aver tramato nell'ombra il mercato fraterno, forse di averne gi riscosso il prezzo. E la citt lo sapeva; per ogni strada la notizia correva di bocca in bocca, ad ogni limitare si parlava di lui, di lei, dell'altro; era un bisbiglio continuo, sbdolo, che saliva, saliva, soverchiando nel suo cervello esagitato la voce di tutte le cose; era il suo nome, il nome di lei, che volava nelle risate della gente.
Ora lo avrebbero bandito, si sarebbero precipitati in cento a sbarrare il suo cammino; la fiamma nascosta sotto la cenere avrebbe illuminato di un crudele rossore il suo pubblico dileggio. Strappatagli di dosso la sua veste di gentiluomo avventizio, anche i pi benigni non avrebbero ritrovato in lui che il fratello della mantenuta.
E udiva rinchiudersi dietro di s, con un sordo fragore, le porte dei circoli, le anticamere delle sale, tutte le soglie che aveva pazientemente forzate; facce avverse vedeva, bocche orlate di scherno, occhi obliqui volgersi altrove per non rispondere al suo saluto.
Tanti anni spesi ad un lavoro bile, tenace, assiduo, eran ormai sprecati, buttati al vento come pugno di cenere; l'inviolabile signora si asserragliava novamente nel suo cerchio di privilegi, e questa volta per sempre.
Ecco il dono ch'ella gli aveva apparecchiato per il suo ritorno ed in cambio dell'amore ond'egli si moriva per lei.
Oh, se questo avesse potuto almeno liberarlo dalla sua disperata passione! Ma non sapeva odiarla, e, per quanto ella lo ferisse, non gli riusciva d'avere contro lei alcun rancore. Dal fondo invece della sua coscienza risvegliata una voce gli parlava, con le stesse parole del suo padre accusatore: Sei stato tu che l'hai portata fuori di casa per il primo; se oggi si disonora la colpa non  nostra,  tua! tua!... perch sei stato un cattivo figlio e in tutta la tua vita non sarai che un uomo cattivo!
Ed allora si ricord di quel primo giorno ch'ella era venuta nella sua casa, con un braccialetto d'oro al polso, il braccialetto di Rafa, e ricord tutto quello che avevan discorso fra loro, stando egli supino sul letto, ella seduta su la coltre, quando, fra quel calore, fra quell'odore che veniva da lei, aveva lasciato cadere sopra la sua purezza il primo sguardo colpevole.
Invece di ammonirla s'era fatto il suo complice, per farsi amare da lei; giorno per giorno l'aveva quasi ammaestrata nella corruzione, le aveva scaldato nel grembo il piccolo serpe della lussuria, che li aveva poi allacciati insieme nel suo nodo convulso.
Atterritamente sent che una forza invincibile si era drizzata contro la sua colpa e che pi non eravi alcuna ribellione da tentare, alcuno sforzo nel quale adergere l'ultima volont, l'estrema speranza. Il suo nemico non era pi solamente racchiuso nella sua coscienza; ora usciva, lo accerchiava, lo batteva da ogni parte. Quest'uomo, che si era sentita forza bastevole per vincere da solo e duramente la sua battaglia, prov allora un infinito bisogno di tutti, e si volse a cercare intorno a s un amico, un amico fraterno e buono in cui versar la sua pena, un tetto soccorrevole sotto il quale trovar rifugio.
Ed allora solamente si ricord di una donna ch'egli aveva oppressa e fatta piangere, una donna che lo aveva sempre soccorso, ch'era pronta sempre a tendersi verso di lui col gesto ineffabile del perdono. Egli sapeva che da qualsiasi lontananza le ritornasse, dopo quante mai strade, su le sue labbra smorte avrebbe sempre ritrovato un sorriso.
Cammin per i marciapiedi avvampati, lungo i muri che gli gettavano in faccia una luce abbagliante; cammin, vedendo solo fulgori e grandi circoli di sole, che gli roteavano intorno come per allucinarlo. Tutti i rumori della strada, anche i pi comuni, gli parvero insoliti, e mutati gli aspetti delle cose; in lui scemava perfino la coscienza dell'enorme dolore che lo travagliava. Come se un'immensa catastrofe, d'un tratto, fosse avvenuta in lui, l'anima gli rest sepolta sotto le rovine del suo mondo interiore, ed inerte come un automa egli ubbid solamente alla sua paura.
Quando giunse nella contrada ove abitava l'amante, quando rivide quella casa dall'aspetto un po' tetro, ma con un suo balconcello fiorito, col suo portone ampio e scuro che dava in una corte vetusta, il cuore gli si apr di tenerezza come a colui che dopo aver patiti gli insulti, la fame, i rigori della strada maestra, veda finalmente sorgere di lontano il tetto di una casa ospitale.
Avviene talvolta che la pi antica fra le nostre abitudini ci sembri nuova, ed un luogo per il quale siamo le cento volte passati rivochi subitamente in noi la dispersa memoria d'un'anima che anticamente fu nostra.
A nessuno  dato conoscere come un luogo, un oggetto, un essere, siano veramente in s stessi, fuori dalla nostra sensibilit e svestito dall'immagine che noi gli attribuiamo.  il nostro cuore che fa parlare le cose, e noi, attoniti qualche volta, ne ascoltiamo la voce. Nel salire le scale della casa di Clara Michelis egli provava quel giorno un'onda di sensazioni confuse; guardava con una specie di curiosit l'aspetto di que' muri adorni d'antichi affreschi, di quegli scalini larghi e lenti, che aveva tante volte contati macchinalmente nel salirli, di quella ringhiera in ferro istoriato, un po' rugginosa, che portava nelle congiunture de' suoi fregi una incancellabile polvere; guardava l'aspetto di quel grande arazzo, che pendeva dalla parete sul primo pianerottolo, dove c'era un cassabanco in legno scolpito.
E ricordava, ricordava... In un attimo riviveva una storia di molti anni, la storia di tutte le cose ch'eran passate fra loro, dai primi tempi, quando l'amava d'un capriccio forte, agli ultimi, quand'ella era divenuta per lui un peso necessario, anzi una indispensabile ma tediosa catena. La rivedeva, qualche anno addietro, ancor bella e desiderata da molti, co' suoi lisci capelli neri che le facevan su la nuca un gonfio nodo attorto, col suo viso diafano, in cui gli occhi ardevano d'una vita spirituale; e quand'ella gli si rifiutava con tutte le scaltrezze voluttuose della donna che prevede l'imminenza del suo fallo, e poi le lunghe sere che avevan trascorse nella sala semibuia, tra i molti vasi di fiori che odoravan troppo forte, lei, con le veloci sue dita correnti su la tastiera, lui, poggiato la tempia contro il violino, avvolto nel profumo della sua carne pallida, curvo su lei, desiderosamente...
E quel giorno ch'era stata sua per la prima volta, quando gi da un pezzo egli si sentiva amato, e gi le sue calde labbra si erano date a lui, di sera, nell'ombra, con brivido, su l'orlo d'un pericolo meraviglioso. A quel tempo era singolarmente bella, ravvolta in un colore di poesia, con l'anima che mandava profumo; nella sua semplicit era qualcosa di prezioso; l'essenza intima della sua persona somigliava singolarmente a certe materie fragili, profumate, rare, come l'antico avorio, come l'ambra soave...
Poi, lentamente, la saziet, la noia, il disamore. Quante lacrime le aveva egli fatte piangere! Quante ore di sconforto aveva portate in quella casa, dove adesso tornava, sopraffatto egli pure da una di quelle tempeste che soverchiano il cuore...
Ell'aveva ora qualche capello bianco; per non si tingeva, per onest forse o forse per disattenzione. Ma egli ne aveva rabbrividito qualche volta nel baciarla. E, se non poteva nascondersi l'evidenza di quello sfiorire, il doverlo sopportare in silenzio talvolta gli eccitava nello spirito un rancore ingiusto contro di lei. Nel ridere, la sua bocca un po' sciupata, i suoi occhi un po' stanchi, s'increspavano di leggerissime rughe; intorno alle sue narici estremamente fini, e nel cavo degli occhi, sotto il mento, intorno alle vertebre del collo, si raccoglieva talvolta una indefinibile ombra, quell'ombra delle cose che stanno per mutar forma, che gi furono belle ed accennano a finire. Ma egli non poteva dirle che sentiva il freddo di quelle ombre, n dirle che, pur tacendo, gli salivan talvolta fino all'orlo della bocca certi acutissimi scherni...
Ell'aveva conservata un'ossatura da signorina; le sue braccia nude, nell'avvincersi a lui, sapevano ancor fare quel nodo lento e forte che fanno le braccia delle amanti giovini; ma il seno fiacco le s'inaridiva; la sua pelle, fattasi quasi opaca, non tramandava pi quell'odor lussurioso che la donna sparge fra le coltri quand' nel suo fiore. Egli doveva qualche volta chiudere gli occhi e sognare un'altra carezza, un altro amore, anche di strada, ma sul quale non fosse caduta la sottile cenere del tempo.
E come confessarle: Non te bacio col mio tepido bacio... non te, ma la giovinezza d'un'altra, e mi riscaldo nel calore d'un'altra e bevo su la bocca d'un'altra questa volutt che ti simulo... Come dirle una simile cosa?
E per metteva nel saziarla una specie d'involontaria crudelt, poich in lei rimaneva la febbre, il desiderio pi giovine degli anni, la voglia inestinguibile in tutte le creature, di piacere ad un'altra, di ricevere da un'altra il piacere. In lei rimaneva il triste furore della passione, come un bcciolo ancor verde sopra una pianta che vada sfiorendo; e qualche volta, sotto l'ombra della sua fronte chinata, ella pareva guardarlo con infinita malinconia.
C' un momento nella vita della donna, in cui tutte le virt che sono state o che potevan essere nel suo cuor femminile par si radunino insieme per comporre una fedelt unica, una sola poesia. Ed  allora che nel suo amore pnetra un senso vago di maternit, si fonde una tenerezza sororale, nasce un bisogno di proteggere, di consolare, di porgere aiuto, come se nel suo cuore di amante vivesse insieme la casta misericordia d'una suora di carit.
Ed  forse l'estrema, involontaria civetteria, della quale si orna la donna, l'ultimo abito che si presceglie e con il quale cerca di piacere. Nel suo commiato dell'amore, che in fondo  per la donna tutta la storia della sua vita, ella vuol essere pi bella che pu.
Due giorni per lei non saranno dimenticabili nella sua fedele memoria, il pi voluttuoso ed il pi triste: quando sent per la prima volta il desiderio d'un uomo tremare dietro il lieve muoversi della sua gonna, e quando, in un bacio dell'ultimo amante, s'accorse irremissibilmente che non sarebbe amata mai pi.
Clara!
Ella entr nella sala con quel suo passo che non faceva rumore.
Soffocata dalla commozione, percossa dallo stupore, non disse parola e rest perplessamente a guardarlo.
Dov'era stato? che aveva fatto? quale terribile avventura aveva cos travolta la sua vita? Non era pi il medesimo, quegli che tornava; non lo riconosceva pi.
Tutto questo ella pareva esprimere con uno sguardo solo. Talvolta, fra due che s'incontrano, vi son tante e cos terribili cose a dirsi, che le parole, tutte le parole, sembrano quel che sono in verit: segni troppo incapaci di esprimere il colore dell'anima nostra. Ed allora si parla solo quando ci si  gi del tutto compresi, quando la confessione  gi passata dall'uno all'altro, mutamente, e mutamente ha devastate le anime.
Un lungo silenzio pes fra loro, anzi una specie di concitazione cos forte, cos lucida, che a vicenda potevan leggersi nel volto i loro inconfessabili pensieri.
Poi Arrigo si lasci cadere sopra una poltrona.
Sono stanco... mormor, e con le due mani si coverse la faccia.
Ella ebbe la bont suprema di sorridergli, pur nello strazio che dentro la esagitava; e venutagli pi vicina, con una mano gli carezz i capelli come faceva di consueto.
Egli prese la sua mano, al polso, e la baci.
Non aveva mai pianto; in quelle lunghe settimane di tormento, mai la dolcezza consolatrice d'una lacrima gli era salita fino alle aride ciglia. E in quel momento, dal suo pi profondo essere, sotto la carezza di quella mano timida, sent qualcosa commuoversi dentro l'anima che non era pi disperazione, che non era pi furore, ma una voglia d'esser debole, d'esser umile, d'esser buono, quasi di comunicare a lei tutto il male che aveva sofferto, quasi dirle: Aitami! guarda nel mio dolore, lasciami piangere, vicino a te...
E dagli occhi riarsi le lacrime caddero, infrenabili.
Tacendo, ella si pieg, si pose a ginocchi davanti alla sua poltrona, mise la fronte contr'una sua spalla e rimase ferma. Cos lo ascoltava piangere, in silenzio, con una specie di religione, trattenendo a forza le sue lacrime, poich le parve che il suo proprio dolore non dovesse nemmeno aver luogo vicino al dolore di lui.
Lontana, troppo lontana, ricomparve ad entrambi negli occhi la loro storia d'amore. Ed in quell'ora in cui si sentivano per sempre divisi da un ostacolo maggiore di tutte le volont, l'uno e l'altra provarono ancora il conforto di affacciarsi uniti sopra quella vacuit incolmabile, di fondere il loro spavento insieme, di guardare con occhi fraterni la loro morte interiore.
Ella gli pass le mani sul volto, pianamente, come per riconoscerlo, come per cancellarvi le traccie dei dolori patiti; e lo guardava con gli occhi asciutti, fermi, ove splendeva un'infinita bont, una disperazione infinita. Ella non poteva dimenticarsi d'averlo un tempo veduto, bello e forte, con la bocca un po' dura, che si contraeva sotto il morso della volont, n dimenticare quegli occhi suoi, cos lucidi, che parevano pieni di sole...
Sono stanco, egli ripet ancora una volta, girando intorno lo sguardo con smarrimento, forse per riconoscere quella stanza, che gli era tuttavia familiare.
So tutto... non parlare... ho compreso tutto... ella rispose pianamente, quasi con paura, fra una carezza ed un bacio.
Veramente?... balbett egli;, sai veramente ogni cosa?
E Clara, senza battere le ciglia, lo ravvolse in uno sguardo d'amore, che pareva gli offrisse con umilt il suo perdono di sorella e d'amante.
S, ella rispose con una voce spenta;, s, mio povero amico. Ed  forse troppo tardi perch io possa fare qualcosa per te.
Lasciava cader le parole con una specie d'infrenabilit, come fosser lacrime; fra l'una e l'altra metteva i battiti del suo cuore.
Ma quello che non so, riprese,  dove sei stato finora, dove sei fuggito, che hai fatto?
Egli diede una grande risata, stridula, disperata, che suscit in quel silenzio un'eco sinistra, e parve il riso implacabile d'un'anima gonfia d'odio contro s stessa. Poi, di scatto, sorse in piedi, spingendo indietro la poltrona, e, fermo davanti a lei che rimaneva inginocchiata:
Non hai orrore di me? chiese, fissandola.
Clara gli sollev nel viso gli occhi mansueti:
Povero mio amore... gli rispose con dolcezza; e si lev.
Non ti faccio orrore, dimmi?
Dolore mi fai, disperazione mi fai... Non altro. Io sar sempre la tua amica e non ti devo giudicare, io.
Egli abbass la fronte, con vergogna.
L'ami? ella fece, cos piano che appena si ud.
E tremava. Ma egli scosse la testa con un moto ruvido e non volle rispondere.
La mia vita  morta, disse. Ho tutto perduto in un giorno; tutto. Vivo in una specie di vertigine. Son venuto da te, perch sei il mio ultimo rifugio. E pensavo che anche tu mi avresti respinto.
Poi gli sal un rimorso fuggevole dal fiore dell'anima:
T'ho fatto piangere molto, non  vero?
Ella rispose:
Che importa?
Allora si risovvenne d'essere donna, d'aver tuttavia qualche grazia nella sua consumata persona, di potergli forse dare un conforto parlandogli con la sua voce pi morbida, lasciandolo discorrere della sua pena; e gli si fece presso, gli pos le mani su le spalle con un atto debole e dolce:
L'ami ancora? domand. L'ami ancora molto?
Con furore! con furore! grid egli, senz'alcuna piet.
Ella si ristrinse nelle spalle, per dominare un tremito che l'assaliva.
Raccntami... fece, con la estrema curiosit del suo tormento. A me puoi dire tutto, se questo ti fa bene. Io non sono pi nulla, tranne che la tua amica... Raccntami...
S? egli fece, guardandola;, vuoi?
Ma improvvisamente ebbe un gesto d'ira:
 inutile! grid. Ora non c' pi rimedio.
Non  inutile, diss'ella, tentata forse dal gran dolore che ne avrebbe. Non  mai inutile raccontare quello che ci fa male.
Poich, infatti, era la mia sorella!... egli esclam cupamente, quasi parlando a s medesimo. E disse tre volte queste parole: la mia sorella, come se trovasse un'acre sapore nell'orribile nome.
Poi le parole gli fluirono disordinate, angosciose:
Non  stata mia! Non ho avuto abbastanza coraggio perch fosse mia! Lo sapevi?
No, ella rispose impallidendo.
Il fratello di Loretta riprese:
Un giorno, senza ch'io me ne rendessi conto, mi si  attorcigliata intorno al cuore come un nodo vivo e soffocante; un giorno, senza che l'avessi pensato mai, la tentazione mi si  presentata, nuda, folle, terribile, nello spirito, e da questo fantasma non ho avuto pi pace. Quando passava, tremavo; la sua voce mi faceva male; l'odore della sua persona, lo sentivo anche di lontano, la notte, il giorno, sempre, su tutte le cose. Nel guardarla, i miei occhi la svestivano; quando mi coricavo, era fra le mie braccia, nel mio letto, coricata. Questo male venne a poco a poco, insidiosamente, come un veleno ch'io respirassi dal suo medesimo respiro.
Ed era lei che mi si offriva. Nella sua verginit, piena di nervi, piena d'impazienze, mi porgeva sotto le labbra questo clice, in cui dovevo non bere. Lo faceva naturalmente, come si offre un sorso a chi abbia sete. Non volevo cedere, ma sentivo che prima o poi questa orribile sete mi avrebbe vinto.  stata una pazzia, che mi  salita lenta, inguaribile, nel cervello. Non devi, anzi, nessuno deve condannarmi. La volont  un'arma troppo fragile per combattere queste orrende passioni.
Sai: veniva nella mia casa; qualche volta si svestiva, lasciava nell'aria, su tutti gli oggetti, un odore incancellabile di s. Anch'ella soffriva del mio stesso desiderio, e questo appunto m'ubbriacava. Eravamo in due a chinarci sopra un pericolo; lei ridendo, io tremando; e c'era una forza che mi tratteneva, non saprei quale, ma una forza invincibile.
Con la sua bocca bella mi parlava, m'accarezzava, piangeva, mi si offriva, ed io non potevo saziare n lei n me. Tutte le lascivie che non avevo immaginate per alcuna donna, le pativo per lei nel mio nascosto pensiero. Quando eravamo soli, mi pareva che intorno a noi roteasse tutto un mondo di cose vertiginose... Ma perch vuoi che ti racconti? Si ferm affannato, quasi pentito, e sbito ricominci:
Un altro l'amava, od almeno voleva possederla. A poco a poco son divenuto anche geloso, terribilmente geloso. Non dipendeva che da me l'appagarmi, eppure non potevo! C'era uno spavento, che so? un terrore, qualcosa fra me e lei... ombre, fantasmi, ch'ella non vedeva. Io s: terribili! Mio padre qualche volta... ed ancor pi la mia carne stessa, che non poteva contaminare la sua. Perch?... Lo sai tu il perch?
Clara lo ascoltava, up po' ansante, un po' curva, senza battere le ciglia, senza muovere la bocca, incatenata, affascinata.
Lo sai? No, tu neppure non sai dirmelo. Bisognava osare. Adesso  troppo tardi; un altro me l'ha presa...  tardi! Mi amava: non mi ama pi. Si  data, con gioia forse, perch io l'avevo tormentata, e perch sono stato anche vile: sono fuggito, lasciandola sola. Ho lottato contro di me, contro di lei, con un eroismo inutile. Bisognava osare. Invece che ho fatto io? L'ho spinta con le mie braccia nelle braccia d'un altro. Li ho lasciati fuggire, intendi? fuggire insieme...
Egli fece una lunga pausa, perch l'affanno lo soffocava; poi ricominci: Un giorno, mi ricordo,  venuta nella mia casa, e si  spogliata. Non dimenticher mai quella prima volta che vidi le sue spalle nude. Ed anche una certa notte non dimenticher, quando eravamo in un letto, nel medesimo letto, insieme, ed ella mi carezzava con tutta la sua persona profumata, mi avvolgeva, mi tormentava, si attorcigliava contro me con tutta la sua gioia, con tutto lo spavento che pu essere nel primo desiderio d'un'amante. Ma, invece di prenderla, invece di concedere a lei ed a me questa felicit orrenda, sai che ho fatto io?... Sono fuggito. Uno spettro mi ha cacciato indietro, afferrandomi alla gola; uno spettro scarno e livido, che vedr sempre nella luce della mie pupille, finch io viva: mio padre. Sono fuggito lontano, all'impazzata, in cerca d'una liberazione. Mi odiavo, sentivo di me lo spregio che si pu avere della bestia pi immonda, ma non potevo non amare lei. Questo desiderio mi veniva dietro, fischiando, come un agile serpente. Ho tutto scordato, fuorch lei: ho rotta la mia vita irremediabilmente, son pieno di rimorso, ne trabocco... e pure non posso vincere la mia colpa, non so concepire altra passione al mondo che il desiderio di possedere lei...
Fece un'altra pausa, e si pieg su s stesso come un uomo ferito nel petto, che voglia contenere la morte. Indi ricominci:
Vedi? un altro me l'ha presa! C' ora chi pu dirle: Sei mia. Un altro le dorme vicino, la gode, la bacia. Ormai tutti lo sanno e se ne parla fino per istrada. Ebbene, che fa? Ne ridono... Che fa? Mi chiudono le porte in faccia dappertutto, mi dileggiano, mi respingono... Che fa? Che fa? Lei sola  colpevole di tutto questo, ma l'amo ancora, e pi ancora, sempre pi... Forse l'amo con odio, ma il mio odio  cos bello e cos pieno d'inesorabilit, che deve ancora chiamarsi un terribile amore. Vedi, son pieno di rimorso, e forse ti faccio soffrire, ma lo dico a te per la prima, a te sola... Farle male voglio, anche se grida!... Berle tutto il fiato in un sorso, appagare il mio peccato fino alla saziet... E dopo? Non importa! Anche se questo mi costasse la vita, che fa, Clara, che fa?...
Nella piccola sala, piena di quella voce sorda, un occhio di sole si mise a scintillare sopra una scatola d'argento.
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Capitolo 9.
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Faceva una notte di stelle nella piena estate; Lazzara era uscita in cerca di lucciole, e tornava portandone assai, racchiuse in una prigione fatta col suo grembiule riverso.
Amava le lucciole, la libert, i campi; era selvaggia come i suoi capelli, ch'eran d'un biondo pallido, soffusi d'un colore di cenere spenta.
Molte ne ho prese! grid verso la piccola veranda. Guardate, signora: splendono!
Lora s'affacci al terrazzuolo e rispose alla fanciulla: Vieni su.
Ella corse per i dieci gradini con una leggerezza di gatta selvatica, venne davanti alla sua signora e disse:
Guardate.
Aperse il grembiule di colpo, e le lucciole, tornate libere, volaron via sguinzagliandosi, tremule, come fuochi fatui, nella notte piena di stelle.
Risero entrambe d'un riso chiaro, che squill dal terrazzo carico di vanzianelle sopra il silenzio del giardino fragrante di pllini maturi.
Un lume velato ardeva sopra un tavolino di giunchi; torme di moscerini aliavano per intorno, bruciacchiandosi le ali, seminando il chiaro tappeto d'innumerevoli agonie. Loretta, per aver fresco, s'era messa una vestaglia scollata, in fil di lino. Noiata e stanca, dopo la cena solitaria, non si era sentita la voglia n di uscire a piedi per i sentieri dei vigneti, ove pesava la vendemmia, n di correre per le strade maestre, bianche di polvere, tra le infinite messi cariche di frumento, al trotto dei due polledri sauri che Rafa le aveva noleggiati presso un vetturale di que' dintorni. Ma invece, la sera dolce, inebriandola a poco a poco, l'aveva lentamente addormentata su la poltrona di vimini, presso il lume velato, fra i giornali d'illustrazioni e di mode, ch'eran scivolati a terra in disordine mentr'ella si addormentava.
Col suo grido Lazzara l'aveva ridestata; ed ora stavano entrambe a guardar le lucciole, che volavano via spegnendosi a poco a poco, nel buio, come lucgnoli deboli sotto il vento.
Nell'aria ferma, poco pi su che le cime degli alberi, il calor del giorno pareva esser rimasto sospeso come un gonfio lenzuolo pressoch invisibile; tutto, a perdita d'occhio, pareva sopraffatto ed esausto per la fatica enorme dell'estate.
A quell'ora, nella villetta, nella casa rustica del giardiniere, nel villaggio poco lontano, i contadini, gli artigiani, dormivano con serena pace; non si udiva che la cantilena lentissima d'una donna, la quale forse ninnava il suo bimbo.
Quando l'ultima lucciola si spense, laggi, dentro un cespuglio, Loretta disse a Lazzara:
Dove sei stata?
Nei campi.
Ed aveva su la gonna infatti qualche fil di fieno.
Certo se n'era andata in cerca di lucciole, per trovarsi fuori dal cancello con Benedetto che l'aspettava; poich Benedetto era un bel giovine e le faceva la corte. Ecco, era tornata con le sue lucciole, co' suoi capelli sempre spettinati, ed alla cintura portava un garofano rosso che prima era stato all'occhiello del suo galante.
Questa sera non verr il signore? domand Lazzara.
Non verr. Almeno ha detto che non verr, Loretta rispose.
A Villa Giuliani quella sera si dava un pranzo e Rafa era costretto a rimanersene in famiglia, dove le sue troppo frequenti assenze, le notti passate fuor di villa ed i mormorii del vicinato avevano gi fatto nascere qualche malumore.
A meno che non venga pi tardi, fece Lazzara;, magari dopo la mezzanotte, come sabato scorso.
Pu darsi, rispose Loretta. Ed affacciatasi al terrazzuolo, guard con uno sguardo errante la fantastica notte, simile quasi ad una bellissima donna ignuda, che ricurva su lo specchio della terra si andasse lentamente pettinando le lunghe sue treccie nere, cosparse d'una polvere d'oro che scintillava e tremava come un denso pulviscolo di stelle.
Eran diventate amiche durante quelle poche settimane, poich l'et le univa e qualcosa forse di concorde nel dissimile cuore. Lazzara si occupava di governar la casa, ripuliva, rassettava, ricuciva, dava di mano alla cuoca, faceva un po' di stiratura; ma quantunque non avesse che un semplice abito nero e tutta l'eleganza sua fosse ne' grembiuli fini, questa graziosa villanella era quasi una signorina, una signorina molto strana.
E Loretta l'amava; nelle calme ore d'ozio si tenevan compagnia; discorrevano insieme, a lungo, di cose lievi, lievi come le farfalle.
Lazzara era la figlia spuria d'una donnaccia del paese, ntale da un amore di strada maestra, fra le calde vendemmie. Costei beveva e la picchiava. Un giorno scomparve. Dissero che fosse andata in citt a prostituirsi nella mala vita, e pi da quel tempo non la si rivide. Allora Lazzara divenne la pi trista e lacera monella che fossevi nel villaggio. Da principio il parroco, un buon vecchio prete, ch'era venuto ai settant'anni senza mai peccare, se l'era tolta seco per far opera di carit e voleva educarla come una figlia; ma non potendola frenare, l'aveva messa in convento. Dal convento era fuggita per un ismodato amore di libert; e non s'era saputo pi nulla di lei, finch un giorno l'avevan riveduta nel villaggio, e diceva d'aver fatto molto cammino, a piedi, solo per rivedere il suo vecchio prete, che da qualche mese appunto avevano condotto a sepoltura.
Adesso aveva pi che vent'anni; era bella, era selvatica, e lavorava e le facevan la corte.
Non dormirete, signora? domand Lazzara, vedendo che Lora, taciturna, stava con i due gomiti sul davanzale del terrazzo e guardava nella chiara notte, un po' ebbra di quella solitudine.
Dormir pi tardi, rispose;, ancora non ho sonno.
Si rivolse dalla piccola veranda e torn sulla poltrona di vimini, presso il lume velato.
Un filo d'aria, pur lieve, non moveva le foglie del giardino; le stelle rossastre parevano mandar su la terra un disperato calore.
E tu hai sonno, Lazzara?
L'estate io non dormo che poco, e male, perch i sogni che faccio mi trbano.
Raccntami: quali sono i tuoi sogni?
Son molti e sono pieni di miracolo, signora. Talvolta sogno l'altro mio viaggio, quel lungo viaggio che dovr fare, assai lontano di qui.
Dunque pensi che ripartirai, Lazzara?
Certo ripartir. Mi piace la strada, il fiume, il vento; mi piace ogni cosa che va lontano.
Lora si sdrai nella poltrona con indolenza, rovesci il capo all'indietro, sul cuscino, ed in quella penombra i suoi capelli chiari le mettevano intorno alla fronte una specie d'aurora.
Sei stata in convento, non  vero? domand alla fanciulla.
S, signora; pi di quattro anni.
E ne sei anche fuggita, mi hanno detto.
S, una bella notte che non dimenticher.
Raccntami ancora di te, Lazzara. Non ho sonno ed amo ascoltare i tuoi racconti.
La fanciulla si accovacci a terra sopra una stuoia, contro le ginocchia della sua padrona, con la pigrizia d'un bell'animale selvatico e docile.
Poi si mise a raccontare...
Raccontava le preghiere fervide, le canzoni un po' lente che intonano in coro le monache dalla voce cristallina, e il fumo gonfio degli incensi tra gli altari bianchi di gigli, nei mattini di primavera. E poi, quando il suo fervido cuore, nella cella rigorosa, nei cortili pieni di sole, al di l dalle nude muraglie, risognava l'aperta infinita campagna, ove sono i fiumi dalla corrente limpida, i boschi odorosi di timi e di rsine, ove sono i frutteti e le vigne, le messi che ondeggiano, il vento e la libert.
E la rivide, la campagna immensa, e vi si mise a correre, libera, sola, con il cuore che le cantava, in una notte del mezzo Aprile.
Aveva risoluta la fuga. Era desta, in un chiarore di stelle, nel silenzio altissimo del monastero, sola, con quel Crocifisso di ferro che dalla nuda parete, immobile e pur vivo, la guardava. Passavan nel cielo, davanti alla sua cella, certe continue vampe di chiarit, quasi tangibili, come fiumane traverso lo spazio, e v'era una chitarra che sonava, lontana continua, straziante allegra, come un dolore che volesse ridere, come un riso che finisse in lacrime, forse da una finestra senza sonno, forse da un ballo in un cortile...
E si lev. Scese. Le grandi ombre del colonnato la inseguivano come fantasmi enormi che non facesser rumore. Poi vide nell'ombra due luci, due scintille di fosforo, ferme, che l'impaurirono. Si nascose tra le colonne, strisci luogo un andito, pass un cortile, giunse nell'orto, si aggrapp ad un cancello, s'inerpic per un albero, fin sopra il ciglio del muro. E di l vide una fila di case addormentate, con un fioco lume che pendeva da un fil di rame, fra due muri, oscillando; poi vide la campagna, l'infinita libera campagna, simile quasi ad un mare, in quelle bianche fiumane di luce che sopra lei spandeva la navigante luna.
Allora, d'un tratto, fragile com'era, paurosa com'era, si fece il segno della croce, e si lasci cadere...
Correva, correva, parendole di volare, buttandosi tutta viva negli odori della notte primaverile, lasciandosi dietro un solco nell'erba rugiadosa, bevendo il vento che le passava tra i capelli e li scioglieva stupendamente, facendoli nella corsa ondeggiare come una bella criniera.
Cammin. Le messi abbondavano di spiche mature, le viti pendevano da un albero all'altro, quasi bianche di grappoli in fiore. Pass prati, campi, orti, seminagioni, frutteti; e come in sogno rivide allora fiorir le stagioni, che da tanti anni non vedeva pi; rivide la primavera odorosa di fiori, satura di linfe, chiassosa di nidi, limpida di ruscelli, gaia di canzoni; l'estate adorna di pannocchie d'oro, dal cartoccio stridente, con le sue sterminate messi un po' curve per la ricchezza dei frumenti, ed i covoni e le biche su l'aie scintillanti, ed i bubboli freschi dei fonti nell'ora meridiana, ed il guizzo della falce nitida, che va, che va, stanca e senza posa, come una distruzione lenta. Poi sogn dell'autunno, con le sue clamorose vendemmie, dell'inverno, con la sua squallida neve...
Cammin. Si mise per lungo un ruscello, che scendeva con una musica lieve, inchinando l'erbe al suo passare, giocando nel suo lesto correre con la scherzosa luna. E le pareva che il ruscello cantasse, piano, per lei sola, una bella canzone: Sguimi, o tu che vai per tutta la notte senza conoscere la tua strada. Io pure, come te, non conosco la mia meta lontana. Vedi: trascorro e brillo. M'accompagna il chiaror della luna e faccio un lieve romore. Sguimi, o tu che vai per la notte senza conoscere la tua strada.
Cammin. Il ruscello mormorava per lei sola il suo canto notturno; ella ne seguiva la sponda, quasi correndo, e trasognata. Era, nel mezzo Aprile, la notte pi stellata. Pareva che ogni stella avesse un'ala invisibile o che un vento leggero, passando, le facesse tremare. E pi ella fissava nel cielo i suoi occhi sperduti, pi infinitamente vedeva nascere stelle. Ad ogni battito d'occhio alcuna spariva: era un mondo distrutto, un atomo di luce distrutto, non appariva pi.
Cammin. Il ruscelletto passava sotto piccoli ponti, faceva cascatelle, muoveva i canneti; limpido e lento, fiancheggiava una strada, un podere, una casa; entrava nei prati, pareva perdersi: ricominciava. Lontano, all'orizzonte, con indistinte ombre ventose, apparivano le foreste. Ora cominci ad abbaiare un cane, ed un altro rispose, pi lontano, poi un altro ancora, e quei lati lugubri empirono la notte serena. Fra i grandi alberi tutte le ombre avevano apparenze umane; s'udivan strepiti nel buio, come di gente che sbucasse dai rami, e le pareva di sentirsi ghermire. Poi, nell'alto fogliame, intese un frastuono, quasi un tonfo, come d'immense ali che calassero gi... Ed era un gufo, o molti, una civetta, o molte, che si misero a cantare la morte. Il ruscello scomparve, si cacci sotto la terra, nel buio. Ed ella andava, andava, andava, pi tra le siepi, pi tra le macchie, pi tra le forre, toccata in faccia dal vento di quelle ali enormi, perseguitata da quei canti funebri; poi le piombarono tutti addosso, gufi e civette, per ucciderla, per coprire il suo corpo morto con un lenzuolo d'ali immonde... Alla fine, quando l'ebbero atterrata, soffocata, uccisa, le si misero tutti all'intorno, in cerchio, immobili, senza pi cantare, simili ad un tribunale di spettri, e stettero a fissarla dai grandi occhi rotondi, fermi, che bruciavano come fiamme di fosforo nella spaventosa oscurit.
Quando riaperse gli occhi, dai pertugi della foresta brillava su l'erba il sole mattutino; l'odor selvatico dei timi profumava la terra umida; le capinere del bosco trillavano a voce spiegata...
Lazzara tacque. Laggi nel giardino, tra il folto, avevano entrambe inteso un rumore. Ascoltarono.
La notte folle sperperava le sue ricchezze inestimabili, vuotava i suoi tesori di stelle, rovesciava i suoi forzieri traboccanti nella profonda immensit; erano collane favolose, che si spezzavano e rotolavano per l'infinito, corrusco di mille arcobaleni; eran diademi fatti con milioni d'astri, che si rompevano in frantumi e scorrevano tra fiumane di etere fosforescente; erano stelle, stelle senza numero, disseminate nel curvo spazio, che la folle notte rovesciava in una conca scintillante.
Ascoltarono, pi attente.
Nulla, disse Loretta;,  nulla; continua.
Accovacciata su la stuoia, tenendo fra le mani congiunte le ginocchia pigre, gli occhi un po' spersi nell'incantesimo della notte d'estate, un sorriso appena visibile su le rosse labbra, Lazzara ricominci.
... e diceva, battendo agli usci, cantilenando sopra un'aria imparata nel convento:
Date un pane, buona gente;
nel mio sacco non rimane
pi niente...
Buona gente, chi mi fa
per l'amore del Signore
la carit?
E cos, camminando e mendicando, giunse ad un paese che stava sul declivio di montagne gigantesche, e brillava di fiumi scintillanti, ed era tutto imbevuto di primavera come un roseto in pieno fiore.
Ad un casolare, certa donna le parl:
Come ti chiami?
Lazzara.
E che hai fatto sinora?
Nulla: ho camminato.
La donna stette un attimo pensierosa, poi disse:
Entra.
Cos la presero per il tempo della mietitura.
Un giorno, nella grande ora meridiana, ella stava sdraiata sopra un mucchio di fieno, tra due siepi cariche di frutti rossi, all'ombra d'un gelso basso e contorto. Di l dalla siepe correva la strada maestra, tutta polvere e sole, tra le fratte arsicce che avvampavan di selci vive e di ginestre in fiore. Venne a passar di l Cardo, il pastore, che spingeva con la canna la sua mandria lanosa. Una vasta nube di polvere oscillava lungamente sopra la strada prima di posarsi dietro il lor passare; un cagnaccio di pel fulvo, con la coda mozza, si lanciava ringhiosamente contro quelle che disarmentavano. Cardo era un ragazzotto di spalle robuste, con una testa massiccia, crespa di capelli nerissimi, ed aveva il colorito bruno delle ghiande mature. Dai calzoni di frustagno rimboccati a mezzo il polpaccio gli uscivan le gambe, aride, nere, quasi lucenti; i piedi, opachi di polvere, si muscolavano con solidit nelle sue dure caviglie di camminatore.
Egli guard sopra la siepe, vide la fanciulla giacere sul fieno, fece una smorfia e rise forte.
Buon d!
Buon d.
Fa sole...
Che sole!
Cardo ferm la mandria in un pratello e si misero a merenda insieme. Sul fieno, ella stava con la pigrizia d'una gatta snella e indolente.
Allora egli tolse dalla sacca un mezzo pan nero, un po' di formaggio, una manata di ciriege, e venne a sdraiarsi vicino a lei. Si guardarono in faccia e risero. Entrambi, senza saperne il perch, risero.
Fa sole...
Che sole!
Gi, e non piove...
Ella prese tre ciriege, unite per il picciuolo, e stesa com'era se le port alla bocca. Un rivoletto sanguigno le corse gi per il mento. Guardava lui, che la guardava. Era scalza ella pure, con le braccia mezzo nude, con qualche fil di fieno tra i biondi capelli arruffati, che mandavan riflessi brillanti e bui. Cos giacendo, formava un solco profondo nel fieno soffice; la sua gagliarda persona tramandava un odor di selvatico.
Ma egli non rideva pi: si fece scuro, e, come sentendosi pungere da non so quale molestia, ogni tanto, poich stava prono, col dorso dei piedi scalzi batteva la terra, ma forte.
Non un rumore di gente, o d'animali o di cose, non un correre d'acque, non un tremar di foglie; non altro che un grido di cicale, ma cos tenace, fermo, continuo, che pareva stranamente fondersi col silenzio ed essere il silenzio stesso.
Ella era scalza, ella pure, e se ne rammentava. La gonnelletta corta, rattoppata, non le scendeva oltre i ginocchi; tra quel fieno, qualche fil di paglia la pungeva nel polpaccio; il suo polpaccio era grasso, tondo, e se ne rammentava.
Che avete, Carlo, a fissarmi cos?
Allora egli strisci carponi, sui gomiti, e standole pi presso, cominci a fiutarla con un semiriso d'ubbriachezza, come chi fiutasse a lungo la fermentazione d'un tino di mosto.
Era un pomeriggio d'estate, pieno d'iracondia, implacabile, rosso come una fucina rovente, per quel sole che tutto lo incendiava. Ed ella si sent, tra quel fieno, pi nuda e pi supina che se fosse adagiata sopra la sua coltre. Sentendosi bella, ebbe vergogna di s. C'erano intorno sciami di zanzare, che a lei pareva mandassero un gran romore; ed erano forse le cicale, quelle strepitose cicale, che la stordivano cos.
Poi si misero entrambi a ridere, su la bocca l'un dell'altra, ma d'un riso sciocco. Egli avanz la mano.
Be', Cardo, ella disse, mi fate male!...
E i grossi papaveri falciati rosseggiavano in quella calda estate, avanzando il fiore floscio tra il mucchio della fienatura.
Cantavano, strillavano, le cicale.
Quando l'autunno venne, i vendemmiatori la mandaron via.
Ricominci a camminare, in gi, lungo il fiume, con la rapida corrente. Le avevan narrato di certi grandi velieri, con antenne alte come una casa, e di pi grandi navi senza vela, in un porto immenso, davanti all'anfiteatro di una citt splendidissima.
Certa sera, vedendo un uomo che stava per spingere il suo battello nel fiume, curiosamente si ferm a guardare. L'acqua scendeva, lenta e buia, con brividi luminosi, tra i filari di pioppi dal fogliame d'argento.
 lontana la citt? Lazzara domand all'uomo che buttava un mucchio di cordami vecchi nel suo battello e stava per saltarvi dentro.
Sette ore di fiume, questi fece, senza volgersi.
E a piedi?
A piedi? Chi ci va a piedi? schern l'uomo; e si volse.
Io ci vado, ella rispose con serenit.
Il battelliere la guardava; aveva egli una barba color di rame con qualche venatura bianca; portava in capo un berrettaccio di lana, che aveva preso il colore dell'acqua e del vento.
Ohib, con quelle gambe! disse con un riso bonario. Poi soggiunse: Ma che ci vai a fare?
E tu?
Porto legna.
Sicch fammi salire.
Egli le venne accanto, le diede un pizzico su la guancia, e disse: Tanto fa!... il battello  carico; sali pure.
Spinsero il battello in acqua, vi montaron sopra tutt'e due, in silenzio, come vecchi amici.
Fumando, cantilenando, egli mise una piccola vela quadrata, stese una copertaccia ruvida, lacera, sui duri cordami, e sopra vi si coric. Lazzara, piena di confidenza, gli si distese vicino. La barra del timone era sopra le loro teste; la vela, appena turgida, ogni tanto s'afflosciava, battendo contro l'antenna con un romor secco come di cosa stracca.
Le due rive intanto rabbuiavano; ma c'era un quarto di luna che saliva su, nel cielo, tra fiocchi di nuvole, con rado stelle.
Per caso, domand Lazzara, non avreste un vecchio pane da mettere sotto i denti?
C' pane e pesce fritto, laggi, in quella cesta.
Ella prese quel po' di cena e si mise a divorarla con ingordigia. Fumando, il battelliere la osservava.
Ma insomma, volle sapere, da che parte vieni, che sei tanto lacera?
Ella si mise a narrargli di s, tutta una fiaba...
Cominciavano a navigar tra stelle, fra il cielo che ne accendeva sempre pi, e il fiume che per ognuna mandava cento splendori. Il battello scivolava piano piano, facendo sciacquar l'acqua sotto la sua chiglia, lasciandosi dietro, nel fiume sparso di firmamento, una sca tremantissima.
Come ti chiami tu? fece il battelliere.
Io, Lazzara. E tu?
Benozzo; io, Benozzo.
Ah...
Il battello scendeva senza prender vento, rompendo l'acqua illuminata, che ricadeva in gocciole di stelle. Dalle due rive i pioppi ogni tanto si scuotevano, svettavano, come se li intirizzisse l'algido chiarore della luna, spargendosi di quel bianco tremito che il vento propaga nei boschi d'ulivi; poi, lentamente, l'uno appresso l'altro, riprendevano il sonno interrotto nella vaporosa quiete della notte fluviale.
Lazzara!... esclam d'improvviso Loretta, afferrandola per il braccio e balzando in piedi;, Lazzara, guarda... C' qualcuno laggi!...
In fondo alla scalinata, fra i cespugli, s'era mossa un'ombra nera; due volte, tre volte, visibilmente, s'era mossa un'ombra nera.
No, signora, disse Lazzara, levandosi a ginocchi su la stuoia, ma un poco impaurita ella pure.  forse un gatto... forse il vento...
No, taci.
L'ombra si moveva, pi distinta, pi umana. La videro, buia nel buio; l'intesero che si moveva.
Ammutolirono. Poi Lazzara balbett:
Chi pu essere? Gli vado incontro, signora...
In quel mentre, da dietro i cespugli, nel pieno chiarore del viale illuminato, sbuc fuori una forma d'uomo, curva, irriconoscibile, che fece qualche passo avanti, quasi barcollando, e si ferm. Ma Lora dette un grido, e per non vederlo si coverse la faccia.
Lazzara fu meno timida; si fece avanti, su l'orlo della scalinata, volle parlare, forse gridare, ma non pot.
Egli ora saliva, lentamente, cupamente, con un aspetto minaccioso, gli occhi nascosti sotto l'ala del cappello, i pugni affondati nelle tasche, forse pronti sovra un'arma invisibile.
Si ferm a mezzo della scalinata, guard in alto, fissamente; poi fece due salti rapidi, e fu sul terrazzo, davanti a loro.
Non gridate! ingiunse, con una voce sorda. Non voglio che si gridi!
Entrambe, ammutolite, si strinsero l'una contro l'altra, fecero qualche passo indietro; urtaron contro il tavolino di giunchi; la lampada si rovesci, si spense.
Eppure lo vedevan bene, bieco e pallido com'era, tutto curvato innanzi, con una specie di oscillazione, di tremito, nella sua persona sinistra.
Chi ? bisbigliava Lazzara.
Taci...
Allora segu un grave silenzio, e fu, per l'uomo, un di que' silenzi ambigui che l'anima pi disperata frammette come un indugio davanti al suo pi disperato coraggio.
Ma sbito egli disse con asprezza:
Voglio rimanere solo con te. Mndala via.
Nessuna delle due si mosse; anzi parvero serrarsi ancor pi vicine. Allora egli cominci a guardarla, come sopraffatto da una specie di fascino; e, stando fermo, la investiva con uno sguardo triste, insidioso, miserabile, la ricercava per tutta la persona, quasi che ci gli facesse un male estremo e la sua volont fosse del tutto spenta sol per averla un attimo veduta.
Con te sola, disse un'altra volta, con te, Lora...
Forse gi era un'altra voce che pronunziava questo nome, o forse, per quello sguardo pieno di miseria, ella comprese di non doverlo ancor temere; sicch d'un tratto, abbassando il viso con una specie di obbedienza, disse piano a Lazzara di andarsene via.
Costei esitava, ma ella con un moto repentino la sospinse. Allora la ragazza usc, a passi lenti, cauti, come alcuno che si ritraesse per mettersi a vigilare.
Poich'egli s'avvicinava, ella ebbe una invincibile paura e protese un braccio verso la porta ov'era scomparsa Lazzara.
No, no... balbettava, lsciami...
E con la faccia quasi nascosta fra le due braccia tese, s'and a rannicchiare in un angolo del terrazzo, contro la vetrata, come in un rifugio.
Ora, fra quei due che s'erano amati, che avevano vissuto insieme il pi terribile dramma d'amore di cui possa l'anima umana contenere il palpito, fra quei due che si erano a vicenda vietato il meraviglioso delitto, forse perch incapaci entrambi di sopportarne la tragica e disperante felicit, non era pi che uno spazio breve come il braccio, lieve come la forza d'un lito, pericoloso come il gesto di chi ghermisce e di chi si lascia ghermire, mentre intorno a loro un giardino ebbro lanciava in alto vampe di profumi forti come un narcotico, e c'era, l accanto, una casa pressoch deserta, piene di stanze vuote, profonde, capaci di custodire nel lor silenzio cos la pi nera complicit come la pi efferata beatitudine.
E intorno a loro, e fuori, per tutto il cerchio delle cose visibili, roteava una notte quasi magntica, tanto era bella e splendente, quasi inverosimile, tanto nella sua bellezza era qualcosa di eccessivo e di assurdo, quasi di crudele, poich non dava il sonno, il riposo, la pace n il dolcissimo oblo, ma una folle rabbia di peccati e di lussurie, un tetro bisogno di soffocare nello spasimo del rimorso la tremante anima e colmarla fino all'ubbriachezza d'una volutt oltremortale.
Da che parte veniva egli mai, cos miserabile a vedersi e cos vinto? Quale cammino aveva percorso? Quali tragiche risoluzioni portava in s?
Forse non ricordava pi nulla; tutto in lui era scomparso, dileguato, come un fiocco di nebbia nel sole. Ora le stava presso, e mutamente la guardava.
La guardava. Era pur lei, vestita di una mussola fina, quasi diafana, in quella notte calda; era pur lei, fra le pieghe di quella vestaglia trasparente, che mal nascondeva il suo petto florido, vasto, calmo, diviso nel mezzo da un'infossatura quasi buia, la qual nasceva tra i due seni distanti, lei, con la sua cintura di vespa e le sue belle ginocchia che davano al camminare tanta grazia lasciva... Era pur lei, con le sue braccia rotonde, senza un segno, appena cosparse d'una vellutatura bionda, con la sua gola sempre un po' turgida, come se vi tenesse raccolto uno scoppio di riso, con la sua bocca di donna perduta, lei, con la sua viva odorosa capigliatura bionda, splendente come l'avena d'oro, come il riflesso di una cosa d'oro... S, certo, era lei, sebbene gli paresse incredibile, sebbene un altr'uomo, con le sue labbra, con le sue mani, con il calore umido del suo corpo, con il fiato greve della sua bocca ansimante, con la sua viscida saliva, con il suo rauco rantolo, avesse ormai toccata e posseduta questa intangibile purit.
Certo, era lei; si chiamava Lora, Loretta; era la sua sorella germana; era l.
Uccdila! gli comand una voce, che a lui parve suonasse nel rumore dell'infinito, nell'opaco fervore delle sue vene gonfie di sonorit.
E gli venne all'pice delle dita, nei nodi delle dita, nella muscolatura dei polsi, una voglia rabida di stringere, di affondare l'unghie acute nella sua carne molle, di sentire quel bagnato, quel caldo che fa il sangue quando sprizza, o di mordere forte, coi denti, l, nella gola, dov' la voce che canta, che dice le parole d'amore, che rntola, nello spasimo e nel piacere, istessamente...
Ma gli sembr di non poterla toccare ancora, di non essere cos forte ancora da poter compiere il suo disegno, poich, pi che tutto, quel soave lito, quel dolce odor di lei lo vinceva, lo stremava, era come una mollezza che gli entrasse nelle vene insidiosamente, che gli desse la voglia di giacerle insieme, solo per carezzarla, per toccarla, per sentirsi ancora su la faccia il flotto de' suoi capelli disciolti, su la bocca il bacio della sua bocca, e morire in lei come in voluttuoso annegamento... poich'ella poteva, ella sola, fargli attingere da questa inebbriata morte il fervore del rinascimento.
Ma queste meditazioni, sebbene concepite in un attimo, lo affaticavano, lo stordivano, ed egli cerc di ribellarsi al lor funesto potere.
Non ancora! disse aspramente, con un riso di scherno, poich la vedeva tremare. Non ancora.
Ma ella raccolse nella voce tutta la sua dolcezza, tutta la sua persuasione femminile, con cui sapeva di esercitare un cos grande imperio sovra di lui, e sommessamente, quasi proditoriamente, lo chiam per nome. Con la sua propria fragilit, con la sua propria duplicit di femmina quasi tentava di adescarlo, sentendo il pericolo vicino, indovinando il dramma imminente.
Non mi far male... balbett, sempre celata il volto nelle braccia protese.
Sopra tutto ella temeva la sofferenza, l'atto brutale di quelle mani minacciose, lo scoppio di quella collera sinistra. E questa vilt lo fece ridere, d'un riso straziante; perch'egli forse avrebbe voluto che si buttasse innamorata e pentita nelle sue braccia, per ritrovare in lui quasi un rifugio, anzich sentirsi chieder venia paurosamente, come ad uno straniero.
Allora egli le disse con violenza:
Gurdami!
Poich'ella teneva sempre il volto chino, egli protese ruvidamente il braccio e con l'pice delle dita le sollev la faccia.
Gurdami! comand pi forte. Vedi cos'hai fatto di me?
Butt indietro il cappello che gli nascondeva gli occhi e le apparve dinanzi a fronte scoperta.
Mi riconosci?
Ella ebbe orrore o terrore di quel devastamento, e, quasi una dolcezza ultima dell'amore ch'era stato in lei, la spinse a balbettare una parola incomprensibile, forse di smarrimento, forse di piet.
No, egli riprese con scherno, certo non mi riconosci. Eppure sono ancora lo stesso. Intendi bene quel che dico: ancora lo stesso!
La bocca torta, nel ridere, pareva che sui labbri avesse l'amaro d'un veleno. Allora egli si guard intorno con uno sguardo pieno di avversione, come se odiasse ogni cosa di quel luogo dov'ella si era venduta. Fiocamente illuminata da un raggio di luna si vedeva per le due porte vetrate, aperte sul terrazzo, una vasta sala terrena, piena di quei mobili raccogliticci, che arredano le case d'affitto; mobili comperati a casaccio, collocati nel peggior modo, per riempire un angolo, per soddisfare i capricci d'un locatore estivo.
E la luna metteva in quel disordine una specie di azzurra oscurit.
L'uomo, lo spettro di colui ch'era stato, s'avanz fino al limitare, forse per curiosit, forse per vedere se alcuno li spiasse; poi si rivolse lentamente, a volto chino, parendo reggere su le spalle il peso enorme della sua propria disperazione.
Col piede urt nella lampada caduta, la raccolse; non s'era spezzata e la riaccese. Metteva in ogni gesto una lentezza voluta, come se gli piacesse prolungare il silenzio davanti alle parole inevitabili.
Ora la luce rosea della lampada velata si spandeva nuovamente sul terrazzo quasi bianco; egli stava nel mezzo, ella nell'angolo, sempre rintanata, con gli occhi attenti ad ogni gesto di lui.
Allora il giovine incroci le braccia, drizzando quasi con fatica la persona stanca.
Lora, disse, il giorno che ti sei data per la prima volta all'uomo che paga i tuoi lussi, hai pensato menomamente a quello ch'era stato fra noi?
Fece una pausa, ma prima ch'ella potesse rispondere disse con forza, con ira:
No!
Poi rise, divenne scherzevole, parve che tentasse d'irritarla.
Infatti, la beff, mi sembri pi bella! Questa vita un po' pigra ti fa bene alla salute. Ingrassi. Bada, forse un po' troppo... La vestaglia ti si dislaccia... Non eri cos quando ti conoscevo io. Forse Rafa ti fa star molto coricata, e il letto ingrassa... bada!
Prese uno sgabello e vi sedette.
Discorriamo.
Ella taceva. E questo silenzio lo esasperava bench facesse uno sforzo indicibile per continuare su quel tono di burla.
Mi ricordo, incominci, d'un giorno del mese di Marzo, quando sei venuta a trovarmi nella mia casa per la prima volta. Io dormivo. Allora eri quasi una bambina, o parevi esserlo, e mi hai mostrato un braccialetto d'oro. Gi!... e adesso quella casa non l'ho pi, o per lo meno debbo lasciarla, perch c' stato uno scandalo e si evita di salutarmi... Lo sai? Vuol dire che l'avrai tu, una casa, e pi bella e pi ricca della mia, poich Rafa spende volentieri. Se per non ingrassi troppo... Rafa, ti avverto, ha in orrore le donne troppo grasse. Poi mi ricordo anche d'una gita che si fece insieme, su le rive di un certo lago... Ma fu per una notte sola; tu ne hai perduta forse la memoria frammezzo a tante cose.
La guardava, la interrogava, la intimidiva con i suoi sinistri occhi.
Raccntami dunque un po' della tua vita!... Non ti rimane pi voce?
La sorella domand con un accento fermo e semplice:
Perch sei venuto?
Egli la fiss un momento, con gli occhi lucentissimi:
Passavo di qui, rispose;, il muro non  alto; ebbi voglia di farti una visita.
Perch sei venuto? ella ripet ancora, con una voce pi profonda.
Ah!... Forse pensavi di non rivedermi pi? Avevi gi messo il cuore in pace?
In lei, come nel viso del fratello, si dipinse fuggevolmente una malvagia e tetra collera.
Io non t'ho fatto alcun male, ella disse recisamente, con piena certezza.
Tu?
Alcun male, ribad, pi recisa.
Egli si lev d'un balzo, livido, come per afferrarla.
No, non toccarmi! ella comand, proteggendosi con entrambe le braccia. Se mi volevi, ero tua; di me avresti potuto fare liberamente quello che ti piaceva... Non dimenticartene!
Che dici? mormor egli, sorpreso da queste parole, colpito in pieno da questa verit.
Quand'ero, come hai detto, una bambina, quando venni per la prima volta nella tua casa, e dopo, e sempre, fino al giorno in cui fuggisti, potevi fare di me quello che ti piaceva. Io non mi sarei vendicata n lagnata, mai.
Fece una pausa ella pure, poich'egli taceva, percosso di meraviglia.
Ma ora cosa mi domandi? soggiunse Loretta.
Cosa ti domando?... Un piccolo schiarimento, una cosa da nulla: per qual ragione sei divenuta l'amante di Rafa?
Ella volse gli occhi altrove, irresolutamente, verso gli alberi fermi, verso le stelle agitate, verso la luminosa ombra della notte cerulea.
Rispondi!
Non so.
Per amore?
No.
Per denaro?
Neanche.
T'ha forse presa di violenza?
No.
E allora?
Non so, non so!... ella fece nervosamente. Perch mi vuoi tormentare?
Rispondi: lo amavi? lo ami?
No. Ho detto di no.
Ella intu che si salvava con queste parole, e ripet ancora una volta:
N prima, n ora; non lo amo.
Ed inoltre era pur vero.
Una specie di vertigine pass negli occhi dell'uomo che la fissava; un segno, quasi gi un sorriso, quasi un bacio, incresp l'amara sua bocca.
Ed allora perch hai fatto questo?
Io stessa non me lo saprei dire, confess la sorella.  stata una folla, un momento di leggerezza, una cosa impreveduta e facile, senza gravit ma quasi necessaria... Un giorno feci questo, e non so dirti nemmeno la ragione. Forse perch tu mi avevi molto martirizzata, forse perch ho commesso l'errore di salire una scala... non so, non so!
Ed ora non aveva pi paura di lui, gli parlava quasi con dolcezza, riprendendo su le guance floride il suo bel colore, passandosi una mano inanellata su la bianca tempia e ravviandosi i capelli con un suo gesto abituale.
Ed io? mormor il fratello, dopo aver taciuto.
Tu?
S, Lora, io, che t'amavo con tanta pena, io, che fuggivo disperatamente per non farti male?...
Ella esit un poco, poi disse:
Tu non m'hai voluta... non m'hai voluta nemmeno quando ne piangevo, dunque...
Nella terribile semplicit di queste parole ella radunava tutta quanta la logica del suo piccolo cuore di donna, scioglieva il suo piccolo enigma femminile, dove l'amore pi folle non era stato in fondo che una torbida curiosit. Ella non poteva andar oltre; tutta la storia del suo grande peccato finiva in questa piccola riflessione: Tu non mi hai voluta, dunque...
Ed egli chin il volto, poi si mise a battere le nocche sul tavolino di vimini, che oscillava.
Dunque, fece, con amarezza e con scherno, avevi semplicemente bisogno che uno ti coricasse, forte, con le spalle sovra un cuscino, che uno ti facesse dare finalmente quel piccolo grido... Chi fosse costui, poco importava. Io ti avevo molto martirizzata... hai detto martirizzata?... bene, sia! Ma ti sei scelta in ogni caso un uomo ricco, per addolcire le pene del martirio; hai voluto in cambio qualche abito, qualche gioiello, una casa che finir con divenir tua... ecco, e tutto questo lo hai!
Ho voluto, ella spieg, scegliermi una vita diversa da quella che facevo: null'altro. Forse mi sono anche ingannata.
Egli la fiss ancora con uno sguardo dubitoso, poi mut pensiero:
Perch sei sola questa sera?
Sono molte volte sola, ella rispose.
Tacquero; un lungo silenzio domin la loro inquietudine. Egli aspettava ch'ella parlasse; ella era in attesa delle parole di lui. E si esaminavano attenti; l'uno cercava di leggere nel cuore dell'altra.
Dunque, egli riprese dopo quella pausa, dunque non hai nulla a dirmi?
S, molte cose... ma ho paura di te.
Ed hai ragione, disse il fratello. Io son giunto a quell'ora in cui non si rispetta pi nulla e nessuno, in cui tutta una storia va incontro al suo pericolo definitivo. Per t'ascolto, se devi dirmi qualcosa, e ti ascolto ancora con bont, Lora, perch io sono ancora lo stesso... ti ripeto: ancora lo stesso.
E mise nella sua voce, in queste ultime parole, un accento soave come una carezza.
Siditi, soggiunse;, vienmi pi vicino.
No! ella fece due volte, no.
Hai paura?
Non rispose; ma pareva che un'angoscia, una piet, una compassione quasi vicina al ribrezzo, le soffocasse l'anima in quel rifiuto.
Sul limitare della sala semibuia la figura di Lazzara comparve, piena d'esitazione, tuttavia con l'aria d'esser l per recarle soccorso.
L'uomo si volse a lei con una mossa repentina:
Che volete? inve.
La ragazza non rispose; i suoi occhi spauriti si volgevano dall'uno all'altra, quasi per indovinare.
Ma Loretta le disse:
Non temere, Lazzara. Sali nella tua camera e dormi. Fra poco mio fratello se ne andr.
Vostro fratello, signora?... proffer la fanciulla, senza poter credere a s stessa per la maraviglia.
Sali e dormi, Lazzara, comand Lora brevemente.
Ella si ritrasse a piccoli passi, tacendo, e scomparve nel buio. Indi a poco fra lo spessore dell'antica muraglia scatur un rumore d'acqua corrente, che nella risonanza della notte riempiva di sonorit la casa profonda. Poi tacque: le alte camere si addormentarono.
Non me ne andr, disse il giovine. Sono venuto a vederti per l'ultima volta, e non me ne andr cos presto.
Ho pensato, ella fece, che non vorresti rimanere a lungo in questa casa.
La stessa cosa io pensavo di te. Ma evidentemente mi sono ingannato.
Ella non diede alcuna risposta. Invece, dopo un silenzio, gli domand:
Allora che vuoi?
Prima di tutto ascoltarti. Avevi molte cose a dirmi... dunque parla, e sinceramente, come parlavi con me una volta, quando non avevi paura.
Ella intrecci le dita insieme, e parve cercare in s profondamente una frase per esprimersi.
Veniva ora dalla inoltrata notte qualche alito di frescura, in alto, per le cime degli alberi, sommessamente. La lampada velata ne riceveva i brividi; sotto il respiro del vento la sua morbida luce impallidiva.
Una sola cosa volevo dirti, Rigo, ella pronunzi infine. Che anche tu devi per sempre dimenticare i giorni passati e perdonarmi se ti ho fatto male senz'alcuna mia colpa.
Nella faccia bianca dell'uomo pass, come una transfigurazione, il colore della sua profonda morte.
Anche tu... anche tu... egli ripet macchinalmente, con un atto appena visibile delle labbra. Poi soggiunse: Questo vuol dire che per tuo conto hai gi dimenticato.
Ella non rispose da prima; poi ebbe forse piet di quel dolore.
Non ho dimenticato, gli disse. Ma ogni giorno vado facendo uno sforzo continuo per strappare da me questa cosa che non doveva essere... Io sono morta per tutti, per tutti quelli ai quali ho fatto male.
Egli la guard con una specie di sperdimento, quasi cercando nel suo volto un segno qualsiasi che gli permettesse di non credere a quelle fredde parole.
Ma in lei vide un'attitudine ferma, risoluta, quasi nemica.
E di nuovo si lev:
Senti...
Le venne pi vicino, si curv:
Senti... ho corso paesi come un pazzo, per guarirmi; ho sofferto tutto quello che un uomo pu soffrire, e son tornato per vederti, solo per vederti. Sono stato nella casa di mio padre, dove tu, dove tu ed io, abbiamo portata l'infamia. Essi mi hanno cacciato fuori come un cane. Sono stato fra quelli che mi chiamavan amico, e tutti han vlto il capo altrove per non riconoscermi; anzi alcuni m'hanno insultato quasi apertamente, perch mi accusano di aver concluso il tuo mercato. Ma di questo non ti rimprovero: la colpa  d'entrambi; siamo colpevoli entrambi, sebbene io solo, per ora, ne debba scontare la pena. Invece, se ho bene compreso il senso delle tue parole, in questo momento nel quale una immensa rovina si moltiplica intorno a me, tu che ne sei la causa non trovi per aiutarmi che un solo rimedio, anzi un calmo e ragionevole consiglio: Bisogna dimenticare. Non  cos?
Ella tacque, si restrinse nelle spalle, confusa, umiliata, come se avesse per la prima volta compresa la gravit de' suoi falli.
 cos? Rispndimi! egli comand, afferrandole un polso.
No, Rigo... no, no... ella balbettava smarrita. Guarda: io voglio fare per te, per mio padre, per mia madre, tutto quanto posso... Dtemi solo cosa debbo fare... dtemi...
Gli occhi le si empivan di lacrime, come ad una piccola bimba cui si minacci un grave castigo. Egli comprese d'avere davanti a s l'ineluttabile dell'anima femminile, quel vuoto, quel nulla, che sta in fondo a tanti cuori di donna. Di ci si avvide con l'intelletto, ma in cuor suo, nell'interiore sua febbre, non volle credervi ancora; cerc di non arrendersi, di riafferrare con un'estrema cecit la sua speranza fuggente.
Lora, tu mi hai detto che non ami Rafa, che non gli appartieni per amore... Dimmi:  la verit?
S,  la verit.
Mi hai detto pure che ti sei forse ingannata scegliendo questo cammino,  vero?
S,  vero.
Ebbene, senti. La passione che ho per te supera, esclude tutto. Ho mille rimorsi nel cuore, ma ormai non temo neanche il rimorso. Bandito, rovinato, espulso: tutto questo non mi d un vero spavento.  forse orribile a dirsi, ma io posso dimenticare tutto questo. Non cos la mia passione maledetta. L'amore che ho per te, la febbre che tu mi di, la tempesta che mi susciti nel cervello, nei sensi, questo no, mai! mai!...
Cos vicino le stava, ch'ella n'era tutta rabbrividita, e si restringeva nell'angolo, s'impiccioliva nella stretta de' suoi propri gomiti, quasi per accrescere lo spazio che li divideva. Quelle parole, quel suo fiato caldo, quella passione traboccante, quel viso contraffatto, e la minaccia di sentirsi toccata, baciata, posseduta, le davan ormai un invincibile ribrezzo, pi forte che la stessa paura, pi forte che la stessa piet.
Ma egli, quasi ebbro, continuava:
Se tu vuoi, se tu mi dici una sola parola, io posso veramente scordare tutta la miseria di questi giorni. Se tu vuoi, mi sento la forza di ricominciare un'altra volta la vita, e lontano di qui, lontano da tutte queste memorie, mi sento la forza di giungere ad ogni cosa che tu possa desiderare. Sapr vigilarti, servirti, rendere la tua vita bella, come tu stessa forse non hai sognato ancora. In questo momento comprendo che sono stato un pazzo quand'ho avuta paura della nostra colpa. Noi non abbiamo volont che basti per lottare contro queste cose immense; anzi troppo spesso, come hai detto, noi siamo vili davanti alla felicit. Ma ora, vedi, son tornato e ti aspetto, e, se vuoi, m'inginocchio per chiederti perdono, e, se vuoi, ti prendo nelle braccia, cos come sei, per portarti lontano, attraverso la notte, via di qui, via da tutti, sin dove nessuno al mondo possa pi conoscere il rifugio del nostro amore...
E gi, nell'ebbrezza del suo perdimento, nella vertigine del suo rinnovato sogno, stava per cingerla con le braccia e tendere verso la fredda bocca di lei la sua bocca bruciante, quand'ella dette un grido soffocato, e, prima che potesse toccarla, con un rapido movimento gli sfugg.
Ansante, con i capelli un po' disfatti, non sapendo come difendersi dal pericolo della sua violenza, indietreggi fin presso l'orlo della scalinata per aprirsi una fuga verso il giardino.
Egli si batt contro le tempie i due pugni convulsi, come per arrendersi al dramma di quell'ora che passava. Poi la guard. Muto, attento, fermo, per un lungo attimo la guard.
Nelle mosse rapide la vestaglia s'era interamente slacciata, e sotto la febbre di quegli occhi ella s'accorse d'avere le braccia quasi del tutto nude, la gola scoverta, il seno visibile. Per un pudore istintivo cerc di raccogliere la stoffa tenue sul candore di quella nudit.
Intorno a lei, su l'alto della gradinata, brill, spar, qualche tremante lucciola, che nascondeva in s un verme buio, come talvolta l'amore nasconde un turpe vizio tra le sue belle fiamme.
Egli rimase dov'era, e parl forte:
Allora una confessione, una sola: Non mi ami pi?
Ella taceva.
Ti faccio ribrezzo? mi odii?... se ti bacio gridi?...
Metteva tra queste frasi una dura pausa, breve come un singhiozzo.
Mi lascerai portare la mia croce da solo? da solo e per sempre?
Ella era ferma in capo della scalinata, ferma come una statua; si vedeva soltanto il pizzo delle sue larghe maniche leggermente tremare. Una di quelle sperse lucciole, volando, le si impigli fra i capelli. Ma ella non sent quel peso, non si accorse di avere sopra la fronte quella piccola stella.
Rispondi! rispondi! Voglio udire da te l'ultima parola... da te, dalla tua bocca!
Un attimo ancora di silenzio:
Non mi amerai pi?...
Come di schianto, ella si pieg su le ginocchia, si accasci sul primo gradino, rompendo in lagrime dirotte.
La lucciola usc da' suoi capelli, si mise a volarle intorno.
Allora, fuor di senno, egli s'avvent. Con le braccia pur esauste la raccolse di peso, e perch non potesse gridare, ben forte, con tutta la mano, le tapp la bocca.
Poi, tenendo su le braccia la sua preda, sperduto, si guard intorno, come un animale in cerca della tana.
Ella volle dibattersi con ogni forza, cerc di morderlo, cerc di urlare; ma non poteva, per quella mano irremovibile premuta su la sua bocca. Cerc di fargli male agitandosi quanto pot; ma d'un tratto il peso ch'egli reggeva su le braccia divenne assai pi greve, come il peso di una creatura morta; la bocca senza fiato cess di mettergli bava e sangue nel palmo che la premeva.
Allora l'uomo, con la sua preda su le braccia, pass nel raggio di luna che bagnava il terrazzo come un fascio di bianca elettricit, e, traversata la soglia, giunto nel mezzo della prima sala terrena, parve cercasse con gli occhi sperduti un divano sul quale deporla.
Quando l'ebbe adagiata, s'inginocchi. Si mise, come un ebete, ad ascoltare il silenzio. Tutta la casa era morta; la sonorit concava del silenzio vi gravitava immobile, come nei claustri disabitati; la magnificenza del raggio lunare traeva dalle sgome dei mobili qualche fulgore, simile a bianchissimi arcobaleni.
Allora egli si guard il palmo della mano, il palmo che sanguinava, morso da' suoi denti minuti; poi si tast il cuore, la fronte, la faccia, quasi per riconoscere s stesso.
Il capo di lei dormiva rovesciato sul bracciuolo del divano; la sua gola nuda era un po' turgida, il suo petto scoverto quasi non respirava. Aveva le braccia lente lungo i fianchi, le ginocchia unite, i piedi composti, come in una bara; le sue belle treccie, quasi del tutto sciolte, bagnavano il lembo spiovente nel raggio di luna.
Ora, egli disse a colei che non udiva, ora t'uccider.
E trasse di tasca un'arma lucida; ma tosto, impaurito, la ripose.
Poi gli parve udir rumore, da lontano e da presso; rumore assordante, come di gente che sopravvenisse, urlando, per impedire il suo delitto. Ascolt: non sapeva ben distinguere se questi rumori fossero nel suo cervello o fuori; ma, ecco, insieme gli pareva che ombre passassero, in torma, dietro le finestre, per gli usci, negli angoli bui.
Un sudor freddo gli copriva tutte le membra; dolori acuti come lame gli trafiggevano la carne. Su la bella bocca della donna coricata era impressa una traccia di sangue, che la faceva parere un po' tumida e le suggellava intorno ai labbri una specie di riso estatico, inerte, come ha talvolta, nel sonno d'un narcotico, la bocca di chi soffre un dolore atroce. Egli v'appress l'orecchio, per udire se quelle labbra respirassero; ma il rombo delle sue proprie vene soverchiava quel leggero lito.
Ora, disse un'altra volta, ora t'uccider.
Le sue dita convulse toccarono con volutt il freddo metallo dell'arma; di nuovo palleggi fra le mani il minuscolo ordigno, su cui s'accendevano scintille come sprazzi di fosforo.
Premere appena, poggiando la canna sottile contro la sua bella tempia, senza quasi rumore... Una scossa, una breve scossa, a lui nel polso, a lei per tutta la persona giacente; una specie di urto improvviso nelle due ginocchia... qualcosa, come un fiotto d'anima nella gola gonfia... un battito, uno sguardo ancora negli occhi fuggenti, un po' di saliva lucente agli angoli delle labbra, sotto la traccia rossa... il peso d'un braccio che cade... poi pi nulla... nessuna differenza visibile, tranne il senso di questa parola: morta. E un filo di sangue, sottile come la pi piccola delle sue vene, gi dalla tempia, su la spalla, senza fiotto, piano piano, senza farle male...
Egli pronunzi col pensiero, forse col respiro, questa lieve domanda: E poi?
Ecco: e l'enorme vuoto della vita gli apparve, ed anche l'enorme vuoto della morte, se pur si fosse ucciso; l'inanit estrema d'ogni cosa, d'ogni possibilit, quando in lei non fosse pi respiro. S, uccidersi, ma placarsi prima, concedere un sorso anche minimo alla sua rabida sete, per chiudere con un possesso tremendo la sua vita inutile, per non trascinare al di l dall'ultimo rantolo la sua rabbia insoddisfatta...
Allora, lentamente, quasi con la paura di compiere un sacrilegio, immerse le dita aperte nella sua treccia spiovente; ma faceva piano, quasich non volesse destarla. N'ebbe una cos grande gioia, che v'immerse la faccia, ne aspir, ne bevve il sapore. Ella non si destava; il suo tramortito sonno era profondo. Os prenderle una mano ed intrecciar le dita fra le sue dita, senza stringerle, con paura.
Povera piccola mano, pensava, sarai morta fra poco, non darai pi carezze, povera piccola mano...
E strisci con le labbra lungo il polso, fin nella congiuntura del braccio, dove tutte le vene, passando, creavano una specie d'oscurit.
In quel mentre una grande farfalla notturna entr per la finestra; si mise a dar di cozzo contro le pareti, rumorosa, dannosa, come un pipistrello. E batteva, e batteva, per la stanza chiusa, in alto, in basso, cercando l'aria stellata nella oscura prigione. Poi si cal sopra l'uomo ricurvo, e stringendo sempre pi il cerchio di quel brancolare gli fece sentir su la faccia il freddo pericolo del suo volo.
Ma sparve. Il silenzio divenne assoluto in quella stanza quasi azzurra; solamente il raggio lunare saliva come una materia tangibile dentro la bella capigliatura spiovente.
E l'uomo che l'aveva amata con tanta disperazione, che si era difeso contro la colpa con un eroismo tanto accanito quanto inutile, ebbe allora la tentazione suprema di possederla pur una volta prima di spegnere la vita in quel lieve cuore, prima di addormentarla nel sonno dal quale non si sarebbe mai pi ridesta, n per stirare in una molle pigrizia le sue membra voluttuose, n per tendere ad una bocca d'amante il bacio della sua bocca soavissima.
E poich non era stato il primo, voleva esser l'ultimo a possederla, quegli che le darebbe insieme, quasi nello stesso attimo, le due pressoch simili agone del piacere e della morte. Voleva tuttavia ferirla nella sua carne pi viva, con una forza malvagia, e, tenendola in possessione, vedere come torcerebbe gli occhi sentendosi entrar per le vene la spasmodica volutt di quella morte.
Ora finalmente l'odiava; ora, dopo tante catene, si sentiva capace d'un odio bello, nitido, sicuro di s. Ed appunto perch l'odiava, si compiaceva nel dirle, come per ischerno, le pi calde parole d'amore; appunto perch'era sicuro di poterla uccidere, si dilettava nel ripeterle cose dolci e lascive, le stesse cose d'un tempo, quand'ella era perduta come lui nel desiderio di appartenergli, quando la sua verginit null'altro era che un brivido, una cosa infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato.
Ecco, e di nuovo era in suo possesso: aveva complice l'ombra, la solitudine, il silenzio, e quel suo docile sonno, profondo come un letargo; aveva complice inoltre l'arma vendicatrice, che teneva pronta per il suo primo sussulto.
Sottovoce le raccontava i suoi giorni di fuga, le lunghe ore notturne trascorse a possederla inanemente, le volutt prodigiose di que' sogni e la fatica enorme dei risvegli logoranti.
Io t'ho date le pi lunghe gioie che una donna mai ebbe dall'amore d'un uomo; io t'ho goduta, le diceva, senza numero di volte nella mia solitudine disperata, come tu stessa non potresti concederti ad altr'uomo che a me. Ti conoscevo: so come baci quando ami, so il colore delle tue iridi quando scompaion sotto le palpebre, so come le tue ginocchia stringono e come fai quando gridi... Ma tu stessa, ora che ti vedo, sei pi bella ancora, e, cos addormentata, mi ricordo che passavi le tue notti nel mio letto, vicino a me. Allora non potevo toccarti: ora ti tocco. Ora mi metto le tue braccia nude intorno al collo, perch tu morrai tenendomi le braccia intorno al collo. E, vedi? non hai che una vestaglia tenue sul corpo... quasi nulla, un velo appena, e sento gi come sei tepida, come sei dolce... Ma perch vestita?... spgliati... io ti spoglio. Anche un semplice velo  di troppo. Sei bella abbastanza perch il mantello della morte ti avvolga nuda. Io ti spoglio per l'ultima volta, e in questa luce, ancora pi candida sembrerai...
Le correva con la mano per il corpo dolcissimo, la scopriva lentamente, con indugi febbrili, assaporando a poco a poco il gaudio di vederla mirabilmente spogliata. E l dove le vesti s'aprivano, il raggio della luna penetrava, come per stendere una specie di velo glauco su la sua carne scintillante.
Ed ecco apparve tutta nuda la gola purissima e la sommit un po' convessa del petto, in cui nascevano ampiamente, dal suo mezzo fin sotto le oscure ascelle, i due seni robusti, erti, rigogliosi, pieni d'impudicizia e di splendore, simili a due conocchie straordinarie gonfie di lana da filare.
Egli si ferm come inebetito, quasi vacillante bench fosse inginocchiato, con gli occhi pieni di uno spavento enorme, davanti a quella nudit che aveva osato guardare. Il senso delle cose presenti gli tornava a quella vista maravigliosa e peccaminosa, mentre, come un'eco inafferrabile in fondo all'essere la voce del suo dmone gli andava sempre pi sibilando: Uccdila! uccdila! Sziati, e falla morire.
Poi, di nuovo, sottraendosi a quella specie d'incantesimo, si rammentava d'essere un uomo, un miserabile uomo brancolante sopra una femmina seminuda, e questa femmina essere la stessa ch'egli non poteva toccare, la sua sorella giaciuta nella medesima cuna, colei che portava nel grembo l'inconsumabile amore.
Ed ebbe uno spavento immenso al pensiero che quegli occhi potevano aprirsi e guardarlo. Si sent serrare la fronte come da una mano d'acciaio, fredda e forte; si sent per tutto il corpo trafiggere come da molte lame che gli recidessero i tendini, ad uno ad uno, per sfibrarlo.
Aveva complice la notte, la solitudine, il silenzio, e quel suo docile sonno profondo come un letargo, ma non poteva toccarla.
E perch non potrebbe toccarla? Chi dunque lo condannava a doverla uccidere senza godere di lei?
Un nome... si ricord ch'ell'aveva detto una volta, cos' un nome?...
E dentro, il suo dmone beffardo gli urlava con una specie d'implacabile crudelt: Sziati, e falla morire!
Allora la sua bocca malvagia si tese all'pice d'uno di que' seni rotondi, per suggerne il forte sapore; quella orrenda lussuria lo istig a conoscere dappertutto la sua nudit indifesa, e nel baciarla si sentiva pervadere da un'ebbrezza delirante, come se il suo corpo fiaccato, arso, rovente, si empisse all'improvviso d'un ristoro paradisiaco, e, dentro le sue vene lievi, non pi sangue scorresse ma una inconsumabile volutt.
E la cingeva, e la toccava, e quel corpo stava per essere finalmente la sua preda sul limitare della morte, n pi sapeva chi ella fosse, n per qual modo su l'orlo della tragedia inevitabile egli potesse conoscere il principio di una cos grande felicit.
Anche gli pareva di rammentarsi un'altra notte lontana, quasi dispersa nel vortice del passato, quando parimenti si era trovato curvo su quella amata bocca, pallida, ma non cos ferma... e la baci.
La baci a lungo, assetatamente, con ira, come si sugge un delizioso veleno. E gli parve, sotto i suoi baci, ch'ella si agitasse un poco; ud un sommesso lamento, che gli parve un lamento d'amore. Traverso il velo di quell'ebbrezza, la memoria del mondo non gli sembrava pi che un oceano infinito, la vita stessa una vacuit immensa, colma di piacere. La baciava su la bocca e su la fronte, sui capelli e su gli occhi; e su la bocca e su gli occhi della sorella addormentata balbettava in delirio le sue parole d'amore.
Fammi con le braccia intorno al collo un nodo forte... pi forte...
Ella aperse gli occhi, e lo guard. Forse non lo vide, ma lo guard. E quegli occhi rimasero sbarrati, fermi, tra le palpebre violette, sotto l'arco dei grandi sopraccigli, a fissarlo inesorabilmente.
Percosso dal terrore, mentre giungeva per l'ultima volta su l'orlo del peccato, la volont gli ricadde nell'anima, tutta d'un colpo, infranta. E subitamente, nella faccia della sorella svenuta come nello specchio d'un'acqua senza fondo egli rivide salir la faccia del loro padre taciturno, la pallida faccia senile, emaciata sino al teschio, l'incancellabile sembianza del generatore che separava i suoi figli.
Livido, indietreggi nel buio. La catena delle due braccia inerti si disfece, ricadde come spezzata, mentre, dal divano dov'ella era stesa, il fantasma del padre si alzava pi preciso contro di lui, divincolando a fatica da quel sonno le sue membra cariche di squallore.
E rivide, come l'ultima volta nella casa dell'umile occhialaio, questo bianco suo padre levarsi con una specie di maest, per minacciare il figlio primogenito che aveva osato peccare contro la legge sacra delle famiglie e spingere l'occhio lascivo sotto la coltre della sorella addormentata.
Ed ora non pi lei vedeva; ma soltanto vedeva lo scarno fantasma, vero di una tragica umanit, sorgere contro il figlio maledetto, contro il violatore della bellezza ingaudibile, per respingerlo indietro da lei, fuori dalla casa, fuori dagli uomini, fuori dalla vita...
L'incubo sopraffaceva la coscienza dell'uomo dannato, la folla latente scoppiava nel suo cervello tragico, dandogli quella specie di briaco terrore che invade la bestia accerchiata da un pericolo senza scampo. La pazza liberatrice finalmente soverchiava questo mediocre uomo, che aveva osato racchiudere nella pavida sua temerit l'amore maraviglioso d'un dio.
E in fuga, davanti ai fantasmi del suo delirio, si cacci per la notte d'estate, briaca e folle come una baccante, che saliva per i culmini del cielo, tra un'apoteosi di stelle...
...
Lontano qualche miglio di l, sotto i fuochi gi rossi dell'aurora d'Agosto, un gruppo di terrazzani mattinieri scendeva cantando per il declivio della collina, ciascuno recando su l'mero la gran falce lunata, che il sole nascente incendiava di tremanti arcobaleni.
Andavano a mietitura; la terra pingue di frumenti faceva risplendere di mattutina ilarit l'anima di quegli adusti mietitori.
A perdita d'occhio, violastri e biondi come un mare sovra il quale indugino gli ultimi vapori della notte, i campi non mietuti si stendevan nella immensa pianura, ed ogni cosa pareva oscillasse in una dorata inquietudine solare, prima che, nell'irrompere del giorno, tutto bruciasse d'aurora e di fiamma sotto la furia dell'estate.
Ed ecco, nella incendiata serenit, il sole sbocci dall'oriente, come da un paonazzo cratere del fuoco sotterraneo, e gli uomini che andavano per falciare, d'improvviso, lo salutarono col loro canto.
Poich infatti l'avevano lavorata insieme, quella terra onusta di raccolti, gli uomini e il sole.
Giunsero al piano, s'incamminarono tra le messi brillanti come un'esca, ricurve sotto il peso delle pannocchie d'oro, che fra i papaveri di campo sgranavano dal cartoccio rotto un enorme riso giallo.
Poich il sentiero fra le due prode facevasi angusto, e di qua, di l, fra gli alti campi si perdeva, gli uomini con le lor falci si misero in fila. E cantavano sempre, nell'aurora vittoriosa, l'inno colonico al sole onnipossente, alla terra libera, fecondata, che dona i raccolti gloriosi, al vmero tenace che spezza la gleba irta di radici, alla falce nitida che stride contro i fusti legnosi, e va, e va, traverso la pazza estate, faticosa ed instancabile...
Ma, giunti verso il termine del sentiero, colui che andava in capo della fila si ferm di colpo.
Gesummaria!... grid verso i compagni; e con la faccia tutta bianca, rimase incerto se avanzare.
Che c'? domandarono quelli che stavano ancora dietro la svolta. E si addossarono a lui, sollevando le brillanti falci, spezzando nella ressa improvvisa qualche fusto di grano. Ma quel che videro li fece inorridire.
L su la proda, lungo il sentiero nel campo, un uomo giaceva, immobile, contorto, a met prono, a met sopra un fianco, la faccia bruttata nella terra tutta molle di sangue. Un grosso can da pagliaio, laido e col pelo irsuto, forse un can sperso, di quelli che van la notte uggiolando fra campagna e campagna, lasciava pendere dalla fauce intrisa la lingua bramosa, e accovacciato su le quattro zampe leccava con una specie d'ingorda sete la pozza di sangue rappresa nel terriccio, sotto la tempia ferita.
Un morto... bisbigli quello che stava davanti al gruppo. E raccolta una pietra, la scagli contro il can errtico, dalle orecchie mozze, dagli occhi notturni ed iniettati come quelli d'una jena.
L'animale, colpito nel fianco, digrign senz'abbaiare i denti rossastri, e zoppo sotto il peso del suo ventre gonfio si mise a correre lungo la proda. Quando fu lontano gua.
Coraggio, disse il mietitore;, forse non  morto ancora.
Per, da solo, non gli bastava il cuore per avvicinarsi.
Fatevi prima il segno della croce, sugger cristianamente il pi vecchio de' mietitori. E con la dura mano, sacra di antico travaglio, si tocc la sua fronte rugosa.
Gli uomini, sotto il lampo delle lor falci, si fecero il segno della croce. Poi, con paura, gomito a gomito, si avvicinarono.
Veduta pi da presso, la faccia orrenda li raggel. Si curvarono. Stretta nel pugno convulso, la sottile arma luccicava, il piccolo meccanismo d'acciaio, gelido, infallibile che aveva data la morte. Intorno alla tempia bruciacchiata era un grumo di sangue nero; degli occhi, uno era chiuso e pesto, l'altro sbarrato, vitreo, scoppiante quasi dall'rbita, come l'occhio d'un uomo che fosse morto in delirio.
Gli sollevarono l'altro braccio, che ricadde come piombo; gli tastaron la fronte fredda, le gambe stecchite, il cuore fermo.
Amen... mormor il pi vecchio dei mietitori. Che Ges Cristo, nostro Signore, raccolga nella sua pace l'anima di questo cristiano.
E recitando a bassa voce la preghiera dei morti, santificarono la proda empia su cui giaceva un cadavere insepolto.
Poi uno dei falciatori sciorin il suo fazzoletto di percallo e con piet lo distese come un sudario su quegli occhi spenti.
Non  di queste parti, osserv un altro, che aveva, l nel campo, raccolto un fiore.
Neanche delle nostre ville; certo veniva dalla citt.
 sempre la citt che li ammazza...
Dal modo com' vestito sembra uno di quelli che pretendono di saper godere la vita...
Cos giovine!
S, una trentina d'anni.
Forse anche di pi.
Trasportiamolo.
No, rispose il pi vecchio dei mietitori. Bisogna prima che lo veda il Sindaco.
E in silenzio, con le fronti curve, tra il sole che nasceva sul mondo rifecero il cammino.
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FINE.
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Richmond Hill. Agosto 1908.
Aix-les-Bains. Settembre 1909.
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Fine.